Virgilio Brucia e la memoria di Anagoor. Una birra con Simone Derai

Passato dalla capitale per Romaeuropa Festival 2014, Virgilio Brucia ha fatto da spunto per una chiacchierata con Simone Derai, cofondatore della compagnia veneta Anagoor

 

anagoor virgilio brucia
foto di Andrea Pizzalis

È andato in scena per qualche piovosa sera al Teatro Vascello di Roma nel programma di Romaeuropa Festival 2014, il Virgilio Brucia di Anagoor, compagnia nata a Castelfranco Veneto nel 2000. Al nucleo originario, composto da Simone Derai e Paola Dallan, si sarebbe poi aggiunta una piccola folla di artisti Marco Menegoni, Moreno Callegari, Serena Bussolaro, Gayanée Movsisyan, Eliza Oanca, Monica Tonietto e molti altri, «facendo dell’esperienza un progetto di collettività», così si legge nella presentazione. Il loro linguaggio affonda di certo le radici nella visione, nella possibilità che ha il mezzo teatrale di disegnare mondi laterali, senza che tuttavia un immaginario venga ricostruito da zero e anzi tenendosi ancorato saldamente a una dimensione storica dell’umano. Attraverso una vicenda produttiva che ha visto la compagnia crescere da realtà territoriale veneta fino a stringere una fondamentale sinergia con l’ambiente nazionale e internazionale – nel 2011 entrano a far parte della Fies Factory di Dro e nel network internazionale Apap – dalla verticale sull’Orestea di Eschilo (2004-2007) al lungo lavoro sull’iconografia di Giorgione (Tempesta, 2009) Anagoor ha esplorato a fondo il rapporto della raffigurazione dell’identità umana in rapporto alle manifestazioni naturali e al vissuto culturale di un popolo antico come il nostro. Su questa frequenza si sintonizzava anche, a partire dal 2010, il progetto su Mariano Fortuny, un ponte verso il concetto di memoria, inteso come una sorta di categoria dello spirito in grado di tenere insieme un ragionamento su passato e presente, in qualche modo un’eredità vivente.

Con la compagnia sono entrato in un ristorante di Monteverde, mi sono seduto di fronte a Simone Derai e, sorseggiando la consueta birra che accompagna queste chiacchierate, l’ho ascoltato raccontare tutto questo, focalizzandomi sugli ultimi passi del percorso, Lingua Imperii e Virgilio Brucia. Due lavori in qualche modo collegati, incentrati sul linguaggio classico, sulla «potenza della parola in quanto mezzo per raccontare – mi spiega Derai. I due lavori sono proprio un «viaggio attraverso il linguaggio, raccontano la relazione tra linguaggio epico e poetico in rapporto al potere».

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foto di Andrea Pizzalis

La prima parte di Virgilio Brucia è una sorta di «arco» drammaturgico che sembra costruire, attraverso azioni sceniche e scene preregistrate e proiettate su schermi appesi al fondale, la staticità di una storia che apparentemente non cambia con il passare dei secoli perché mediata da una forma di insegnamento imbrigliato da condizionamenti culturali. Sono molti i riferimenti all’istruzione come istituzione, una lunga sequenza filmata in forma di “fiction”, con attori che interpretano insegnanti (è il caso di Marco Cavalcoli) che disegna una storia “incisa sulla lavagna” e digrada via via dentro la rappresentazione di un immaginario sempre più bucolico, mostrando segmenti del processo industriale che trasforma l’allevamento del bestiame in ciò che mangiamo e beviamo, quasi ci si trovasse di fronte a un’allegoria della tradizione culturale ed epica così come ci viene impartita. Attraverso un procedimento scenico fluido e silenzioso, nel quale gli attori, inizialmente in abiti casuali e agenti come semplici spettatori di quella storia, vestono i panni e le posture di una vera e propria messinscena di un preciso momento storico leggendario, quello in cui «Virgilio lesse “in anteprima” il secondo libro dell’Eneide alla famiglia imperiale, questo «arco confluisce nella rappresentazione filologica – benché immaginata anch’essa, ndr – di quella notte.

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foto di Andrea Pizzalis

Da un punto di vista drammaturgico e visivo è affascinante assistere a come quel comparto di “spettatori” si faccia gradualmente attore di una ennesima versione più netta della memoria culturale: la prima parte si contrae in una vera e propria cesura, il mezzo usato passa dal video al movimento scenico, in un emblematico gioco di spegnimento e riaccensione dell’azione, risolta in un lento posizionarsi e incastonarsi degli attori in una sorta di bassorilievo, un tableau vivant immobile e però vibrante di tutta la consapevolezza acquisita. «Con Virgilio Brucia abbiamo mosso un passo in avanti – prosegue Derai – che svicola dalla direzione di Lingua Imperii, passando dalla considerazione del linguaggio in quanto forma di civiltà a discorsi più complessi, dagli alfabeti insegnati a forza per escludere un gruppo da un altro a una nuova “lingua imperii” fatta di parole piantate in testa». Riprendendo in qualche (diverso) modo il pensiero espresso da Peter Handke nel suo Kaspar, Virgilio Brucia approfondisce in maniera silente anche il «linguaggio propaganda del Novecento, entrando in un laboratorio politico imperiale con la distanza storica necessaria per ridisegnare da capo una tendenza. Torniamo a ragionare su immaginari messi insieme ad arte e offerti per il consenso». Negli studi recenti che incrociano eredità culturale e formazione dei nuclei civilizzati si è infatti molto ragionato sul ruolo che aveva il poeta vate, sulla responsabilità di nobilitare origini ed evoluzione di un’intera società che di fatto si stava raccontando in tempo reale.

Ricreata la scena del “salotto imperiale”, in cui Augusto veste una sgargiante maschera dorata, ha inizio la lettura. Con sorprendente capacità attoriale e precisione filologica che raccoglie alla perfezione anche la complicata metrica, Marco Menegoni declama l’intero violentissimo secondo canto alla presenza muta e immobile degli astanti, mentre sullo schermo scorrono i sopratitoli italiani. Per lo spettatore si costruisce un’esperienza di fruizione estremamente stratificata e faticosa, che pare fare da specchio alla difficoltà attraversata dall’interprete nei confronti, appunto, della memoria. E se ripensiamo alla struttura dell’intero lavoro, appare quasi commovente questo tentativo (di certo intellettuale ma in una forma finalmente pura, onesta) di tornare alla terra delle emozioni per ritrovarla coperta di ghiaccio.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

Leggi il ricco approfondimento realizzato da Il Tamburo di Kattrin

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VIRGILIO BRUCIA
con Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Massimiliano Briarava, Moreno Callegari, Marta Kolega, Gloria Lindeman, Paola Dallan, Artemio Tosello, Emanuela Guizzon, Monica Tonietto e con la partecipazione straordinaria di Marco Cavalcoli
concept Simone Derai, Moreno Callegari, Giulio Favotto
direzione della fotografia Giulio Favotto / OTIUM
editing Moreno Callegari, Giulio Favotto
sound design Mauro Martinuz
regia Simone Derai
costumi Serena Bussolaro, Simone Derai
accessori Silvia Bragagnolo
maschera di Ottaviano Augusto Felice Calchi
scene Simone Derai, Luisa Fabris, Guerrino Perosin
musiche Mauro Martinuz
arrangiamenti musiche tradizionali, composizioni vocali originali e conduzione corale Paola Dallan, Gloria Lindeman, Marta Kolega, Gayanée Movsisyan Byzantine chant e Kliros tratti da “Funeral Canticle” di John Tavener
beats Gino Pillon
traduzione e consulenza linguistica Patrizia Vercesi
drammaturgia Simone Derai, Patrizia Vercesi testi ispirati dalle opere di Publio Virgilio Marone, Hermann Broch, Emmanuel Carrère, Danilo Kiš, Alessandro Barchiesi, Alessandro Fo, Joyce Carol Oates
organizzazione Marco Menegoni per Anagoor, Laura Marinelli e Stefania Santoni per Centrale Fies comunicazione Virginia Sommadossi per Centrale Fies
produzione Anagoor 2014
coproduzione Festival delle Colline Torinesi, Centrale Fies, Operaestate Festival Veneto, University of Zagreb-Student Centre in Zagreb-Culture of Change
Anagoor è parte di Fies Factory e APAP-Performing Europe

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.

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