Ilaria Drago. Voce di bestia irredenta

Ilaria Drago con L’inquietudine della bestia alla Casa delle Culture. Recensione

 

ilaria drago
Foto Patrizia Vicinelli

Ilaria Drago. Non c’è un’artista che meglio rappresenti l’involuzione vissuta dalla rilevanza dell’arte performativa in quest’epoca recente. La sua storia si svolge a strappi e nascondimenti, più o meno voluti, tra necessità di ritirarsi perché ancora abbia motivo il tempo della creazione e quel desiderio più che lecito di mostrare non uno spettacolo, si badi, ma il frutto di una propria trasformazione, le scintille prodotte da un movimento progressivo e libero. Entrambe le direzioni svelano però l’una l’avversità dell’altra, ché se da un lato la fuga dall’esperienza mondana permette una limpida qualità di ricerca, dall’altro è proprio in virtù di questa sottrazione che lo stolido ambiente artistico si rende distratto e non riconosce se non i presenzialisti, buoni per ogni stagione. Teatrale, of course. Proprio a chiusura di una di esse, alla Casa delle Culture di Roma, ha preso vita una estemporanea personale dell’artista fiorentina, da anni trapiantata nella campagna viterbese, con tre spettacoli in tre diverse serate: il Simone Weil_concerto poetico, MaddalenaMaria e L’inquietudine della bestia.

Quest’ultimo, che vede in scena la danzatrice Alessandra Cristiani e la musicista Danila Massimi, muove da un testo (edito Nemapress, 2013) che la stessa Drago ha scritto per ispirazione dalle opere dell’artista Rossana Borzelli, ai cui volti giganti è affidato quasi naturalmente l’impianto scenografico. Si tratta di un recital, ma che sospinge ogni parola in una raffinazione di ritmo che si fa di per sé stesso movimento, azione, corpo; la parola che emerge dalla bocca dell’autrice finisce in un trasporto emotivo sull’eco delle note percussive di Danila Massimi, accuratamente condotte da Marco Guidi che dispone il suono e solo allora, per addentellati mimetici, s’infrange sul corpo che ne è insieme rarefazione e ossigeno, richiamo segreto e ossuto e commiato, irredento, sintomo di appartenenza.

«Sono stanca di questa bambina morta che mi resta addosso», grida la voce che si erge fino a un canto sotterraneo, vibrazione orientale insinuata come un rivolo d’acqua nella terra riarsa, è stanca di non poter essere insieme bambina e donna, non accetta né l’una né l’altra via, non accetta di essere stata e di essere ancora, tuttora, fuori da ogni età e con un’età, definita, sul corpo; eccoli, i segni, scivolati nel sangue irrorato lungo l’intero palco e che sgorga da L’origine del mondo di Gustave Courbet, assiepati nell’azzurro notturno, spettrale, che non lascia scampo: sono ansimi di rugiada organica, scendono come preghiere carnalizzate, non dell’anima, estinta, raggelata nel primato ardente del suo involucro corporeo. È quello di Alessandra Cristiani, appena antropomorfizzato, la cui origine animalesca è tanto più evidente nella stilizzazione della figura che nella danza tribale; è un groviglio il corpo, si contorce, si ritrae nella cicatrizzazione ma riesplode nella disputa che trasforma la ferita in una fonte di sangue, compitando l’attesa di qualcuno che ne beva. La danza, dibatte e contrae la pensosità sacerdotale, poi libera e zittisce il canto, sibilo, di nuovo voce. Tra il guizzo e l’ancoraggio è quel corpo che non ha pace, perché non è al cospetto dell’uomo che si misura, ma dell’eternità in vita, cui ha dato nome di dio.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

Casa delle Culture, Roma – aprile 2015

L’INQUIETUDINE DELLA BESTIA
scritto, diretto, interpretato da Ilaria Drago
voce e percussioni Danila Massimi
musiche e ambienti sonori Marco Guidi
danzatrice Alessandra Cristiani
con le opere di Rossana Borzelli

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