Sul Natale di Antonio Latella. Lettera a uno spettatore

Antonio Latella e il suo De Filippo. Si è acceso un grande dibattito

 

Antonio Latella
Foto Brunella Giulivo

Caro spettatore del teatro,

in queste ultime settimane alcuni critici teatrali hanno parlato di te in un dibattito molto acceso che nasceva dall’aver visto, al Teatro Argentina di Roma, un Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo un po’ particolare, diretto da un regista di nome Antonio Latella, campano, nato nel 1967. Il fulcro della loro discussione, a fronte di reazioni piuttosto contrastanti tra il pubblico delle varie repliche, riguardava precisamente la tua fruizione dello spettacolo, si sono cioè interrogati se non fosse stato meglio che una versione così audace di quel testo finisse in un teatro in cui è noto si facciano cose più sperimentali (nel caso di Roma per esempio nell’altra sala del Teatro Stabile: il Teatro India), oppure se invece la tua partecipazione dovesse essere mediata attraverso un percorso di “addestramento” perché non ti risultasse troppo ardita la visione.
Diciamocelo subito, così ci togliamo il pensiero: io sono uno di loro, di mestiere faccio il critico. Sai com’è, la polemica è interessante, è come una festa cui ti hanno invitato ma non è mai vero fino a che non ti presenti e porti qualcosa anche tu… Ecco, quindi trovavo interesse nel loro intenso discorso e avevo pensato di rispondere e corredarlo del mio pensiero, dire soprattutto che l’impianto promozionale deve essere variato da un’opera all’altra se si ha timore della reazione. Poi però, dopo aver visto lo spettacolo ed essermi documentato, ho pensato fosse meglio scrivere a te che, pur interessato ai fatti, mi sembravi il meno interpellato nella questione.

Tu, di certo, hai conosciuto il Natale in casa Cupiello di De Filippo, scritto nel 1931, da lui medesimo messo in scena per il teatro e per quella versione televisiva divenuta ormai storica del 1977. Se hai avuto attenzione ricorderai tutta la vicenda, o una parte, ma c’è addirittura una possibilità per i meno attenti che ricorderanno come uno slogan almeno quel “te piace’ ‘o presebbio?”, ripetuto allo sfinimento dal protagonista Luca Cupiello al figlio Tommasino. Dell’interno casa con i mobili e con proprio il presepe natalizio “in fondo a destra” nell’opera di Latella non c’è traccia. La scena è vuota, c’è una stella cometa enorme, fatta di fiori gialli, appesa in alto, gli attori iniziano bendati e frontali alla platea, il protagonista parla un napoletano stentato, imitato, recitando anche gli accenti del parlato scritto che mima come avesse in mano una penna invisibile, la moglie Concetta tira un carro nero con sopra il portiere del palazzo, sceso dal cielo a portare o’ ccafè come un angelo con le ali, poi ci si lancia vistosi pupazzi di animali in una concitata preparazione della cena della vigilia e si mescolerà l’ultima parte, amarissima, del testo con Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini. Ah, infine, entreranno in scena anche un bue e un asinello. Veri.

Antonio Latella
Foto Brunella Giulivo

La scelta di Antonio Latella è dunque estrema, egli prende in mano un testo considerato sacro del più sacro dei drammaturghi del Novecento, perché il più popolare, il testo che riguarda la famiglia e in cui più facilmente si sviluppa riconoscibilità nel pubblico, poi compie il gesto di tradurlo in arte teatrale: la sua materia non è soltanto la famiglia Cupiello, ma l’opera che la mette in scena. Nell’originale Luca Cupiello cerca in ogni modo di riequilibrare il meccanismo familiare attraverso il restauro di consuetudini, il presepe ne è la raffigurazione più ovviamente speculare, quella della Sacra Famiglia, ma in quanto tale è anche la scena in cui celare ciò che si è inevitabilmente rotto, in cui il tentativo di aggiustare con la colla squagliata le macerie del proprio nucleo privato è commovente. Latella non può rifare il tempo di Eduardo, quegli abiti, quegli interni, egli deve invece rintracciare Eduardo, il suo testo, la sua testimonianza all’eternità del tempo. E allora la trasposizione in questo diverso contesto diventa il nostro contesto, la vicenda ci riguarda mentre la stiamo guardando, non c’è il sollazzo di ciò che ci è noto e che quietamente accetteremmo, mi dispiace, questo a Eduardo avrebbe fatto il verso, qui c’è bisogno che l’amarezza della vicenda ci sia intima, prossima parente, che si avvicini a ciò che viviamo nel nostro quotidiano: in ogni angolo della casa, in ogni sagoma di una rappresentazione invisibile, in ogni espressione di uomini-pastori giunti nel funebre presepe di casa Cupiello, già chiarissimo per l’autore, ci siamo noi e la famiglia di questo inizio secolo (dice delle belle cose qui Andrea Porcheddu).

Eduardo è l’ultimo dei classici, il più difficile da affrontare. Di lui si ha una memoria viva, recente, un materiale video diffuso a ogni livello, una scarsità di messe in scena fuori da contesti conservativi. Latella (ma lo faceva anche Eduardo stesso come ci ricorda Francesco Tozza qui) sceglie allora una via coraggiosa e chiede coraggio a chi lo andrà a vedere: occorre un piccolo sforzo per essere in quella sala, non farsi allontanare dalla superficie ma darsi la possibilità di affondarvi dentro; c’erano, a me vicini, due dei tuoi quella sera, i figli avevano regalato loro i biglietti per il teatro, loro pensavano di trovarsi di fronte il Natale altrui e che sorpresa è stata trovarci il proprio, o quello del mondo che hanno conosciuto; all’inizio erano un po’ scossi, ci siamo parlati a metà e mi hanno confidato che, pensando di vedere la casa il presepe e tutto, si sono trovati spiazzati, ma poi con l’andare dei minuti si sono fidati, hanno cioè smesso di guardare il già noto e hanno iniziato a guardare teatro: qui siamo nel luogo dell’esperienza vertiginosa, scomoda, occorre da cittadini prenderci dei rischi per determinare il valore delle azioni culturali, la tradizione ha bisogno di resistere a sé stessa, alla raffigurazione che se ne dà, per superare il proprio tempo. Insomma, mio caro spettatore, ci interessa che teatro facciamo o che mondo siamo? Il marito, della coppia, andando via mi ha detto contento che adesso, pur che la storia è rimasta quasi intatta e l’hanno capita interamente, su tante cose viste bisognerà pensarci, voleva dire che da questo teatro non si esce mai, resta con noi anche a luci spente, o accese, oltre il sipario; uscendo li penso ancora e vorrei essere con loro, nel momento in cui si accorgeranno dello scherzo che gli hanno fatto i figli: pensavano di aver ricevuto due posti per la platea, hanno trovato qui due posti per il palcoscenico.

Simone Nebbia
Twitter @simone_nebbia

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8 COMMENTS

  1. come al solito i critici sono intelligenti e il pubblico scemo…non può essere che a qualcuno non sia piaciuto e basta ??

    • Cara Bea,

      certo che è possibile, è anche eminentemente auspicabile che a qualcuno piaccia e a qualcuno no. Sono certo che, leggendo bene i pezzi critici (quantomeno quelli pubblicati da noi, ma è fortunatamente una tendenza diffusa), ti accorgerai che non c’è da parte della critica nessuna intenzione di affermare semplicemente “lo spettacolo mi è piaciuto”. Anche nei pezzi dichiaratamente favorevoli. Piuttosto vi è, al di là di crociate da una o l’altra parte, il tentativo di difendere a spada tratta la totale legittimità di Latella (o di chiunque altro) al lavorare su un testo come questo (o come altri). Purtroppo è quella legittimità che certe posizioni (molto più radicali delle nostre) prendono di mira con commenti o addirittura con veti di principio. Grazie di leggerci!

      Sergio Lo Gatto

  2. Bell’articolo, Simone. Il Suo scritto mette in chiaro alcune semplici verità sul Teatro con la “T” maiuscola, sulla legittimità (direi quasi necessità) di lavorare sul testo, sulla ricerca. Il pubblico, poi, è molto più avanti di quel che qualche supponente operatore culturale possa pensare: ho visto poche defezioni e molto dibattito, rifiuti sdegnati, certamente, ma anche molte condivisioni. Io, personalmente, è dal 19 dicembre che ripenso all’allestimento e vorrei quasi tornare a vedere il terzo atto, quello per me più ostico, per approfondire e riflettere ancora. In tutto questo, comunque, un plauso a Calbi per il suo coraggio.

  3. Visto, l’ho trovato incredibilmente bello, tanto da riempirmi la mente. Avevo in programma di vedere un altro spettacolo qualche giorno dopo, ma non ce l’ho fatta, ero ancora troppo presa da questo. In un certo senso lo sono ancora.

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