Il Visitatore, algidità e calore al Teatro della Pergola

Il Visitatore di Schmitt con la regia di Valerio Binasco, la recensione.

 

Foto Ufficio Stampa
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Euforia. Si avverte chiaramente nel malcelato orgoglio delle maschere, o nelle strette di mano decise che i responsabili dell’ufficio stampa scambiano con i giornalisti. Qualcosa è cambiato per il Teatro della Pergola e l’entusiasmo sembra diffondersi dagli uffici fino in sala, depositarsi come una patina sugli stucchi dorati e sul velluto delle poltroncine. «Oggi è un grande giorno» si sente dire da più persone assiepate in un foyer dove fa capolino anche una telecamera della RAI: perché oggi è il giorno in cui il Teatro della Pergola e il Teatro Era di Pontedera sono stati riconosciuti Teatro Nazionale, uniti sotto l’insegna della Fondazione Teatro della Toscana.
Nel buio che precede l’apertura del sipario mi accorgo di sorridere, contagiato da un’elettricità inaspettata: quasi dimentico ciò che sta per accadere sul palco, come se lo spettacolo fosse soltanto una nota a margine di un’eccitazione che per una volta non ha luogo su quelle assi di legno e sotto quelle luci artificiali. Eppure anche di inesplicabili processi osmotici vive il teatro, e forse la prima fiorentina de Il visitatore, atto unico del belga Éric-Emmanuel Schmitt, restituirà amplificate queste suggestioni.

Foto Ufficio Stampa
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La scenografia di Carlo De Marino rivela fin dai primi istanti un’impronta di austera semplicità: lo studio di Sigmund Freud, nel quale si ambienta la vicenda, è ricostruito rifuggendo qualsiasi accuratezza di stampo cinematografico, ed esaltandone anzi gli aspetti posticci. Ben visibili sono le americane sulle quali sono montati i riflettori, così come le corde su cui è sospeso il soffitto della dimora viennese. L’appartamento tuttavia non esaurisce lo spazio scenico: a destra del palco solo un lampadario art decò pende tra le quinte nere, quasi a delimitare i confini nei quali le costruzioni umane, siano esse architettoniche o teoretiche, hanno valenza. Sono tracce estetiche che sembrano preannunciare l’intento della regia di Valerio Binasco: il suo Visitatore è infatti l’esito di un processo sottrattivo nei confronti del testo, depurato da molte delle indicazioni dell’autore, lascia centralità al lavoro attoriale. Colpi di tosse strozzati, piccoli e rapidi passi per attraversare la scena e una mano destra che trema in continuazione: Alessandro Haber scompare mimeticamente dentro il corpo di Freud, un uomo ormai prossimo alla morte per un dolorosissimo cancro alla gola e che tuttavia di fronte alla violenza di un gerarca nazista (interpretato da Alessandro Tedeschi) conserva un glaciale sarcasmo yiddish. Mentre aspetta terrorizzato che la figlia Anna (Nicoletta Robello Bracciforti) venga rilasciata dalla Gestapo, Freud riceve la visita di uno sconosciuto (un biondo Alessio Boni), sulla cui identità grava un irresolubile mistero. Binasco interviene soprattutto su questo personaggio: se nella volontà di Schmitt avrebbe dovuto essere ritratto come un elegante dandy dall’aria vagamente annoiata, qui è un clochard, uno sconfitto dalla vita che incontra lo psicanalista proprio quando anche questi rischia di soccombere di fronte alla malattia e alla crudeltà umana. È soprattutto il razionalismo ateo di Freud a essere messo a dura prova dall’umanissimo sentimento della paura, e dall’eventualità — o dalla speranza — che quel giovane uomo non sia un mitomane fuggito dal vicino ospedale psichiatrico, ma Dio stesso.

I due, in una beckettiana notte di attesa, ingaggiano un duello verbale su questioni altissime: il male nel mondo, i limiti della conoscenza umana, la conciliabilità tra bontà e onnipotenza divine. Il mondo avrebbe presto aperto gli occhi su Auschwitz, e Dio si sarebbe trovato sul banco degli imputati, accusato di avere permesso, con la facile giustificazione del libero arbitrio, l’indicibile orrore della Shoah: un nucleo tematico, quello della teodicea, che sembra però essere materia troppo elevata per la penna del drammaturgo francofono. I dialoghi tra i protagonisti, infarciti di luoghi comuni sulla sterminata superbia umana, impallidiscono di fronte ai cinici scambi di battute che un altro malato e un’altra intelligenza celeste pronunciano in Angels in America di Tony Kushner, capolavoro di acume e compassione che condivide con la pièce di Schmitt l’anno di debutto, il 1993. E tuttavia un testo debole e fastidiosamente educativo come questo fornisce a Boni e soprattutto a Haber modo di impressionare, più della corretta ma fredda regia di Binasco, il compassato pubblico della Pergola.

Si accendono le luci in sala, e i quattro attori sono accolti da un’ovazione, da spasmodici “bravi!”. Una signora si sbraccia dalla prima fila per stringere la mano di Haber, che porge un commosso saluto a Luca Ronconi, e un emozionato Alessio Boni ricorda il maestro Orazio Costa Giovangigli. Mi volto a contemplare il pubblico in piedi, nella sala affrescata: eccola di nuovo, quell’euforia.

Alesandro Iachino

Visto al teatro dell Pergola, febbraio 2015

IL VISITATORE
di Éric-Emmanuel Schmitt
traduzione e adattamento Valerio Binasco
regia Valerio Binasco
con Alessandro Haber, Alessio Boni,
Nicoletta Robello Bracciforti, Alessandro Tedeschi
musiche Arturo Annechino
scene Carlo De Marino
costumi Sandra Cardini
produzione Golden Art Production

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