Tra seduzione e morte, nel Quartett di Malosti

Recensione di Quartett di Heiner Müller diretto da Valter Malosti

 

foto di Fabio Lovino
foto di Fabio Lovino

Di Heiner Müller si parla troppo poco, ma resta uno dei drammaturghi più importanti del Novecento insieme a Beckett e Brecht. Nel 1982 traeva dal romanzo epistolare francese Le relazioni pericolose – scritto esattamente duecento anni prima da Choderlos de Laclos – un adattamento dal titolo Quartett, in cui alle due voci dei protagonisti è affidata la creazione di un circolo vizioso di potere e annientamento, nella forma di un dialogo scritto con straordinaria vis poetica. Nello spettacolo in scena al Piccolo Eliseo fino al 2 marzo, Valter Malosti restituisce al testo del drammaturgo est-berlinese una forma scenica compatta ed efficace, avvalendosi della presenza preziosa di un’interprete come Laura Marinoni.

fotodi Fabio Lovino
fotodi Fabio Lovino

Valmont e Merteuil, nobiluomo e nobildonna di un Settecento paradigmatico, si fronteggiano su un asettico ring, pallido bianco latte, separato da un velatino e sdoppiato da una parete di specchi sul fondo, che restituisce corpo alle luci tenui e ai pochissimi accessori scenici: un comodino e un letto d’ospedale. Merteuil, parrucca bianca e trucco forte, giace con il braccio attaccato a una flebo, nella sua voce il filo di rasoio di una vipera; Valmont, altrettanto imbellettato, indossa pantaloni di pelle, scarpe di vernice a punta e un lungo pastrano aperto sul petto nudo, le unghie della destra lunghe come artigli di corvo. Il bastone sarà il suo simbolo e passerà dalla sua mano a quella di Mertueil, non appena i due cominceranno il duello. Uno interpreta l’altra, nel raffigurare i tentativi di Valmont di sedurre prima la «regina» Madame de Tourvel e poi la nipote di Merteuil, Cécile de Volanges: nella donna altera e morigerata che è simbolo forte dell’ipocrisia cattolica e nelle guance rosse della timida vergine che finisce presto per spalancare le gambe, Müller condensa il ragionamento sul genere femminile e su quello maschile, ma lo fa confondendo i corpi che lo incarnano. Scambiandosi i ruoli, uomo e donna tornano a uno stadio più primordiale e la potentissima lingua poetica è attraversata da una tensione sessuale che è al contempo quintessenza della borghesia e suo inesorabile annientamento nichilista.

foto di Fabio Lovino
foto di Fabio Lovino

Nella fioritura delle immagini, alle quali la versione italiana di Malosti e della abile dramaturg Agnese Grieco è in grado di assegnare precisione e puntualità, prende forma il ragionamento sull’onnipresenza della morte, sul sesso come paradigma della caducità delle cose, di un macabro ciclo vitale in cui eros e thanatos non sono mai stati così gemelli, assolutamente intercambiabili. Il letto che, simbolo della lussuria, evoca invece l’immagine dell’agonia e della “morte bianca”, di uno spegnimento ospedaliero totalmente anti-romantico, è forse l’unica idea di regia, ma è semplice e potente e assolve a pieno il compito di monolito semantico. L’impianto visivo scelto da Malosti è prepotente, ricco di giochi di luci, colori, suoni che lasciano pochi spazi al silenzio, riempiendo il sottofondo del parlato con un continuo cambio di musica ed effetti audio che enfatizzano i molti coup de théâtre. Tra il verde acceso, il rosso e l’azzurro, i due attori – soprattutto Malosti, con i suoi completi degni di Renato Zero – spiccano nella nebbia del velatino come icone espressioniste; le atmosfere acide da b-movie (o b-videoclip) anni Ottanta, che potrebbero alla lunga stancare, riescono invece sorprendentemente a dare ritmo a un testo pieno di parole in cui davvero poco è superfluo.

foto di Fabio Lovino
foto di Fabio Lovino

In settanta densi minuti, la violenta estetica del grottesco, che dai costumi agli effetti sonori (come il risuonare di uno schiaffo dato a distanza) fino agli oggetti – la flebo che si fa corpo di donna, l’enorme fallo dorato che spunta dai pantaloni di Valmont, il getto vermiglio del sangue nel suicidio della Tourvel inscenato da Valmont – tutto è caricato quasi fosse un inno al cattivo gusto. Ma in questi eccessi, come nella bassezza di certi scambi di battute e nel gusto dichiarato per la meta teatralità, sta la critica di Müller a una società dei ruoli. La presenza di Laura Marinoni è come sempre imponente, la sua capacità di tenere tesa la corda del parlato senza rinunciare alla solidità nell’uso del corpo è il vero perno su cui ruota il successo di questo spettacolo, che alla cupa riflessione sulla morte aggiunge il gusto acre e delizioso dello sprezzo, la distanza critica tra l’animale e un dio che non riesce a esistere. Il sesso torna allora a essere mezzo per innalzarsi sopra se stessi, per ridere della brevità delle passioni e prepararsi alla permanenza sottoterra: «Questo corpo, tra poco, continueranno a masturbarlo i vermi».

Con un forte riferimento a De Sade, la seduzione è un eterno sgambetto alla morte, la pulsione a lasciarsi governare dagli istinti più bassi, così squisitamente legati alle punte più alte del ragionamento, formano una sorta di creatura ciclica che parte e ritorna all’animalità più effimera. E da qui – liberata dal corpo – può smettere, finalmente, di rinascere.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

visto al Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi in febbraio 2014

QUARTETT
di Heiner Müller
da Le relazioni pericolose di Laclos
nuova versione italiana Agnese Grieco e Valter Malosti
con Laura Marinoni e Valter Malosti
regia Valter Malosti
dramaturg Agnese Grieco
scene Nicolas Bovey
suono e live electronics G.u.p. Alcaro
luci Francesco Dell’Elba
costumi Gianluca Falaschi
assistente alla regia Elena Serra
produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino

Comments
  • Paolo 27 febbraio 2014 at 09:32

    Visto ieri. Sorprendente la presenza scenica e la bravura di Laura Marinoni, perfettamente a suo agio nell’ospedale-bordello allestito per lei da un beffardo Malosti. Le idee di regia ci sono, il tourbillon di personaggi non disturba (semmai sono i registri vocali delle tre figure impersonate dalla Marinoni a non essere perfettamente calibrati per consentire di capire il passaggio dalla Tourvel alla nipote), ma qualcosa non gira perfettamente nella sovrabbondanza (tipica di Malosti, penso alla recente “Signorina Giulia”) di toni, gesti e musica.

  • Sergio Lo Gatto 27 febbraio 2014 at 13:24

    Caro Paolo, sono in effetti piuttosto d’accordo. Non riesce, infatti, a sfondare oltre la qualità di un buono spettacolo. Ma ho apprezzato soprattutto la capacità di porre quei suoi eccessi, stavolta, dentro un contesto che li conteneva bene. Interessante il commento che fai sui registri vocali. L’avevo notato un po’ anche io, ma diciamo che ho voluto dare più spazio ad aspetti non troppo tecnici, più dedicati al pubblico.
    Grazie di aver letto e commentato
    a presto
    SLG

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