Carlo Cecchi. Shakespeare e la vita in musica

Carlo Cecchi dirige e interpreta La dodicesima notte di William Shakespeare. Recensione

Foto Ilaria Costanzo
Foto Ilaria Costanzo

«La musica è il cibo dell’amore», si nutre di melodie corpose e profonde, di trilli scherzosi suonati da uno xilofono, o di un clarinetto sommesso. Compirà il salto dalla Fuga iniziale, che sa di nubifragio e separazione degli affetti familiari, approderà alle Invenzioni in cui le voci si mascherano: si muta di segno, la contessa s’invaghisce della donna credendola uomo, per bramosia d’amore verso la padrona il servo borioso muterà credendola a torto di lui invaghita, il duca sarà turbato dall’uomo che in verità è donna. Altri abbellimenti nell’Intermezzo, ma quelle note di servizio fatte soltanto per rafforzar il Canto, capovolgeranno il proprio segno, lo Scherzo potrà pure tendere allo scherno, e nel Preludio il forte soccomberà alla furbizia del più debole, finché si risolverà tutto nella Giga finale, il fratello gemello giunto a rimettere le note al posto, sposare la contessa e liberare il duca dall’ossessione, conclusa la Sonata in Do maggiore. Tutto questo, o What you will, Quel che volete, seconda parte del titolo originale de La dodicesima notte shakespeariana di cui abbiamo provato, scherzando un po’, a raccontarvi l’azione.

Foto Ilaria Costanzo
Foto Ilaria Costanzo

Lo spunto lo si trova nell’impianto essenziale di questo spettacolo diretto da Carlo Cecchi, che nelle numerose tracce musicali e canzoni presenti nel testo ha voluto trovare la chiave di lettura per questo spettacolo del 2014, ora in scena al Teatro Eliseo di Roma. Non è un caso se, oltre ai costumi vistosamente evocativi (Nanà Cecchi), l’elemento scenico protagonista sia una pedana girevole (già utilizzata nei suoi fortunati Sei personaggi d’inizio Duemila) che occupa quasi tutto il palco: come una giostra-carillon crea l’illusione del movimento, il camminar stando sul posto non è soltanto rappresentazione ma gioco di realtà. Così le musiche, scritte appositamente da Nicola Piovani (pagando debito a quelle di Fiorenzo Carpi per il Pinocchio di Comencini), eseguite dal vivo e a vista, costituiscono il sostrato fondamentale che regge l’azione e la battuta. Tra le scene più riuscite quella in cui il servo Malvolio, interpretato dallo stesso Cecchi, si appresta alla lettura di una lettera d’amore, erroneamente creduta appartenente alla propria padrona. Vecchio gallo tronfio, a passo quasi di danza, in levare, vocali allungate e un lieve balbettio che è selva di parole pronte per esplodere, naturalezza e artificio per il fiorentino a cui Eduardo concesse di recitar in napoletano, Cecchi entra accompagnato da una marcetta, rullante e pianoforte, che gli conduce il passo e la mano che regge la carta, lascia poi lo spazio alla voce perché si faccia musica essa stessa per prima.

Tuttavia, per una maestria tale, che alla prima ha riservato a Cecchi anche più di un applauso a scena aperta, servono attori di grande caratura, capaci di andare oltre la buona tecnica e restituire la leggerezza del gioco senza la pesantezza della lingua. In questione non è la traduzione (di Patrizia Cavalli) ma la consapevolezza della distanza dal verso shakespeariano che necessita d’esser coperta, attraversata, avvicinata, con qualcos’altro. E in questo si nota la parziale debolezza di quest’operazione, con un comparto di attori accademici (alcuni dei quali erano già stati protagonisti del precedente shakespeariano Sogno) ancora troppo legati a un melos recitativo superabile. Senza infamia, è vero, ma senza neppure eccessiva lode.

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Foto Ilaria Costanzo

Il rischio della farsa – in cui è molto semplice incappare vista la radice plautina dell’opera – ne colpisce buona parte: Sir Andrew (Loris Fabiani), il campagnolo arricchito rimane ingabbiato nella sua vitalità svampita, sempre in falsetto, Daniela Piperno pur facendo camminare in equilibrio la serva Maria sulla furberia da commedia dell’arte, non riesce a rinfrancarsi ampliando il proprio range di toni. Similmente Eugenia Costantini cade nella trappola del doppio ruolo di Viola e di Cesario, con una voce “maschilizzata” rotonda ma estranea o la camminata a gamba larga negli abiti maschili, ma senza la profondità che pur soggiace al suo personaggio. Ne escono meno acciaccati, forse in qualche caso meno coraggiosi ma sicuramente più aiutati dal ruolo, lo zio ubriaco della contessa interpretato da Vincenzo Ferrara che senza strafare rende Sir Toby macchinoso e divertente, il duca Orsino di Remo Stella, Barbara Ronchi nella capricciosa contessa Olivia, nella progressiva perdita di fermezza e dunque nell’acquisizione di un piglio euforico convincente e soprattutto Feste, malinconico fool di Dario Iubatti che gioca a fare Totò, suona e canta con voce acerba ma con sguardo umano, per cui la legnosità della resa entra con originalità nel gusto del sillogismo che attiene al suo personaggio.

Da questa commedia degli equivoci che con garbo gioca sul travestitismo, senza pudore né giudizio nei confronti dell’omosessualità di Antonio per il fratello di Viola, dei possibili innamoramenti della contessa Olivia verso un effemminato paggio scoperto poi donna, o dell’affetto del conte Orsino verso quella stessa creduta uomo, probabilmente ci saremmo aspettati un po’ di coraggio in più, una possibile ancora all’oggi, non soltanto la messinscena di un testo, ma la sua “vitalizzazione”, convinti che siamo ancora in grado di servirci della poesia, della metrica di cinque secoli fa, per rendere giustizia alla vita. Shakespeare, che dichiara se stesso nelle parole del buffone, altro non era che un «corruttore di parole», sapeva come far sì che la musica, l’arte, fossero cibo per la vita, sapessero servirla nutrendosi di loro.

Viviana Raciti

In scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 20 marzo 2016.

LA DODICESIMA NOTTE

di William Shakespeare
traduzione di Patrizia Cavalli
con e regia Carlo Cecchi
e con Daniela Piperno, Vincenzo Ferrera, Eugenia Costantini, Dario Iubatti, Barbara Ronchi, Remo Stella, Loris Fabiani, Federico Brugnone, Davide Giordano, Rino Marino, Giuliano Scarpinato
Musiche di scena Nicola Piovani
Scene Sergio Tramonti
Costumi Nanà Cecchi
Disegno Luci Paolo Manti
Musicisti
Tastiere e direzione musicale Luigi Lombardi D’aquino
Flauti e chitarra Alessio Mancini
Strumenti a percussione Federico Occhiodoro
Assistente alla regia Dario Iubatti
Assistente alla scena Sandra Viktoria Müller
Direttore tecnico dell’allestimento Roberto Bivona
Tecnico luci Camilla Piccioni
Macchinista Edoardo Romagnoli
Fonico Giovanni Grasso
Sarta Marianna Peruzzo
Amministratore di compagnia Francesca Leone
Direttore di produzione Marta Morico
Comunicazione e ufficio stampa Beatrice Giongo
PRODUZIONE
MARCHE TEATRO
IN COOPRODUZIONE CON TEATRO FRANCO PARENTI

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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».