Celestini a Trastevere. Condividere il Cinema

Il film di Ascanio Celestini Viva la sposa è stato proiettato all’interno della rassegna Festival Trastevere Rione del Cinema organizzata dal Piccolo Cinema America e ci induce a una breve riflessione sulla modalità di fruizione condivisa.

Foto facebook I ragazzi del Cinema America
Foto facebook I ragazzi del Cinema America

Il cinema in piazza non è una novità. Lo si è sempre fatto, anche gratuitamente, anche a Roma. Ciò che colpisce durante una delle sessanta serate del Festival Trastevere Rione del Cinema, e che in una qualche misura avvicina il mezzo cinematografico allo spettacolo dal vivo, è quando viene posto l’accento su una specifica modalità di fruizione. Durante la presentazione dell’ultimo film di Ascanio Celestini, il direttore della fotografia di Viva la sposa, Luca Bigazzi, ringraziando i ragazzi del Cinema America ai quali si deve l’iniziativa (per due mesi fino al primo agosto), esordisce così: «voi ricostruite il senso profondo di cosa sia il cinema. Il cinema è una creazione collettiva e va visto collettivamente». Ci guardiamo attorno e vediamo una folla gremita occupare sedie e lastricato di piazza San Cosimato, una manifestazione che appare sin da subito in netto contrasto con la chiusura degli spazi culturali: gente a terra tra cuscini improvvisati con le ginocchia del compagno, gomito a gomito con qualche sedia portata da casa, come nelle storie di un’Italia che non esiste se non in qualche remoto paese di provincia. Sullo schermo una clip in omaggio a Claudio Caligari, riprende la sequenza del trip di Non essere cattivo, ma dopo il corteo circense, alla fine sarà proiettata la ripresa della piazza stessa, come a dirci parte di quel processo meraviglioso e straniante.

Viva la sposa. Frame dal film
Viva la sposa. Frame dal film

Viva la sposa, secondo film scritto, diretto e interpretato da Ascanio Celestini, risalente al 2015, si sviluppa a partire dal desiderio di raccontare un quartiere periferico, il Quadraro, nella sua quotidianità; «parlando di persone, povere ma non miserabili, prima ancora che le loro storie diventino notizia», ci racconta l’attore romano dopo la proiezione. Nicola, il protagonista si chiama come tutti i suoi personaggi, come il Nicola de La pecora nera nota uno dei spettatori, perché «è più semplice, sono i nomi con i quali lavoro sempre perché cerco di pensare alle stesse facce, alle stesse persone. So com’è Nicola, come parla Nicola, chi frequenta». Tanto sua scrittura drammaturgica quanto nella stesura filmica, Celestini, non fissa mai definitivamente i suoi copioni, il processo avviene in piedi, in movimento, come il suo personaggio che sta perennemente a guidare il suo furgone, o al limite nel bar a bere Sambuca, ma mai immobile.

Viva la sposa. Frame dal film
Viva la sposa. Frame dal film

Alcuni si chiedono cosa potesse rappresentare la sposa americana che appare per tutto il film (quasi un reality sociale per la tv buonista), ripresa mentre visita L’Aquila ancora sotto impalcature; se incarni un fittizio sogno (felliniano?), irraggiungibile anche quando viene sorpresa a una pompa di benzina togliersi le scarpe, la maschera o se invece indichi la possibilità di una speranza. La speranza è quella di un Pinocchio al contrario che forse avrebbe preferito esser burattino, buffo, anziché uomo in carne ed ossa, che beve e cura un ragazzo di cui non è sicuro di essere padre. Del resto tutto il film sembra attingere costantemente dalla favola collodiana, variando al contemporaneo, capovolgendo, andando a ritroso. Non c’è più Geppetto, burattinaio morto, ma una madre (Barbara Valmorin, che assieme a Alba Rohrwacher, Veronica Cruciani e Salvatore Striano compone un cast credibile e generoso) che pur nel suo affetto non riesce a gestire il figlio. C’è una bionda quasi fatina (Rohrwacher) di cui ci si potrebbe innamorare per poi sposarsi e andare a lavorare nella salsamenteria del padre. La fata salvatrice scompare dopo una notte passata abbracciati, riappare ma forse è troppo tardi.

Viva la sposa. Frame dal film
Viva la sposa. Frame dal film

C’è Lucignolo – Concellino (Striano), che truffa tutti, anche l’amico Pinocchio che però farà di tutto per salvarlo quando passerà una notte in caserma, massacrato come Giuseppe Uva a cui Celestini fa riferimento non così tanto implicito. Ci sono storie biascicate durante feste per bambini che parlano della morte di una santa, brandelli inscenati in casa di ricchi che applaudono il “maestro” acriticamente e mitici spettacoli mai realizzati ma di cui si conserva la traccia musicale dell’Ave Maria. E poi c’è lui, burattino vivo che di bugie ne dice una sola, sempre quella di non bere, ma è un tonto buono, sincero negli affetti, anche verso l’amica prostituta (Cruciani) con cui forse ha avuto il figlio Salvatore. Questo non è l’unico piano di lettura per un film che programmaticamente vuole indagare una coralità di personaggi senza forzarli dentro una sceneggiatura rigida ma prova a farli respirare anche accettando il rischio di sfilacciare qualche legame. Una storia «prima che diventi notizia», nella quale l’asfissia delle vite è l’asfissia dei luoghi chiusi, dai toni acidi, una ripresa non invadente ma che prova a seguire quanto accade sul set, tra le strade del Quadraro e il finto bar, allestito per il set e confuso per vero locale d’esercizio in cui qualcuno, con-fondendo realtà e finzione, entrava anche a chiedere il latte.

Un’ultima nota sulla programmazione riguarda il focus dedicato a Sergio Leone presso la Scalea del Tamburino (30 giugno – 5 luglio). Durante le sei notti le doppie proiezioni avverranno in modalità “silent cinema”, per cui il film potrà esser ascoltato soltanto mediante collegamento radio in cuffia. Lungi dal considerarlo un ulteriore elemento di isolamento sembra che anzi la particolarità dell’evento induca a una maggiore condivisione. La condivisione è tra gli spettatori, e la sala diventa un aggregatore, non solo il luogo in cui provare emozioni singole ma, usando le parole del regista Giuliano Montaldo (raccolte in un cortometraggio dedicato dagli ex occupanti del Cinema America proprio ai molti cinema chiusi del quartiere), «vedere in profondità l’immagine, e vedere insieme la gente divertirsi, ridere certo, commuoversi, piangere, emozionarsi. Deve essere questo il cinema, questo incontro meraviglioso nel nostro grande tempio». Concludiamo con un’ultima testimonianza, da parte di un’anziana abitante del quartiere che da sempre, ci racconta, ha seguito e partecipato della vita di Trastevere, invitando ad «andare controcorrente, ma bisogna guardarsi intorno. Quanti cinema hanno chiuso qui? Ci sono ragioni socio-economiche da tenere sul piatto insieme a quelle etiche e artistiche, poi, vedete voi, e combattete».

Viviana Raciti

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