Teatrosofia #29. Per un teatro non-catartico. L’epicureo Filodemo

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Gettiamoci a capofitto nelle teorie estetiche degli epicurei.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

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la catarsi di una farfalla…

Le dottrine più approfondite dell’Epicureismo sull’estetica sono soprattutto conservate nei papiri di Ercolano. Una considerevole parte degli stessi contiene, infatti, i libri del Sulla poesia e Sulla musica, composti da due eccellenti Epicurei greco-romani, tra loro contemporanei: Demetrio Lacone e Filodemo, protetto del politico Lucio Calpurnio Pisone.
Costoro parlano assai raramente dell’attore. Di Demetrio Lacone ci è pervenuta soltanto la concezione, tutto sommato banale e anche questionabile, che questi usi il gesto per dare forza alle parole che pronuncia. Le poche notazioni di Filodemo sono invece molto più interessanti, perché sufficienti per ricavare un profilo ipotetico della concezione estetica epicurea e della sua opposizione a quella “catartica” dei Peripatetici.

Il documento storico più importante è rappresentato dal libro IV del Sulla poesia di Filodemo, che riporta una critica, appunto, alla dottrina della mimesi poetica-tragica di «Aristotele e la sua cerchia». Stando ad alcune citazioni che l’Epicureo riporta dell’autore, il lavoro del poeta consiste essenzialmente nell’imitazione di personaggi che agiscono secondo i discorsi che pronunciano, ricorrendo non alla rappresentazione spettacolare in senso stretto, bensì solo al verso che procede secondo ritmo e melodia. Le somiglianze con la già esaminata definizione di tragedia contenuta nella Poetica aristotelica sono evidenti. Ma dato che le citazioni dall’autore a cui attinge Filodemo non corrispondono alle linee di questo trattato, alcuni studiosi hanno pensato che egli usasse o un’altra opera di Aristotele, per esempio il libro II del dialogo perduto Sui poeti, oppure un centone di uno o più peripatetici posteriori, che sintetizza e adatta leggermente al mutato contesto culturale le originarie idee del maestro.

Tale problema storiografico può ad ogni modo essere lasciato aperto in tal sede. Occorre invece sottolineare che Filodemo si mostra molto scettico sulla tesi che la mimesi tragica proceda esclusivamente mediante il verso ritmico-melodico. E ciò dipende da tante ragioni, di cui mi limito a citare le due più importanti. Da un lato, Filodemo ritiene che l’imitazione di un carattere tragico si raggiunga soprattutto mediante il buon uso della lexis o dizione, che grossomodo corrisponde al nostro odierno concetto di “stile”. La prima ragione di dissenso consiste, insomma, nell’obiettare che l’autore abbia omesso di precisare un fatto importante. Solo il verso “rifinito” ha efficacia mimetica, mentre la versificazione isolata dalla lexis dà solo l’impressione di imitare qualcosa.
Dall’altro, Filodemo sembra ribattere all’idea – sempre risalente nelle sue linee fondamentali alla Poetica di Aristotele – che la mimesi tragica possa anche procedere senza la presenza fisica di attori che recitano un carattere in azione. Tale idea, va ricordato, non comporta necessariamente la condanna della recitazione come un orpello superfluo, giacché potrebbe anche implicare solo la tesi secondo la quale il poeta debba anzitutto usare le parole in versi per creare un coerente svolgimento dei fatti.

Ad avviso dell’Epicureo, questa possibilità non può essere contemplata. Se mimesi vogliamo, dobbiamo per forza coinvolgere anche le parti per così dire “performative”, che includono, come si legge nella col. 119 del libro filodemeo, la voce dell’attore, la musica e l’esibizione del coro. Filodemo è allora sostenitore della tesi anti-aristotelica secondo la quale la tragedia si compie solo se si pensa al teatro come a un’arte integrale o totale, così come della credenza che un buon svolgimento di un racconto in versi di un personaggio che agisce è ancora un materiale troppo grezzo, ovvero non può essere considerato come un piccolo compimento della mimesi poetica.
Pur nella sua critica di dettaglio, l’Epicureo conviene con «Aristotele e la sua cerchia» sull’idea che la poesia tragica è per sua essenza imitazione. Cosa penserebbe però della qualificazione ulteriore che vede la mimesi tragica comportare una “catarsi” delle passioni di pietà e terrore? Benché il libro IV del Sulla poesia non nomini mai questo concetto, vi è ragione di pensare che Filodemo lo conoscesse molto bene. Infatti, un frammento di una parte del libro V della stessa opera allude alla «catarsi della pietà», che sembra essere ridicolizzata dall’Epicureo. Il carattere troppo lacunoso del papiro non consente, purtroppo, di specificare in quali termini la polemica prendesse forma e misura.

Possiamo però essere quasi sicuri che Filodemo avrebbe respinto la catarsi aristotelica in maniera convinta e forse aspra. Dato che gli Epicurei sono convinti che lo scopo dell’arte è dare piacere, e giacché il piacere puro consiste nell’assenza di turbamenti dall’anima, è chiaro che essi non sarebbero stati propensi ad accogliere la tragedia che desta pietà e terrore, che anche nelle forme più blande comportano sempre uno sconquassamento dell’equilibrio psichico di chi le prova.
Qualche conferma indiretta e labile può essere desunta dal libro IV del Sulla musica. Filodemo nega qui che le melodie possano avere carattere morale ed edificante (non sono né “giuste” né “ingiuste”). Condanna inoltre il potere che il loro ascolto ha sulla mente, paragonando i loro effetti ai disturbi nefasti provocati dalla passione amorosa e dall’ubriachezza. E poiché si è visto appunto che l’imitazione tragica è portata a compimento dalla musica, è inevitabile concludere che la tragedia stessa e la sua qualità catartica siano state rimosse, perché dannose. Nel migliore dei casi, le melodie potrebbero essere recuperate, adattandole secondo modulazioni e gradazioni delicate.

Se un’estetica teatrale epicurea è mai esistita, essa probabilmente predicava il bisogno di un “teatro non-catartico”. Un teatro cioè che non miri a edificare o istruire l’anima dello spettatore con qualcosa di grande e sconvolgente, bensì a dilettarla dolcemente con cose piccole ma vive. Poiché però Filodemo concepisce, sempre nel libro IV del Sulla musica, il teatro come un qualcosa che va “visto” più che “ascoltato”, opponendolo esplicitamente alla musica, andrebbe forse precisato che gli Epicurei vagheggiavano un modello di spettacolo bello. Più che un’idea di teatro puro, l’estetica non-catartica epicurea offriva forse un alto ideale di performance dal vivo.

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…sbagliando essi sul significato delle parole smilze, le quali invece per i gesti degli attori acquistano enfasi (Demetrio Lacone, Sulla poesia, libro II, colonna 27)

Ma dobbiamo considerare le dottrine dei [critici] che abbiamo descritto, cioè Aristotele e la sua cerchia, circa l’imitazione. (…) …di aver scritto che «l’imitazione è stata posta come essenziale alla poesia». Ma il suo proprio non riguarda ogni forma di mimesi, né si ricorda che «l’agire è stato posto come essenziale alla versificazione». Sostengo che non è nemmeno vero che «qualunque sia la cosa con cui ciascuna imitazione ha a che fare, esse sono tutte condotte con uno sguardo sulle persone in azione, ma i poeti rappresentano le azioni di persone che agiscono in accordo con i loro discorsi, e non per mezzo della rappresentazione spettacolare», dice, «bensì attraverso le parole». La maggior parte [dei critici] fraintende questo punto. (…) Quanto alla tesi che «la [mimesi] tragica si compone di versi, ritmi e melodie», la nega. Né, come abbiamo visto, ciò che si esprime in versi… non dà voce alle creature viventi, seppure qualcuno dice che il carattere sembri parlare. Dunque ho desunto come sia assurdo sia lasciare fuori questione la loro [dei poeti] dizione, in cui la mimesi per dirla tutta consiste, ma dire che «la versificazione di cui si strutturano»… [Uno potrebbe poi dire che la tragedia realizza l’imitazione] non solo con i versi dei lirici e non [solo] con le loro parole, ma anche con gli attori e non solo con le loro forme corporee. Asserisco che questa richiede tutte queste cose, almeno se vuole essere superiore alla composizione, visto che penso che la composizione poetica nasce davvero quando vi è eccellenza, e non solo nello stesso genere dell’arte che riguarda i versi (Filodemo, Sulla poesia, libro IV, colonne 106-109)

Inoltre, non è solo «per mezzo del discorso» che «la tragedia raggiunge la sua piena compiutezza», ma si raggiungono molte cose con la voce degli attori, i canti degli auleti e il coro, esattamente come prevede il poeta lirico (Filodemo, Sulla poesia, libro IV, colonna 119)

…pietà… deriva separatamente dall’errore. Un’arte… essere… la catarsi tragica della pietà, e… di… che sono pietosi… rappresentativo di sofferenze altrui… nessuna pietà… né di pietà… Ma è davvero acuto… (Filodemo, Sulla poesia, libro V, frammento 4, colonna 2)

Inoltre, la musica per sua natura non obbedisce né disobbedisce alle leggi, e lo stesso vale per gli spettacoli (Filodemo, Sulla musica, libro IV, colonna 139)

Senza dubbio poi la musica non ha il potere di consolare dai patimenti d’amore – infatti questa si ottiene solo mediante il ragionamento -, ma anzi procura delle distrazioni che bloccano il pensiero, al pari degli atti sessuali e dell’ubriachezza (Filodemo, Sulla musica, libro IV, colonna 129)

Peraltro, partendo dai termini theorein [guardare], theates [colui che guarda], theatron [l’oggetto guardato], il mio avversario sostiene che è proprio al divino che la musica più antica si rivolge. Ma piuttosto che dire che è da theorein che la parola theion [divino], si dirà che è da thein [correre brillando] che theorein, theates e theatron provengono (perché il termine theion non ha più a che fare con queste parole che thein); e ne segue che sono i theamata [cose viste / spettacoli] che la tradizione ha trasmesso per venerare gli dèi, e non la musica, essendo questa fatta per l’orecchio (Filodemo, Sulla musica, libro IV, colonne 118-119)

[I passi del Sulla poesia e del Sulla musica di Filodemo sono tradotti da me. Uso rispettivamente le edizioni di Richard Janko (a cura di), Philodemus. On poems, books 3-4, with the fragments of Aristotle «On poets», Oxford, Oxford University Press, 2011, e Daniel Delattre (a cura di), Philodème de Gadara. Sur la musique, Paris, Les Belles Lettres, 2007. Invece la traduzione del passo di Demetrio Lacone è tratta da Costantina Romeo (a cura di), Demetrio Lacone. La poesia, Napoli, Bibliopolis, 1988]

Enrico Piergiacomi

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