Taccuino critico – Herlitzka, le serve, i conigli

Nel Taccuino Critico di questa settimana: Roberto Herlitzka con ExAmleto al teatro Lo Spazio Le Serve di Genet (regia di Marco D’Amelio) al Doppio Teatro; i conigli non hanno le ali (regia di Paolo Civati) al Teatro dei Conciatori

 

le serve
foto di Benedetta Rescigno

LE SERVE – UN CASO CHE NON ESISTE
Traduzione e Regia: Marco D’Amelio
Aiuto Regia: Francesca Marchionne
con Valentina Bonci, Chiara Mancuso, Federica Salvati
Luci: Flavio Mattei
Organizzazione generale: Michele Robibaro

Del Doppio Teatro – diretto da Giancarlo Fares, Riccardo Frattolillo, Federico Balzarini e Lorenzo Calvani – la ripida scala in discesa ci ricorda l’origine come cantina: palco piccolo e squintato, foyer a mo’ di salotto anni Settanta, platea minuta ma affollata, per assistere a un allestimento de Le Serve di Jean Genet diretto da Marco D’Amelio. La storia delle serve Claire e Solange, che escogitano una vendetta sanguinaria ai danni della dispotica Madame, era stata ispirata al controverso autore francese nel 1946 da un celeberrimo fatto di cronaca: le sorelle Papin, cameriere in casa di una ricca famiglia, avevano massacrato la signora e sua figlia infliggendo loro indicibili sevizie. Genet ne aveva tratto una morbosa parabola in cui il delitto non avviene mai, ma lavora nel cervello delle due sorelle, che lo mettono in scena interpretando a turno il ruolo di Madame. Il loro piano fallirà, ma la rabbia ha ormai intaccato la lucidità di percezione e la realtà non può che risolversi in un tragico epilogo. D’Amelio riduce al minimo l’impiego delle scene, piazza una brandina di ferro nel mezzo e una scrivania da un lato e ricava quinte/teche nel muro. Qui si “annida” Madame (Federica Salvati), un prototipo di giovane madre metropolitana in perenne tenuta da fitness, iPhone in cuffia e forse un SUV parcheggiato fuori, mentre le serve (Valentina Bonci e Chiara Mancuso) – opposte anche per corporatura – incarnano due anime della stessa pulsione. Nonostante il buon lavoro di queste ultime – soprattutto di Mancuso che sfodera mimiche quasi da film muto –, di fronte alle quali Madame non riesce a evocare una reale minaccia, la regia (forse di ispirazione e pratica più cinematografiche) sembra più interessata a intonare le battute, comunque stonata dal contrasto tra affondo nel carattere e indicazioni di recitazione volutamente monotone, dimenticando l’enorme carica polemica che sempre dorme in Genet un sonno inquieto: la critica ai costumi, la morbosità dei rapporti, ma anche (era il 1946) la palese evocazione della guerra appena finita, con un massacro che davvero non riusciva ad avere martiri. Forse occorrerebbe più coraggio nell’attraversare il testo, uno slancio vitale della regia in grado di spezzare anche la sola visione frontale, della scena e dei personaggi.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

Foto Ufficio Stampa
Foto Ufficio Stampa

I CONIGLI NON HANNO LE ALI
Regia Paolo Civati
Autore Paolo Civati
Interpreti Francesca Ciocchetti e Tommaso Cardarelli
Musiche Valerio Camporini Faggioni

A teatro ci vogliono le storie. Si grida a voce alta quando si è investiti da estetismi, fantasie acidificate, mummie espressive di provenienza ante avanguardista. Paolo Civati, nel silenzio generale, ne scrive una dal titolo improbabile, I conigli non hanno le ali, e la porta in scena al Teatro dei Conciatori. Si tratta di un dialogo infarcito di monologhi per due attori: Francesca Ciocchetti sarà Marianne delusa da un vita che poteva essere altra, Tommaso Cardarelli è invece il marito Richard, vittima di frustrazioni da riversare nella famiglia che ha costruito. Ci sono due figli, Lucas e Sarah, non li vediamo mai ma ne avvertiamo la crescita farraginosa, messa a rischio dalla generale insoddisfazione. La loro assenza si fa sempre più evidente, pian piano si trasformano in convitati di pietra, silenziose macchine del giudizio sulla storia di un amore sfiorito.
C’è un’atmosfera sospesa, evocata da qualche secante luminosa e audio ambientali, con musiche mescolate a sonorità d’esterni; la scena è vuota ma delimitata da bicchieri di vetro in cui cade, inesorabile, una goccia alla volta da un’invisibile colatura del soffitto. La struttura del racconto è un continuo andare e tornare dal passato magnetico all’oggi isterico, in cui si annida una nascente tragedia. Civati cerca essenzialità e la espone al rischio di povertà espressiva, il suo merito è quello di porre attenzione su una materia viva, urgente, l’evoluzione delle coppie contemporanee mai come oggi ottenebrate da nevrosi. Per farlo si serve di attori che eccedono l’espressività con vocalità e gesti, probabilmente assuefatti all’isteria dei personaggi, e compone una drammaturgia la cui indagine troppo indugia nel confronto tra presente e passato, ma nonostante ciò lo spettacolo lascia conti in sospeso con le coscienze di chi vi assiste, fuori abbiamo chiamato mogli, amanti, fidanzate, abbiamo rassicurato noi stessi che a noi no, a noi non può accadere. Neanche a loro, direbbe probabilmente Civati.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

examletoEXAMLETO
Di W. Shakespeare
Diretto e interpretato da Roberto Herlitzka

Il Teatro Lo Spazio è un luogo piccolo, ma accogliente, uno dei tanti teatri romani sotto i cento posti, quelli dove si fanno le ossa in tanti, quelli in perenne difficoltà, molte volte perché incapaci di attirare pubblico, ma sempre e comunque dimenticati dalla politica, sconosciuti alle grandi riforme. Lo Spazio – a Roma zona San Giovanni in via Sannio, dove la mattina vi è il popolare mercatino – si contraddistingue per una programmazione multidisciplinare e varia nella quale si alternano le giovani compagnie, gli autori affermati e la musica dal vivo. Dunque non bisogna essere troppo sorpresi dalla presenza di Roberto Herlitzka in apertura della stagione diretta da Alberto Bassetti e Francesco Verdinelli. Anche lo scorso anno l’attore torinese, classe 1937, portava in scena al Teatro Lo Spazio il suo ExAmleto, spettacolo del 2001 di cui cura anche la regia. Herlitzka è veicolo del personaggio scespiriano: in un certo senso sembra di assistere a una lunga prova, nella quale l’attore protagonista allena la propria memoria tenendo a bada (fino a un certo punto) l’immedesimazione e le azioni. Si muove pochissimo, la maggior parte del tempo è seduto e in alcune occasioni appare quasi goffo, eppure ci prende per mano e ci mostra le mille strade che serpeggiano nel più celebre dei testi teatrali; ci sveglia quando ci addormentiamo o ci scuote all’occorrenza, per poi illuminare il dramma evidenziando con ironia e cambi magistrali certi passaggi.

Andrea Pocosgnich
Twitter @Andreapox

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