Be Normal! di Teatro Sotterraneo. O della vocazione

Be Normal! Il Teatro Sotterraneo chiede e si chiede: Cosa fai per vivere?

 

Be Normal!
Foto Emiliano Pona

Avevamo lasciato il Teatro Sotterraneo a. Ma non è vero che l’avevamo lasciato. E poi: chi l’ha lasciato? Noi. Noi chi siamo? Siamo quelli che seguono le tappe di evoluzioni artistiche e possono permettersi di dire: “avevamo lasciato il Teatro Sotterraneo a”. Non è impazzito il critico. O non del tutto. Egli intende usare l’artificio retorico per ricondurre a un concetto che merita attenzione: l’incontro stagionale con una compagnia teatrale è nutrimento di sfere professionali limitrofe, ritrovare con i loro lavori ultimi il Teatro Sotterraneo a Short Theatre o Fibre Parallele a Teatri di Vetro è per tutti un appuntamento di cui si deve conservare la forza motrice, promuoverne di ancora più intensi ed efficaci, giacché se impossibile è nel fertile mondo delle arti una asetticità che lo renderebbe sterile – e che ingenuamente si chiamerebbe oggettività – la spinta ad affondare la soggettività non può che diventare l’unica via feconda, inarrivabile estremizzazione del confronto. Diretto. In cui “noi” è fatto inevitabilmente da parecchi “io”.
Tutto questo è per rispondere alle critiche poco accorte e insidiose di chi – paradossalmente artista egli stesso e in continuo bisogno di quella vicinanza come Daniele Timpano, che lo scrive su Facebook ossia il più grande organo di comunicazione del mondo e non potrà lamentarsi se ne faccio menzione su un piccolo giornale di settore – denuncia un non so cosa nell’attendere e dialogare con gli artisti a fine spettacolo.

Avevamo lasciato il Teatro Sotterraneo, dunque, al primo capitolo del Daimon Project che prendeva le mosse da un sostanziale mutamento interno alla compagnia, lanciando gli artisti pratesi* verso un nuovo corso della loro ricerca e un nuovo tema, quello della vocazione. Si trattava di Be Legend!, una serie di brevi appuntamenti attorno alla figura del personaggio leggendario (che fosse Amleto o Giovanna d’Arco) incarnato in scena da un bambino, diverso in ogni episodio, come a voler indicare che la leggenda non fosse altro dall’estremizzazione di quel “daimon” primario, quell’inclinazione istintiva appartenente all’uomo come un’orma nell’anima.
Successivo – ma di parallela elaborazione – è invece Be Normal!, che sta al primo come naturale contraltare, reindirizzamento verso la condizione dell’umano e attualizzazione del mito nel mondo contemporaneo che ne disfa la virtù esplorativa, la linfa vitale, che riduce la vocazione in forma di passatempo, quando va bene, o sempre più spesso a orpello di origini fanciullesche da ingoiare nel banchetto famelico della vita adulta. “Cosa fai per vivere?”, esordisce il foglio di sala. Per vivere, cerco di vivere. Si dovrebbe rispondere per stare al gioco, che gioco non è.

Be Normal!
Foto Emiliano Pona

Sul palco del Teatro Sotterraneo, agito con grande abilità plastica da Sara Bonaventura e Claudio Cirri sotto l’attenta supervisione di Daniele Villa in regia, c’è un’intera geografia che prende corpo per estensione percettiva: là dove c’è solo un fondale nero e due colonne non previste nel mezzo, quel loro gioco rivela una metropolitana in attesa di passeggeri, strade, semafori, supermercati, ma invece di geo-soffocare il mondo-palcoscenico lo intreccia a quelle ipotesi figurali in un continuo straniamento che è un po’ una misura stilistica di riconoscibilità e connota la loro ricerca di arguzia e affilata ironia. Non ne manca, anche quando si mette in scena un colloquio di lavoro per entrare nella Mafia, quando una figlia isterica accudisce una madre ridotta a scheletro, quando si illustra una guida pratica per l’eliminazione degli anziani, distribuendo palline da lanciare alle sagome di vecchi simbolici: da un lato la regina Elisabetta, il creatore di Playboy Hugh Hefner, Paperon de’ Paperoni, dall’altro il più temuto, il vero nemico giurato del giovane che non può crescere, il “vecchio generico Mario Rossi”. L’unico – caso o necessità – a rimanere in piedi.

Amaro decorso dell’evoluzione – in linea con il sorprendente Dittico sulla specie – questo spettacolo si segnala per una doppia linea espressiva cui ricondurre una visione totale. Se dietro lo spazio scenico un display silenzioso decorre freddamente l’intera agonizzante giornata tutta da sopra-vivere, è possibile che ci si riscaldi paradossalmente quando i corpi sono usciti di scena per diventare voci, è possibile scoprire l’amore seguendo la storia di due casse della Pelanda, le nostre emozioni dalla loro muta, scomoda vicinanza; è possibile farsi battere qualcosa nel petto quando una piccola bara bianca arriva in scena, accompagnata dalle note di The sound of silence in una incantevole versione a cappella. È possibile. «Nella società in cui c’è posto solo per uno dei due io: voi o il vostro demone», è possibile che la vera leggenda, il vero mito da conservare, non sia altro da quello nato con noi, da noi stessi annientato.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

* La compagnia si dissocia pubblicamente e si professa fiorentina

Short Theatre, La Pelanda, Roma, Settembre 2014

BE NORMAL!
Daimon Project
concept e regia Teatro Sotterraneo
in scena Sara Bonaventura, Claudio Cirri
scrittura Daniele Villa
luci Marco Santambrogio
consulenza costumi Laura Dondoli, Sofia Vannini
oggettistica Cleto Matteotti, Eva Sgro’
grafica Massimiliano Mati
disegni Claudio Fucile
produzione Teatro Sotterraneo
coproduzione Associazione Teatrale Pistoiese, Centrale Fies
sostegno al progetto BE Festival (UK), Opera Estate Festival Veneto, Regione Toscana residenze, Centrale Fies, Associazione Teatrale Pistoiese, Warwick Arts Centre
Teatro Sotterraneo fa parte del progetto Fies Factory

BE NORMAL! tour
25 settembre Start-Up Taranto
28 novembre Spello
8 gennaio Soliera
16 gennaio Parma
23 gennaio Bergamo
24 gennaio Asparetto
7 febbraio Ancona

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