stArt up Teatro 2014. Due mari, una capanna

stArt up Teatro 2014. Terza edizione del festival del Crest di Taranto. Uno sguardo generale e qualche nota critica

 

Capatosta
Capatosta – foto di Lorenzo Palazzo

A Taranto non ci eravamo mai stati. Ma non per questo non eravamo al corrente di stArt up Teatro, la bella iniziativa che, quest’anno per il terzo consecutivo, grazie al progetto una.net dei Teatri Abitati pugliesi, anima le due sale del TaTÀ. Nel cuore del quartiere Tamburi, avamposto a nord-est che fronteggia direttamente la discussa acciaieria Ilva (ex Italsider), sorge infatti questo spazio gestito dal Crest, nato a Taranto nel 1977 come «Collettivo di Ricerche Espressive e Sperimentazione Teatrale» e oggi presieduto e diretto da Clara Cottino con la condirezione artistica di Gaetano Colella, mentre Giovanni Guarino si occupa dei progetti educativi. Dunque ricerca, produzione, formazione ed educazione per una città che, nonostante faccia parte di una regione, la Puglia, cui questi ultimi anni di maggiore attenzione delle istituzioni culturali hanno regalato una rinascita, non possiede un teatro. L’unico luogo teatrale è privato e si chiama Teatro Orfeo: situato nella bella città nuova ospita anche una stagione “comunale”, per la quale tuttavia il Comune paga un affitto. Da una mancanza, dunque, nasceva il progetto della compagnia di andare ad appropriarsi di uno spazio e, abitandolo, di trasformarlo in un luogo. I 1000 metri quadrati assegnati all’Università di Bari (che a Taranto ha alcuni distaccamenti) sono stati faticosamente conquistati dal collettivo, che ora li anima dal 2009.

Ma sembra non sia possibile dire di “fare teatro” senza un festival che del territorio divenga vetrina. E mai come in questi casi proprio le vetrine sono importanti. Allora a stArt up ci siamo andati volentieri, a respirare un po’ di questa temperie, purtroppo mescolata alle famigerate “polveri rosse” che esalano dagli stabilimenti incriminati. Proprio lì, a pochi passi da una delle grosse contraddizioni economiche, politiche e sociali dell’Italia di oggi, abbiamo inalato a pieni polmoni una risposta culturale e di pubblico tutt’altro che scontata. Quindici eventi tra spettacoli e installazioni, un laboratorio di visione (Allenare lo sguardo condotto da Massimo Marino) e incontri su temi di scala nazionale, dalle residenze artistiche allo spreco alimentare, dal network internazionale dell’IETM al convegno dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro, che ha confermato la presenza di visioni un po’ anchilosate, ma ha anche portato all’orecchio interventi più freschi, maggiormente in grado di lanciare un discorso.

Psycho Killer - foto ufficio stampa
Psycho Killer – foto ufficio stampa

Le nostre danze le ha aperte – nel suggestivo MuDI, Museo Diocesano nel cuore della decadente e come appena bombardata città vecchia – ResSòrt, esito del laboratorio Acqua+ condotto da Stefania Marrone e Cosimo Severo con la popolazione tarantina a partire da Un nemico del popolo di Ibsen; c’è stata (per noi che abbiamo visto quasi tutto) la ripresa dell’omaggio di Deflorian/Tagliarini a Cafè Müller di Pina Bausch (Rewind), ricordo che si fa racconto emotivo e personale e ragionamento sulla memoria del contemporaneo che rischia di perdersi in una assurda museologia; c’è stato il passaggio del Be normal! di Teatro Sotterraneo; il neo medioevo di Sette opere di misericordia e mezzo, «accadimento teatrale a causa di Salvatore Marci», il primo studio di Opera Nazionale Combattenti, straniante e ancora acerbo esperimento di Principio Attivo Teatro attorno al mancato terzo atto dei Giganti della Montagna di Pirandello e che adesso è in cerca del denaro per proseguire la produzione in un’area per cui – abbiamo subodorato – non si ha ancora chiaro come gestire il tesoretto nato nella rete dei Teatri Abitati.

Qualche parola in più è dovuta alla serata di venerdì 26, con il forsennato e affollatissimo Psycho Killer, irresistibile e forse un po’ insistito «scherzo» di Walter Spennato e del «barbone teatrale» Ippolito Chiarello, ottimo e infaticabile mattatore in una sorta di “sequestro” del pubblico da parte di un disperato e melanconico sicario. Se l’ossessivo affresco per attore solo ispirato a Delitto e Castigo di Dostoevskij in Sa vida mia perdia po nudda offerto dal solido e tonico Leonardo Capuano – tra dialetto sardo, allenamento di wrestling e Pearl Jam sparati a tutto volume – ci ha regalato bei momenti di tensione scenica ma forse poco contatto reale con lo spettatore, a prenderci a pugni nello stomaco è stato più Capatosta, spettacolo/parabola sull’inferno dell’Ilva di ieri e di oggi che Gaetano Colella ha tratto da interviste sul campo e portato in scena con Andrea Simonetti per la regia di Enrico Messina. Un esempio di teatro sociale fatto con mezzi rigorosi (e non minimi) e recapitato con una regia e un’esecuzione eleganti, non ingombranti, al servizio di una denuncia frontale sì dello scandalo industriale, ma ancor di più del terreno (sotto)culturale che lo riceve, tra l’utopia di una riaccesa miccia di lotta di classe e l’ignavia in cui gli operai rischiano di scivolare. E la sala grande del TaTÀ era piena di tarantini, cosa che a pensarci razionalmente fa calare le temperature laviche dell’acciaieria in un’atmosfera agghiacciante, mettendo un punto a un progetto ben pensato e ben eseguito.

L'osso duro
L’osso duro – foto di Vito Mastrolonardo

Della dilaniante parola poetica dei Giganti “stravisti” da Latini e Fracassi abbiamo già parlato di recente in queste pagine, è da tempo però che non fermavamo l’occhio sul lavoro di un artista di indubbio spessore, Roberto Corradino. Il suo L’osso duro conferma felicemente l’ostinatezza di questo grintoso e arrabbiato figlio della Puglia. A fronte di qualche perplessità che resta nella gestione del comparto drammaturgico (il racconto di Kafka L’artista del digiuno si mescola alla più profonda identità personale di chi mette in scena il corpo tutto) è sorprendente la ricerca di questo attore intorno alla presenza scenica. Stavolta il talento che sempre abbiamo visto in Corradino riesce a posizionarsi in una dimensione performativa davvero stupefacente, attraverso una disciplina del gesto che ha felicemente lasciato indietro certa gigioneria e un complicato e quasi schizofrenico uso della voce, aperta a due registri opposti, due opposti caratteri, il digiunante per scelta e il fratello macellaio che tenta di nutrirlo con “quello che fa bene, che si vende” due inquietanti metà della stessa urlante urgenza. Se – pur senza abbandonare il ritmo e i toni nero pece – nella tessitura drammaturgica Corradino trovasse (magari con l’ausilio di un severo occhio esterno) lo stesso solido controllo che domina l’esplosione del corpo, saremmo davanti a un esperimento memorabile.

Dar conto di quel che abbiamo visto è importante, ma più importante è darlo di ciò che abbiamo vissuto: il rinnovato piacere di eleggere un nuovo luogo di possibili incontri tra artisti, critica e spettatori è avvenuto alla vista di un pubblico attivo e variegato, dagli ufficiali dell’esercito impegnati come laboratoristi a intervistare e recensire fino alle anziane signore in pelliccia di fronte a qualcosa che era forse – e per fortuna – impossibile trovare identico in altre tappe di tutti i giorni.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

www.teatrocrest.it/startup-teatro

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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