Intervista a Valentina Fago. Il valore etico e non intermittente della lotta

Per comprendere meglio cosa sta accadendo a Parigi abbiamo intervistato Valentina Fago, attrice che da anni opera in Francia, in regime di intermittenza

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foto http://alchimy.info/suis-intermittent-du-spectacle-vie-bien/

Le ultime sono state settimane di fuoco per la Francia dei lavoratori e degli intermittenti dello spettacolo in particolare (qui sull’occupazione della Comédie Française). La proposta di legge El Khomri (dal nome della ministra del lavoro francese), sulla scia della legge renziana del Jobs Act, va a intaccare l’ultimo baluardo sicuro del lavoratore, il contratto a durata indeterminata e mira a precarizzare ancora di più le altre modalità di contratto. In questo quadro, la Confindustria francese (Medef) tenta un nuovo attacco all’intermittenza, il regime speciale che riguarda i lavoratori del teatro, della danza, della musica, del cinema e dell’audiovisivo: artisti e tecnici.

Un regime pensato negli anni 30, periodo d’importanti conquiste sindacali per i francesi, a favore di una tipologia di lavoro specifica, caratterizzata dalla discontinuità d’impiego in termini contrattuali. Il regime permette ai lavoratori dello spettacolo, che generalmente usufruiscono di contratti a durata determinata, di articolare i periodi lavorativi con l’assurance chômage, l’assicurazione di disoccupazione, un diritto che il lavoratore ha accumulato attraverso il pagamento dei contributi relativi ai contratti di lavoro, e non quindi un “beneficio”. Per accedere al regime il lavoratore dello spettacolo deve lavorare 507 ore (corrispondenti a circa tre mesi e mezzo di lavoro per gli artisti e quattro e mezzo per i tecnici, anche non continuati) nell’arco di 10 mesi per gli artisti e 10 e mezzo per i tecnici. È su questa base che ottiene il diritto a otto mesi di disoccupazione capitalizzabili (che verranno pagati quando il lavoratore ne avrà bisogno ndr.).
L’accordo, ottenuto dagli intermittenti in seguito alle negoziazioni di queste ultime settimane, non è stato ancora convalidato dal Medef (la Confindustria francese), per questo motivo la tensione in Francia è ancora molto alta.
Su quali principi si basa l’intermittenza? Che cosa chiedono al governo gli occupanti dei teatri stabili di tutta la Francia e quelli della piazza parigina simbolo della Repubblica francese? Quali soluzioni possibili per uscire da quest’impasse politica e sociale?
Ne parliamo con Valentina Fago, attrice, intermittente e partecipante attiva del movimento protagonista di queste giornate di rivendicazioni.

Da quanto tempo abiti in Francia?
Fissa dal 1996, dal 1994 facendo la spola con l’Italia dove lavoravo con Luca Ronconi, appena finita la sua scuola a Torino.

Cosa ti lega ancora all’Italia e cosa alla Francia, professionalmente?
Ho a lungo lavorato con Stanislas Nordey, attuale direttore del teatro Nazionale di Strasburgo e da anni lavoro con la compagnia rennese LeProjetCollectif/Garance Dor, a lui legata. Sono tornata in Italia poco, solo per dei workshop alla Biennale e per Morte a Venezia, di Thomas Ostermeier. Lavoro come assistente di Ricci Forte per le produzioni straniere (Francia/Belgio). Seguo da lontano il lavoro dei miei colleghi italiani che resistono, contrariamente a me che sono andata via appena finita la scuola.

Quali motivazioni ti hanno indotta a scegliere la Francia? L’assetto economico e sociale riguardante i lavoratori dello spettacolo in Francia hanno avuto qualche peso nella scelta?
Il mio desiderio di vivere a Parigi ha radici personali, legate alla mia storia familiare, prima che materiali. Sono entrata nell’intermittenza nel ’96, quando i contratti erano più lunghi, i CDN (teatri stabili) avevano più soldi da investire … e se sono rimasta in Francia è stato sicuramente anche grazie al regime dell’intermittenza. L’intermittenza, così come tutto il regime della disoccupazione francese, è un dispositivo della protezione sociale che si basa sul principio di solidarietà tra tutti i lavoratori, ha un valore etico oltre che economico, e questo è uno dei motivi che mi hanno fatto affezionare alla Francia. La solidarietà tra cittadini è alla base dell’economia del lavoro francese dal dopoguerra, che si esprime attraverso il principio di ridistribuzione delle ricchezze: su ogni busta paga di ogni lavoratore francese di qualsiasi settore e qualsiasi livello, a parte le libere professioni, sono presenti i contributi necessari che permettono al sistema di protezione sociale e quindi anche alla disoccupazione, di esistere. Tale principio della ridistribuzione delle ricchezze tra tutti i cittadini non esiste in Italia, né, credo, in nessun altro stato limitrofo, forse in Germania in un’altra forma.

Puoi descriverci, in breve, le motivazioni e il contesto dell’occupazione del teatro Odeon il 24 Aprile e poi della Comedie Française, che seguono l’occupazione di altri teatri in Francia (CDN di Caen, Montpellier, Lille, Rennes, Toulouse, Grenoble, Odéon, opera di Nantese)? Che cosa temono gli intermittenti, cosa rivendicano? Come si relazionano queste proteste a quelle de le « NuitsDebout » di Place de la Republique ?
Le occupazioni sono nate sulla scia del movimento che ha occupato la Place de la Republique il 31 Marzo, subito dopo la seconda manifestazione che ha accompagnato gli scioperi molto partecipati dei giorni appena precedenti per manifestare il dissenso nei confronti della proposta di legge El Khomri. La legge, come già detto, è pensata sul modello di quella renziana, ma più edulcorata, perché in Francia il dialogo sociale ha sempre un peso più forte che non in Italia. La proposta di legge in discussione dal 3 maggio, prevede licenziamenti più facili e meno costosi per le aziende, la diminuzione dei ricorsi al giudice del lavoro, la diminuzione dell’indennità di disoccupazione post-licenziamento, l’arbitrarietà delle 35 ore settimanali che potranno arrivare, a discrezione delle aziende, a 60 ore e l’eliminazione del congedo consentito al lavoratore in caso di malattia di un famigliare.
I teatri sono stati occupati in questo contesto politico, da rappresentanti della Coordination des intermittents et precaires (Coordinamento degli intermittenti e dei precari) uniti a studenti ai partecipanti de La Nuit Debout. È importante ribadire che si tratta di una lotta che accomuna tutte le categorie dei lavoratori e gli studenti, e che gli intermittenti, dalla nascita del Coordinamento nel 2003, si sono sempre battuti affianco ai precari e a tutte le categorie in lotta sulla base del suddetto principio di solidarietà interprofessionale. Voglio ricordare che l’intermittenza nasce dalle lotte dei lavoratori del settore e dei sindacati tra il ’36 e gli anni ’60. È davvero un’eccezione tutta francese, pensata per un lavoro discontinuo all’epoca in cui questa era prerogativa della categoria dello spettacolo o dei lavori stagionali.
Il problema è che adesso tutti i lavori sono discontinui, quindi qual è la paura del Medef che in Francia come dappertutto, siede (e presiede) ai tavoli della contrattazione sociale? Che i lavoratori precari chiedano di risolvere il problema del precariato con una assurance chômage (una copertura sociale) come quella dell’intermittenza. Checché ne dica il Medef che rivendica la necessità di 185 milioni di euro d’economie sull’intermittenza, il regime non è deficitario. Queste false cifre hanno lo scopo di buttare fumo sul funzionamento dell’intermittenza.

La Coordination des intermittents et precaires è un movimento che esiste da prima del 2014, che ricordiamo come un anno di forti rivendicazioni da parte degli intermittenti…
Il Coordinamento è nato con i movimenti del 2003, anno in cui una volontà politica radicale ha tentato di sopprimere l’intermittenza. Vi fu una contestazione enorme: si sono bloccati tutti i festival più importanti, occupati i teatri, intraprese azioni dirette al telegiornale delle 20h o alla consegna dei premi Molières (equivalente degli UBU), istituite assemblee pubbliche a cui parteciparono i grandi nomi e i rappresentanti della cultura in Francia. Le lotte sono riuscite ad ottenere molto e far passare solo poche modifiche, tra cui una abbastanza drastica che riguarda le modalità del calcolo delle ore lavorate per accumulare il diritto all’indennizzo. Prima del 2003, gli intermittenti dovevano giustificare 507 ore lavorative nell’arco di 12 mesi, con una data detta “d’anniversario” che faceva da sparti-acque e corrispondente all’ultimo giorno lavorato per poter raggiungere le 507 ore. La nuova modalità si basa invece sul principio di “capitalizzazione”, che ha fatto catapultare fuori dal regime migliaia di lavoratori dello spettacolo. Il Coordinamento si è sempre battuta affinché il regime dell’intermittenza diventasse una legge: per ora sono solo due annessi del codice del lavoro, che, contrariamente a uno statuto o a una legge, sono facilmente modificabili dai governi che si susseguono.

Dal 2003 ad oggi, come ha continuato a lavorare il Coordinamento?
Il lavoro si basa sulla volontà e disponibilità dei singoli, non vi sono gerarchie e non funzioniamo come un sindacato, seppur ci sia apertura ad un dialogo con la CGT (equivalente della CGIL spettacolo). Dal 2003 ad oggi il Coordinamento svolge, con il sostegno di legali e economisti simpatizzanti, un vero e proprio lavoro di aggiornamento e di sostegno ai lavoratori, attraverso, tra le altre cose, una permanenza settimanale per accogliere tutti coloro che hanno dei problemi sul lavoro e aiutare a risolverli.

C’è sostegno da parte degli alti gradi, direttori di teatri, etc.?
Il movimento è molto sostenuto, dopo di ché i direttori dei teatri sono scelti dal Ministero, per cui non possono prendere posizioni radicali. Un esempio? La lettera blanda di Stephane Braunschweig, nuovo direttore dell’Odeon a sostegno dei manifestanti che avevano subito violenze da parte della polizia. Avremmo sperato in parole più coraggiose, ma non ha potuto, ha fatto il suo lavoro.
Nel 2003 Chéreau e Mnouchkine affermarono una scelta piuttosto conservatrice: la lotta la si doveva fare andando in scena per far riflettere le persone. Penso invece che bisognerebbe ragionare in termini di lavoro, diritti, doveri. Non possiamo crogiolarci nell’utopia che uno spettacolo, di qualunque artista, faccia cambiare chissà cosa nel mondo. Non ci sono spettacoli “politici”, c’è solo un modo politico, impegnato, di fare il proprio mestiere.

I teatri sono ancora occupati? E le contrattazioni a che punto sono?
Le negoziazioni avrebbero dovuto svolgersi lunedì (25 Aprile), rimandate a mercoledì (27 aprile) quando la proposta che ne esce fuori sembra approdare a ciò che la Coordinazione richiede da 13 anni. Purtroppo, lo sappiamo tutti bene, ormai è il Medef, la Confindustria, che decide per la politica in Occidente. Quando i principi della protezione sociale furono fondati, dopo la Seconda guerra Mondiale, grazie al Consiglio Nazionale della Resistenza (in Francia ma anche in Italia), la Confindustria non sedeva al tavolo delle contrattazioni sociali. Erano i lavoratori e i sindacati dei lavoratori che si occupavano della ridistribuzione delle ricchezze e degli indennizzi.
Oggi è il Medef che deve ratificare la proposta del regime dell’intermittenza, per far si che vi corrisponda un piano economico a loro favorevole. E chissà se lo farà, per questo bisogna tenere forte l’estensione della lotta.

Quali motivi bloccano il raggiungimento di un accordo con la Confindustria?
Come dice Samuel Churin, attore e militante per la causa comune, la soluzione economica sarebbe molto semplice, sarebbe infatti sufficiente di far aumentare i contributi patronali e salariali su ogni busta paga dello 0,4 %. Con questo minimo aumento si potrebbe riempire il suddetto preteso deficit dell’assurance chômage, la protezione sociale della disoccupazione.
Perché la Confindustria non propone questa soluzione e propone invece soluzioni che fanno uscire dal sistema di protezione sociale migliaia di precari? Perché il Capitale (scusa se il discorso può sembrare un po’ vecchio) ha bisogno di disoccupati NON indennizzati. Negli altri paesi, come in Italia, se sei disoccupato, a meno che tu non sia in cassa integrazione, non usufruisci di nessuna protezione. I disoccupati non indennizati, sono potenziali lavoratori a basso costo, disposti ad accettare qualsiasi condizione lavorativa pur di tornare a lavorare, cosa che non succede se il lavoratore è coperto dalla protezione sociale, meno adito ad accettare qualsiasi condizione di lavoro (stipendio basso, lavoro non conforme alla preparazione, luoghi disagiati, orari fuori norma). La Confindustria non ha quindi nessun interesse nel risolvere questa questione in accordo con i sindacati dei lavoratori.

Di cosa ci sarebbe bisogno?
Di rifondare il dialogo sociale di modo che la voce dei lavoratori sia preponderante rispetto a quella del Medef, della Condindustria, del patronato. Iniziare a riflettere sulla possibilità che il regime d’intermittente sia la soluzione a tutto il sistema del precariato, certamente non dal punto di vista del patronato ma dei lavoratori.

Chiara Pirri
in passato collaboratrice di TeC, abita e lavora a Parigi, è giornalista, project manager e studiosa di danza e arte contemporanea

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