Deflorian/Tagliarini. Il dormiveglia della memoria

Deflorian/Tagliarini portano il nuovo spettacolo Il cielo non è un fondale al Teatro India di Roma per Romaeuropa Festival 2016. Recensione.

foto di Elizabeth Carecchio
foto di Elizabeth Carecchio

Il protagonista di Lost Highways di David Lynch, quando gli viene chiesto perché non possieda una videocamera, risponde: «Preferisco ricordare le cose a modo mio. Non necessariamente come sono accadute».
Nello storico saggio L’interpretazione dei sogni Sigmund Freud sostiene che tra ricordo e sogno passa la stessa differenza che c’è tra scrivere e parlare. Le prime categorie sono strutture chiuse, non necessariamente più razionali delle seconde, ma che si basano su un’organizzazione del pensiero più lineare; nel sogno entrano in gioco l’inconscio e l’associazione libera, nel parlato un ruolo fondamentale lo giocano l’emozione, la relazione con l’altro e dunque la corporeità, per certi versi esclusa nella forma scritta.
Il processo creativo di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, che hanno incrociato il loro percorso artistico nel 2008, non ha mai smesso di crescere e di farsi più complesso, mantenendo alcuni punti centrali che si ritrovano anche nel più recente lavoro, Il cielo non è un fondale, arrivato a Romaeuropa Festival dopo il debutto al Théâtre Vidy di Losanna, a breve in viaggio verso Parigi, ancora una volta – come lo scorso anno – al Festival d’Autômne.

foto di Elizabeth Carecchio
foto di Elizabeth Carecchio

Se nelle opere precedenti c’era sempre il riferimento a un materiale non sempre teatrale ma comunque identificabile (la visione di Café Müller di Pina Bausch in Rewind, il reportage di Mariusz Szczygieł su Janina Turek in Reality, un’immagine di un racconto di Petros Markaris in Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni), Il cielo non è un fondale si stacca da quasi ogni materiale di riferimento ed è il risultato di un sottile gioco tra ricordo e sogno, in cui prendono vita e si legano frammenti di quattro immaginari estremamente intimi. Sulla scena, oltre a Deflorian e Tagliarini, Francesco Alberici e Monica Demuru, partecipi fin dall’inizio nella creazione di una relazione scenica mai davvero lineare eppure tenuta insieme dai fili di una sorta di “drammaturgia postuma” che si completa solo di fronte allo spettatore.

foto di Elizabeth Carecchio
foto di Elizabeth Carecchio

Il palco della sala A del Teatro India di Roma ospita una scena essenziale, fatta solo di una parete nera che avanzerà, indietreggerà e si aprirà ad angolo. È l’allusione a quel cielo che non c’è, a quel fondale che invece c’è e diventa unico elemento materico oltre al corpo dei quattro performer. Deflorian attende che gli spettatori abbiano preso posto, prima di comunicare, con gentilezza, che durante lo spettacolo potrebbe essere chiesto loro di chiudere gli occhi e di riaprirli.
Una versione a cappella de Il cielo di Lucio Dalla, cantata da Monica Demuru che si staglia sulla parete, apre uno squarcio onirico che mai si chiuderà.

Nel sogno di Antonio Daria è diventata una senzatetto, ma intervengono, non invitati, anche Monica e Francesco, ciascuno assume una posizione e una propria volontà di azione. E così il sogno diventa ricordo, arricchito dall’occhio interno dei singoli, messo in crisi da piccole discrepanze nella ricostruzione degli eventi, eventi che appartengono a tutti e a nessuno. Il grande spazio illuminato da Gianni Staropoli accoglie conversazioni e movimenti minimali, ma forse non minimalisti, che non puntano cioè ad alcun manierismo dell’insignificante. Il ritmo del parlato e quello del vagabondare dei corpi assegnano quasi sempre un perfetto equilibrio al rapporto tra conversazione e monologo: tenendo sempre lo spettatore come referente si evita così il rischio del chiacchiericcio casuale, della tirata a effetto, della retorica delle piccole cose. Anche laddove alcuni passaggi – come quello in cui Alberici racconta il suo bislacco rapporto con un venditore di rose ex generale dell’esercito – si prendono troppo spazio, è grazie alla cura delle intonazioni, agli intermezzi cantati e alla musica del dialogo che lo spettacolo procede con grande fluidità.

foto di Elizabeth Carecchio
foto di Elizabeth Carecchio

Nel teatro di Deflorian/Tagliarini si assiste partecipi a un continuo slittamento tra il dato di fatto e la sua narrazione. In opposizione a chi vi ravvisi la scomparsa di una reale tecnica di recitazione in favore di uno stile troppo sussurrato, si erge la testimonianza – mai ostentata – di una ricerca attenta al dettaglio, l’evidenza di un risultato che si svela solo laddove mostra il processo che, da un profluvio di domande intime e attraverso un denso lavoro di improvvisazione, arriva alla costruzione di un logos fieramente effimero.
Allora i temi trattati (c’è dentro l’attenzione al destino altrui, la solitudine, il concetto di carità), questa volta, sono programmaticamente più sfumati, la loro struttura è rizomatica, la rete dei significati si slabbra lasciando allo spettatore lo spazio per inserire il proprio vissuto, per riconoscersi dentro certe ossessioni del quotidiano, certi ragionamenti dell’anima che definiscono una strategia di sopravvivenza al guardarsi vivere di cui, uno su tutti, Albert Camus si era fatto sacerdote.

foto di Elizabeth Carecchio
foto di Elizabeth Carecchio

Ad Antonio che rivive l’incidente in motorino che ha messo fine alla sua carriera di danzatore rispondono i ragionamenti di una Daria più giovane alle prese con un futuro incerto, frammenti de La domenica di Giovanni Truppi rientrano nel parlato e nel cantato di Demuru, prima di esplodere nel finale, mentre il palco si riempie di un gregge di termosifoni bianchi, simbolo di quel calore umano che è l’essenza della ricerca di questa coppia artistica.
Con la consistenza di una madeleine proustiana rinsecchita dall’umidità, il ricordo diventa sogno, da raccontare ogni volta a modo nostro, non necessariamente come è accaduto.

Sergio Lo Gatto

IL CIELO NON È UN FONDALE
Di Daria Deflorian, Antonio Tagliarini
Con Francesco Alberici, Daria Deflorian, Monica Demuru, Antonio Tagliarini
Collaborazione al progetto Francesco Alberici, Monica Demuru
Testo su Jack London Attilio Scarpellini
Assistente alla regia Davide Grillo
Disegno luci Gianni Staropoli
Costumi Metella Raboni
Costruzione delle scene Atelier du Théâtre de Vidy
Direzione tecnica Giulia Pastore
Accompagnamento, Distribuzione internazionale Francesca Corona
Organizzazione Anna Damiani
Produzione Sardegna Teatro, Teatro Metastasio di Prato, Emilia Romagna Teatro Fondazione Coproduzione Odéon – Théâtre de l’Europe, Festival d’Automne à Paris, Romaeuropa Festival, Théâtre Vidy-Lausanne, Sao Luiz – Teatro Municipal de Lisboa, Festival Terres de Paroles, théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse
Sostegno Teatro di Roma
Collaborazione Laboratori Permanenti / Residenza Sansepolcro, Carrozzerie | n.o.t / Residenza Produttiva Roma, fivizzano 27 / nuova script ass. cult. Roma

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.