Vucciria Teatro. Lost oltremondo

Vucciria Teatro presenta il debutto nazionale di Yesus Christo Vogue, dedicato all’indagine sul sacro nel mondo contemporaneo, al Teatro dell’Orologio. Recensione

Vucciria Teatro
Foto Manuela Giusto

Quando l’arte si occupa del sacro esso è inteso come stimolo di provenienza, quindi come motore che ne origina il segno, ma insieme anche come stimolo di destinazione, ossia quello scarto di volontà capace di generare una reazione emotiva in chi sia in ascolto, attraverso dunque un richiamo di discussione, di posizionamento, al senso di sacro più o meno nascosto nell’animo umano. Ciò fa in modo che la fruizione sia pilotata da una pressione affettiva molto forte, una qualità vibratile della presenza fin quasi immanente alla scena, intima e solo per brevi aperture collettiva. È un po’ la qualità dell’arte scenica questa di saper tenere insieme l’intimità e l’interazione, notevole sforzo dell’uomo mosso da passione mimetica, teatrale. Ma questa attrazione sensibile pone un doppio pericolo: prima di tutto rischia di sovrastare una coscienza di giudizio e quindi di impedire la valutazione artistica dell’opera che propone tale tematica, l’altro pericolo invece si manifesta come punto di crisi là dove l’innesco sensibile non generi alcuna rispondenza emotiva.

Vucciria Teatro
Foto Manuela Giusto

Yesus Christo Vogue, terzo lavoro della compagnia palermitana Vucciria Teatro scritto e diretto da Joele Anastasi e al debutto nazionale al Teatro dell’Orologio di Roma, dedicato all’indagine sul sacro nel mondo contemporaneo a partire da una figura messianica e sacrificale come il Cristo morente, cade nel secondo con fin troppa facilità, impoverendo la propria ricerca con uno spettacolo attraverso cui si intravede il nobile tentativo di cambiare rotta, sia per quanto riguarda i temi che il linguaggio, ma che tradisce mezzi e preparazione ancora non adeguati a un simile desiderio.

È l’orrore che accoglie in sala, sugli schermi montati nel corridoio d’ingresso alla sala scorre, con attorno il fumo a fargli da velo, l’abominio dell’uomo sull’uomo, cattura gli occhi attraverso l’immagine, dolore e narrazione del dolore si appaiano nel riquadro, convivono nella rappresentazione, attraverso un montaggio in sequenza fin qui di forte impatto. La scena infreddolita è permeata da un’atmosfera fosca e si colora di una nota melmosa, di verde lacustre, cui i suoni naturali ma cupi fanno da membrana invisibile; è la voce di un uomo (lo stesso Anastasi) che ne rompe l’estasi, quasi un fauno dei boschi, figura opacizzata che introduce in un prologo la storia del dopo storia. Siamo nel tempo dei sopravvissuti, ultimo uomo (Enrico Sortino) e ultima donna (Federica Carruba Toscano) del mondo precedente o primi del mondo successivo? Si affaccia una consapevolezza ciclica nei loro strappi di parole, dal tentativo di suicidio alla coscienza di non poter morire il passo è breve, sarà compiuto tra le urla della donna che addentando un corvo nero cerca di sottrarsi e il lamento dell’uomo che sa, comprende, di non poterlo fare. Attorno al tormento sconsolato in cui anche una resurrezione dell’umanità non è certo priva di violenza e dolore, la figura profetica e quasi angelica attraversa i sei quadri con afflati lirici che indirizzano le scelte dei due sulle anse dell’istinto, della proiezione e non sull’esperienza, giacché il mondo non esiste e chissà mai s’è esistito, prima di esistere di nuovo.

Vucciria Teatro
Foto Manuela Giusto

Ma pur che l’impianto lascia apprezzare una volontà di misurarsi con grandi e inesplicabili quesiti, questa esigenza rimane colpevolmente ancorata a una qualità di composizione non ancora sviluppata, con movimenti esitanti e immagini prive della potenza necessaria a quell’innesco emotivo – ma certo in grado di fornire chiavi intellettuali – di celebri precedenti come il Romeo Castellucci di Go down, Moses (la citazione ambientale è decisamente ricorrente) o gli ultimi lavori di Anagoor. Si avverte assenza soprattutto di una struttura filosofica che giustifichi e renda la complessità della creazione immaginifica, così come si avverte una qualità non cristallina della composizione drammaturgica, sia testuale che scenica, vittima proprio di quell’auto-provocazione emotiva a tal punto non credibile da divenire un’involontaria allusione kitsch.
Resta la convinzione che questi artisti potranno ideare opere maggiori in un contesto che meglio si adatti alle loro caratteristiche, resta invece di questo spettacolo l’ondulazione ora aggressiva ora dolente, in cui una bestemmia è una preghiera e una preghiera sa essere bestemmia, che appartiene a un’intera generazione artistica e non in cerca di identità, di azione e reazione, ognuno a suo modo, di catarsi.

Simone Nebbia

Teatro dell’Orologio, Roma – fino al 26 Marzo 2016

YESUS CHRISTO VOGUE
Tragedia impossibile in atto unico
drammaturgia e regia Joele Anastasi
con Joele Anastasi Enrico Sortino Federica Carruba Toscano
contributo drammaturgico Enrico Sortino Federica Carruba Toscano
scene Giulio Villaggio
costumi Alessandra Muschella
disegno luci Davide Manca
video e graphic design Giuseppe Cardaci
foto Dalila Romeo
realizzazione scene Alessandra Muschella Giulio Villaggio
effetti speciali Chiara Mariani
aiuto regia Nathalie Cariolle
organizzazione Chiara Girardi
responsabile tecnico Omar Scala
produzione Progetto Goldstein – Teatro Orologio
co-produzione Vucciria Teatro
PRIMA NAZIONALE

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