Sunny di Emanuel Gat in prima assoluta. Una iper-coreografia

In prima assoluta alla Biennale Danza 2016 arriva Sunny, la nuova coreografia dell’israeliano Emanuel Gat. Recensione

Nel contesto della Biennale Danza 2016 è in corso un laboratorio di redazione intermittente a cura di Massimo Marino e Lorenzo Donati (Altre Velocità), che sta raccontando il festival con contenuti esclusivi. Ospitiamo qui alcuni contributi della nostra collaboratrice Gaia Clotilde Chernetich sul debutto del nuovo spettacolo di Emanuel Gat.

Questo articolo è apparso sul blog La danza nella città 2016, per gentile concessione.

Foto The Goldlandbergs
Foto The Goldlandbergs

Dopo aver presentato Third Song alla Biennale Danza dell’anno scorso, Emanuel Gat torna a Venezia con la prima mondiale di Sunny, ottanta minuti abbondanti di danza accompagnati dai suoni live del polistrumentista e performer Awir Leon.
Coperto da un linoleum bianco, il palcoscenico del Teatro alle Tese è accessibile attraverso un’unica quinta posta sul fondale nero. Da questo varco appariranno e scompariranno i dieci virtuosissimi danzatori ai quali il coreografo affida una densa partitura coreografica. La complessità ritmica ruota attorno alla ricerca di un unisono che, sfuggendo, resuscita continuamente sequenze ripetute di coreografia.
Gettando ogni movimento oltre l’ostacolo dell’assenza di una drammaturgia che ne regoli e ne sostenga pienamente i processi, Sunny disegna un tempo della rappresentazione chiuso in se stesso che non riesce a interrogare, se non in un blando tentativo finale, la presenza sul palco di Awir Leon, chiuso nella sua consolle di strumenti sul fondo sinistro della scena.

foto The Goldlandbergs
foto The Goldlandbergs

Nello spiccato atletismo dei loro corpi, i danzatori lottano più che valorosamente, ma non riescono a salvarsi dal flusso sovrabbondante di una coreografia che li investe prima in gruppo e poi in duetti e piccoli assoli dominati da task laboratoriali e regole di composizione coreografica intuitive e sempre un po’ troppo lontane da quel “farsi carne” che la danza stessa firmata da Gat richiamerebbe. La questione sollevata dal coreografo israeliano in Sunny non riguarda un tema specifico, ma gioca su due toni prevalenti: da un lato la gravità di un movimento dominato dall’estensione articolare e dall’utilizzo fluido di tutti i livelli dello spazio (l’intera compagnia, ma in particolare Pansun Kim sembra poter non fare distinzione alcuna tra terra e cielo), dall’altro la sperimentazione di innesti visivi polimaterici ovvero polifonici costumi indossati tra un’entrata e l’altra nella seconda parte dello spettacolo che, interrompendo la vista della superficie liscia della pelle dei danzatori, creano delle variazioni visive, momenti che danno finalmente respiro alla coreografia, ma che si esauriscono forse troppo velocemente.

foto The Goldlandbergs
foto The Goldlandbergs

La prima immagine che Gat ci offre è quella di un misterioso minotauro contemporaneo dai movimenti ampi, una creatura metà essere umano metà collage di stoffe e d’oggetti che sarà poi richiamato visivamente sul finale dello spettacolo quando anche altri danzatori rievocheranno la possibilità di quel segno iniziale e folle, auspicata interruzione di un’assenza di ossigeno generata da una danza ipervirtuosa, ma onnivora di corpi e di emozioni. Nella loro immagine più potente, i dieci danzatori in proscenio guardano verso il pubblico lasciandoci però il compito di capire se tra noi e loro un vetro di separazione sia materia concreta da abbattere oppure pura, legittima suggestione. Ci chiediamo che cosa possa persistere dei corpi se la danza è pura interdipendenza gestuale; quale movimento sopravviverà alla complessità se né lo sguardo dei danzatori né lo sguardo del pubblico può accomodarsi in una drammaturgia capace di tenere insieme il tutto? Usciamo dal teatro restando a stretto contatto con questa domanda importante, inebriati dalla potenza di una coreografia “iper-grafica” e ridondante, ma coi battiti del cuore in alcun modo sopraffatti.

Gaia Clotilde Chernetich

SUNNY
coregrafia e luci Emanuel Gat
musica creata ed eseguita dal vivo da Awir Leon
costumi creati in collaborazione con i danzatori
con Annie Hanauer, Anastasia Ivanova, Pansun Kim, Michael Lohr, Geneviève Osborne, Milena Twiehaus, Tom Weinberger, Sara Wilhelmsson, Ashley Wright and Daniela Zaghini
produzione Emanuel Gat Dance
Coproduzione Festival Montpellier Danse 2016, Grand Théâtre de Provence, Théatre de la Ville, Paris,
Cité de la Musique – Philharmonie de Paris, Scène Nationale d’Albi.
collaborazione alla produzione La Biennale di Venezia, 10. Festival Internazionale di Danza Contemporanea
con il supporto di Fondation BNP Paribas, created in l’Agora, cité internationale de la danse in Montpellier and la Maison de la danse intercommunale in Istres. La compagnia riconosce il supporto di Métropole Aix-Marseille Provence and the French Ministry of Culture DRAC Provence Alpes
Côte d’Azur.

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da più di 10 anni anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here