Go Down, Moses. Ragionando su libertà e schiavitù

Go Down Moses. Ri-vedendo lo spettacolo di Romeo Castellucci, in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma.

 

castellucci moses
foto di Guido Mencari

Lasciando libero lo sguardo, Romeo Castellucci racconta Mosè, la sua nascita come salvatore predestinato, il suo compito di condottiero religioso e politico e il grande mistero della comunicazione con un’entità che di continuo si manifesta nell’assenza, ma semplicemente non è interessato a farlo in modo chiaro e lineare.

Go Down, Moses ci accoglie in sala con il passeggio morbido di un gruppo di persone in abiti borghesi, un campione di “popolo” che chiacchiera da dietro le pieghe di un sipario bianco; la vista nostra sarà sempre trasfigurata da una parete di velatino che rende tutto soffuso, sfocato, auratico; c’è una terrificante scena di parto in un iperrealistico bagno pubblico sospeso in uno spazio indefinito, un fatto di sangue che pare il primo presagio al celebre Mar Rosso; c’è l’apparizione di un cassonetto dell’immondizia che pare brillare di luce propria; c’è un lungo e freddo interrogatorio a una madre che l’ha trasformato in una culla, gettandovi il proprio neonato. In questo dialogo, in cui le indagini del detective trovano a ostacolo il delirio biblico della donna sotto shock, pare affiorare l’ombra della coscienza di quello che ci accadrà, che avremo in cambio come popolo incapace di liberarci da noi stessi, mentre il ricorrere di un rullo meccanico che ingoia teste di soli capelli dentro un vortice frastornante appare come riferimento all’irrappresentabile, all’oltre-umano.

foto di Guido Mencari
foto di Guido Mencari

La risonanza magnetica a cui la donna si sottopone, che è la più attendibile e precisa analisi dei tessuti, si fa porta spazio-temporale per un viaggio a ritroso nella storia umana, richiama quell’Origine del mondo giù fino a una sorta di caverna di Platone che le luci disegnano piano tra pieghe cronologiche primordiali, il grado zero del ciclo biologico e dello spirito comunitario contratti in azioni e istinti basilari tra uomini-scimmia: sonno, risveglio, fame, sacrificio, sesso, morte, sepoltura, nascita. Da quel tunnel così asettico riemerge un corpo trasfigurato, tornato a un presente totale. E ciò che rimane è un SOS, un flebile e lugubre grido di aiuto, che nessun gioco di luce e velatino è in grado di cancellare.
Appare, affiora, sembra. Tutti verbi corretti dal cesello dell’impressione, definizioni spuntate e timide per qualcosa che non ci arriva mai del tutto, comunque mai mai mai attraverso il ragionamento, che invece occorre per descrivere.

Forse non a caso a partire dalla libertà di espressione, in un incontro presentato dal direttore del Teatro di Roma Antonio Calbi con Castellucci all’indomani del terribile attentato alla redazione parigina del settimanale satirico Charlie Hebdo, si inseriva il commento di una non giovane avventrice: con parlata sicura e forbita e terminologia accurata si domandava se sia necessario o meno, perché il teatro si avvicini davvero agli spettatori, produrre una spiegazione dei linguaggi, di tutti quei linguaggi spinti oltre la concezione ottocentesca del teatro e dei suoi mezzi. Discorso non troppo diverso da quello scatenatosi dopo il passaggio dell’uragano Latella sulle pacifiche pianure di De Filippo. Quando passa dallo stesso palco una tale varietà di linguaggi è necessario (o giusto, verrebbe da dire) andare a «spiegare» qualcosa di più? Di certo è giusto e necessario porsi questa questione, in quanto grado zero dell’urgenza prodotta verso un mezzo espressivo come il teatro. Che tuttavia rimane, appunto, un mezzo espressivo e non impressivo, una forza che esplode e comunica segni non obbligati – e magari neppure del tutto aperti – a una comunicazione univoca.

castellucci moses
foto di Guido Mencari

A onor del vero, la poetica e l’estetica di Castellucci hanno da sempre messo questa riflessione in primo piano: «L’artista non è un messaggero, è un viso tra la folla, ha solo il compito di realizzare un appello alla mente e all’intelligenza dello spettatore, un appello misterioso nel quale non sempre bellezza e piacevolezza coincidono. Non è possibile inventare immagini, ma possiamo montarle tra loro all’infinito e così all’infinito problematizzarle». Questa sorta di compito maieutico porta Castellucci a progettare un avvenimento artistico che – Lehmann sarebbe ben contento di veder raffigurate le proprie teorie – allo spettatore lascia solo un’esplosione di segni; in quest’opera complessa che non punta affatto alla sintesi a vincere è (o vorrebbe essere) la libertà dello sguardo, attraverso gli strumenti immediati della sensibilità e, certo, del bagaglio iconografico e culturale dei singoli. E qui torniamo all’inizio del discorso, alla libertà di un linguaggio così aperto, fendente, orizzontale.

Se è facile scrivere e ragionare intorno (e grazie) a quella libertà, difficile è non scivolare da un lato, in una “semplice” amplificazione del proprio sguardo o di quello dell’artista e, dall’altro, in una lezione su come riunire tutti i segnali raccolti dentro una linea chiara. Una tendenza scopre il fianco all’autocelebrazione o all’adesione incontrollata, l’altra alla colpevole sintesi autoritaria, gemella della banalizzazione. Forse occorre formulare (sempre, non solo con Castellucci) un gioco analitico e combinatorio sulla capacità che gli strumenti hanno di funzionare.
L’evidenza che il fatto teatrale si completi con lo sguardo dello spettatore pone su quest’ultimo un accento fondamentale e rende dunque del tutto legittima la domanda della spettatrice, peraltro attenta più al rischio che certi lavori troppo «criptici» allontanino il pubblico invece di avvicinarlo. Come se in quella totale libertà di associazione, che molto deve al pensiero psicanalitico di stampo freudiano, fossero al contempo nascosti una via d’accesso a strati più profondi e gli strumenti per chiudervisi dentro senza lasciar entrare nessun altro se non l’artista. O il critico.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

visto al Teatro Argentina di Roma, gennaio 2015

GO DOWN, MOSES
di Romeo Castellucci
regia, scene, luci, costumi di Romeo Castellucci
testi Claudia Castellucci e Romeo Castellucci
musica Scott Gibbons
con Rascia Darwish, Gloria Dorliguzzo, Luca Nava, Stefano Questorio, Sergio Scarlatella
assistente alla scenografia Massimiliano Scuto
assistente alla creazione luci Fabiana Piccioli
direzione della costruzione scenica Massimiliano Peyrone
sculture di scena, automazioni, prosthesis Giovanna Amoroso, Istvan Zimmermann
realizzazione dei costumi Laura Dondoli
assistenza alla composizione sonora Asa Horvitz
tecnica di palco Claudio Bellagamba, Michele Loguercio, Filippo Mancini
tecnica del suono Matteo Braglia
tecnica delle luci Danilo Quattrociocchi
produzione Benedetta Briglia, Cosetta Nicolini
Foto Guido Mencari

prima nazionale

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13 COMMENTS

  1. Bella recensione, anche se forse una recensione non è, ma perché mai dovrebbe esserlo! Molto meglio una riflessione che nasce da uno spettacolo, dall’aver incrociato una creazione artistica. Domande importanti. Mi aspettavo di leggere proprio una cosa così, dopo ieri sera, l’apertura di questi interrogativi e problemi. Dunue, grazie.
    Commento solo due cose a margine, da non teatrante. Non farei implicare al concetto di espressione una necessaria dimensione comunicativa. Da sempre nel dibattito estetico e semiotico si è distinto, rispetto all’arte, proprio questo (semplificando al massimo): comunicazione O espressione? Direi espressione, bisogno dell’artista di esprimere primariamente a sé (come si suggerisce forse nel finale di questo scritto) un nodo di dubbi, problemi, domande anche vaghissimo ma che ha bisogno di prendere, assumere una forma, per trasformarsi in sensibilità. Poi, ma eventualmente, gettare questa forma lì in un contesto, in uno spazio: ma questo non necessariamente deve produrre una comunicazione, o meglio, non necessariamente deve essere intriso di una volontà di comunicazione. Poi la “comunicazione” (ma non la chiamarei così) inevitabilmente accade. Accade perché siamo per istinto animali semiosici: davanti a un manufatto umano vogliamo capire cos’è, perché, a che fine, è stato fatto – ma a vote la domanda del PERCHé è stato fatto è sbagliata. Nel teatro c’è una cosa in più, un’ambiguità o una potenza in più: il fatto che accada in uno spazio che per storia è invece stato destinato a raccontare, a comunicare nel senso più essenziale e immediato della parola. E’ esattamente questo che porta il pubblico, singoli individui magari, a dire, durante un timido applauso: “ma cosa abbiamo fatto di male?”. C’è una PRETESA comunicativa da parte del pubblico. Ma perché? perché mai? è interessante indagarla, ma credo che essa vada minata, smontata. Certo, dentro un’affermazione così da parte mia c’è tutta la mia idea su cosa mi aspetto sia, o voglio che sia, il teatro oggi. Ma quantomeno sarebbe importante porsi nella possibilità di accogliere questa posizione (e forse è a questo che il pubblico dovrebbe educarsi): la possibilità di andare a vedere l’espressione di un artista, senza dover pretendere di “capire” nulla. Non c’è nulla da capire, c’è solo da pensare.

  2. Che popolo di deboli di immaginazione, di assuefatti allo spettacolo e alle semplificazioni didattiche o deduttive della televisione, che consumatori di merci a buon mercato siamo diventati, che non ci prendiamo più la responsabilità di decifrare, di sognare, di ricostruire, di viaggiare con l’opera d’arte, che non gli diamo la prospettiva dell0’abisso, e cerchiamo qualcuno che spieghi, medi, illustri, ci rassicuri, e chiediamo agli artisti formulette di (piatta) comprensione

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