Note a margine su La notte di Helver e il teatro bilingue

Foto di Saida Volpe
Foto di Saida Volpe

Accade, a volte, di imbattersi in uno spettacolo in doppia lingua. Quali che siano le motivazioni che abbiano spinto tale scelta, nella maggior parte dei casi questa modalità appare come un artificio, complicanza che rallenta la fruizione senza permeare la profondità di un discorso a cui abbia fatto capo un lungo ragionamento. Oppure, anziché rimanere elemento sterilmente straniante, questa “complicanza” può farsi strumento drammaturgico efficace ed essere in grado di andare oltre l’ostacolo raccontando anche qualcos’altro.

Se, per una volta, una serie di casualità contingenti fossero confluite in modo tale da farvi arrivare al Teatro Abarico a spettacolo appena iniziato, varcando la soglia di questa piccola sala nel cuore del quartiere San Lorenzo di Roma sareste stati investiti da un linguaggio sconosciuto: consonanti aspirate, acuti improvvisi, quasi una lingua bambina che gioca coi suoni più che coi significati. Un tavolo, qualche sedia e una quinta bianca, finestra lattiginosa e incombente; nessuna melodia d’accompagnamento oltre al suono delle parole (qualcuno avrebbe detto è musica anch’essa); al più ronzii, un vociare lontano e qualche sparo a ricordare un’incombente guerra fuori le mura. Su questo scenario due attori si rispondono in altrettante lingue, diversissime, il polacco di Patryk Pawlak e l’italiano di Miriam Spera. Eppure La notte di Helver – spettacolo di Mariagiovanna Rosati Hansen basato su un testo di Ingmar Villqist – sembra andare oltre l’intento didattico, oltre lo stimolo fornito dal progetto di scambio teatrale tra le due nazioni messo in atto dall’Istituto Teatrale Europeo e patrocinato tanto dall’Istituto Italiano di Cultura quanto dall’Istituto Adam Mickiewicz di Varsavia.

Foto di Saida Volpe
Foto di Saida Volpe

Nonostante la difficoltà derivata dal comprendere solo metà delle battute, il pubblico di entrambe le culture – quello polacco presente nella sala romana oppure quello presente durante la prima avvenuta nell’altra capitale – non fatica a rendersi conto della particolare relazione fra i due protagonisti durante una lunga, decisiva notte. Non tanto perché nell’adattamento del testo da parte della regista alcuni momenti servano più da raccordo, da spiegazione in una lingua per l’altra (escamotage utile ma che a volte rivela un po’ il proprio limite didascalico), quanto per una buona orchestrazione degli interpreti, che lasciano parlare i propri corpi più che le proprie parole. Ciò che appare interessante fa riferimento al rapporto tra un ragazzo con problemi mentali – bambinone dagli occhi stralunati e mani rattrappite che vede tutto, soprattutto la guerra, come un gioco – e la sua madre putativa, la quale per sopperire a un errore commesso in gioventù decide di farsi carico di una tanto complessa educazione. Carla appare fin da subito stremata dall’esuberanza di Helver eppure sempre bendisposta a entrare nel suo mondo.

Ecco, davanti a chiunque li osservasse essi apparirebbero come un cerchio perfetto, una realtà il cui senso  è circoscritto, risolto e pienamente compreso solo da loro stessi. Una dinamica in cui i piccoli giochi, gli entusiasmi e le monellerie affettuose di lui, la sopportazione, l’ambiguità o l’incombente passato di lei, a noi apparirebbero mancanti per la completa comprensione razionale mediata dal linguaggio verbale; ma proprio per questo saremmo in grado di apprezzarne lo sforzo che costantemente i due attori – come i due personaggi – fanno per raggiungersi, per salvarsi entrambi, anche nella catastrofe, anche nella fine, con amore. Illogico, irrazionale, a volte perfino pericoloso e letale, ma comunque sempre alla ricerca di un legame in grado di andare oltre le parole.

Viviana Raciti
Twitter @viviana_raciti

Visto al Teatro Abarico di Roma in Gennaio 2014

LA NOTTE DI HELVER
NOC HELVERA
Di Ingmar Villqist
Con Miriam Spera e Patryck Pawlak
Regia Mariagiovanna Rosati Hansen

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