Riforma Fus. Interviene il Teatro Vascello

Riforma Fus: l’intervento di Marco Ciuti del Teatro Vascello. Un’inchiesta di Teatro e Critica. Segui su Twitter #inchiestaFUS

 

teatro avscello riforma fus inchiesta
foto www.simplymarket.it

Stiamo conducendo un’inchiesta sulla nuova legge che regola l’accesso ai contributi con la riforma Fus. Dopo l’articolo di Andrea Pocosgnich di attraversamento e riflessione stiamo chiedendo, ad alcuni artisti e operatori a nostra scelta, uno scritto o un video in cui emerga un parere sulla legge in relazione al lavoro e alle prerogative di ognuno. Gli interventi verranno pubblicati su TeatroeCritica.net a puntate al fine di creare un dibattito aperto ed eterogeneo sull’argomento. TeC

Riportiamo qui una lettera inviata al Ministro Dario Franceschini e scritta da Marco Ciuti, direttore amministrativo e organizzativo del Teatro Vascello di Roma, ex Stabile di Innovazione, una delle categorie più in difficoltà con la nuova legge.

Voglio condividere, con questa mia lettera, la mia amarezza da operatore teatrale (ho iniziato nel 1990, quindi quasi 25 anni di lavoro) e da cittadino per come stanno andando le cose in questo nostro Paese. Dopo questo lungo periodo – in verità direi da sempre – di incertezze per il nostro settore, che nascono sostanzialmente da una scarsa capacità e volontà politica, ci troviamo oggi ad assistere, quasi del tutto incapaci di reagire, a un’azione di eutanasia involontaria sullo spettacolo dal vivo.

Tutto muta, così è sopratutto per il mondo culturale, più sensibile alle mutazioni e alle condizioni del mercato e della società, perché lavora e intercetta i gusti e gli interessi intellettuali del cittadino, incarna le speranze del mutamento, perché chi produce cultura volge lo sguardo sempre un po’ più avanti degli altri, ed è precursore di stili e cambiamenti sociali…

Questo cambiamento lento e inesorabile non è sempre ben riconosciuto e capito dal Mibact, che, generosamente con i soldi dei contribuenti, sostiene solo una parte minima della produttività della cultura italiana. Sembra che, grazie a questa posizione di potere, lo stato pensi di poter valutare appieno la realtà di quel settore che, per la mutazione di cui sopra, potremmo definire “contemporaneo”, scambiandolo molto spesso per qualcosa di diverso, a volte di sovversivo e addirittura truffaldino.

Il sostegno all’arte e alla cultura non può essere sinonimo di concretezza né tanto meno si possono facilmente misurare i risultati ottenuti, anzi direi quasi l’opposto, ma questo lo avevano già capito i nostri precedessori di qualche secolo fa.

Allora cosa si fa? Nell’ignoranza e nella mala fede si interviene con una riforma per togliere via quelle rendite di posizione lamentate più volte e forse anche con critiche ben riposte, e far partire un nuovo decorso che vuole riordinare e rendere più “equo” il settore dello spettacolo dal vivo.

Con la logica di una spending review? Ma questo settore incide finanziariamente già troppo poco per le casse dello Stato, solo l’ 1.1% del Pil!

Oppure, come penso umilmente da ultimo degli operatori culturali, ribaltare la concezione del finanziamento “a fondo perduto” per farne un asse politico economico-culturale, un modello di crescita a sostegno delle casse dello Stato, attratti da quel 5,8% del Pil risultato dall’attività culturale e dello spettacolo dal vivo italiana che produce come riflesso di un miserevole investimento dello Stato dell’1,1%.

Ma se questo è il tema che questa politica vuole sostenere e intraprendere, ha fatto male i suoi conti.

Se trattiamo lo spettacolo dal vivo come un settore da sfruttare finanziariamente a discapito della forza dell’ingegno e della creatività ci si sbaglia di grosso. Sarà un fallimento totale dove prevarrà solo la logica di mercato che spietatamente affosserà la creatività ad appannaggio dell’ultimo dei cabarettisti rimasti in circolazione. Sarà morte certa per la cultura italiana. Sara morte certa per l’associazionismo, per le imprese piccole e medie che lavorano operosamente, dove la loro mission non è il profitto ma la qualità dell’offerta culturale, il pensiero libero..

Questi nuovi Decreti Ministeriali vogliono spostare definitivamente l’attenzione non sul merito artistico ma su quello economico e finanziario, trasformando gli operatori culturali in azionisti dello Stato.

Lo Stato utilizza degli azionisti teatranti, capaci (senza direttori “artistici”) di far lievitare l’effetto investimento del Fus in:

+ biglietti = + iva per le casse dello Stato

+ produzioni=+contributi previdenziali da versare

+ occupazione = maggiori impegni con le banche.

Il rischio di investimento sarà solo il nostro, condiviso da qualche banca. Quindi + indebitamento con le banche

Lo Stato non partecipa più a un progetto culturale, tanto vale passare il Fus al Ministero per lo Sviluppo Economico.

Oggi, e domani più che mai, si utilizzerà il Fus non per coprire il rischio d’impresa, il famoso “start up” di chi produce arte, ma per foraggiare solo le casse di coloro che hanno già trovato il successo e/o che hanno trovato il giusto compromesso tra gradimento e interesse, non ci sarà più spazio per sbagliare e/o per provare a sperimentare nuovi linguaggi al fine di mantenere viva la curiosità dell’individuo, per provare ad immaginare quale sarà il nostro domani.

A questo punto, per la dignità di chi fa questo mestiere con impegno e serietà, non sarebbe meglio togliere il Fus e provare a fare una legge seria per defiscalizzare le imprese impegnate nella cultura e nello spettacolo dal vivo? Ma questo ovviamente costerebbe troppo alle casse dello Stato ed è un rischio troppo alto per una classe politica come la nostra, che non è in grado nemmeno di immaginarsi un orizzonte meno cupo di quello che cercano di proporci.

Marco Ciuti

Direttore Amministrativo e Organizzativo del Teatro Vascello di Roma

Coop. La Fabbrica dell’Attore – Teatro Stabile d’Innovazione

Leggi l’articolo sulla riforma Fus

Leggi tutti gli interventi dell’inchiesta