Per un teatro post-beuysiano. Ragionamenti intorno a Dies Irae. 5° parte

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    Quinto ed ultimo episodio. L’asta termina con una versione per sola voce di Hallelujah che riporta il silenzio e apre l’ultimo episodio. Nel buio i performer camminano lentamente sorretti da un bastone e cospargono del sale sul palco. Poi, tremanti e stanchi, tornano indietro per essere cancellati dall’oscurità.

    Fine. Questa cancellazione lungi dal mettere in scena esclusivamente una metafora della fine della specie umana, parla anche della morte di un linguaggio, di un’epoca artistica giunta oramai al suo termine. Perfino Damien Hirst, l’artista più quotato e pagato sulla faccia del pianeta Terra, intitolando la sua ultima personale alla Gagosian Gallery di New York End of an Era, si è accorto del giungere al termine di un’era estetica. Le carcasse dei suoi animali ci dicono, come si diceva all’inizio, che la morte è pop e che il pop è morto. Se i processi messi in moto da Warhol hanno fatto sì che fosse possibile un’ibridazione e un incontro tra cultura underground e cultura di massa, ove la prima influisce sulla seconda e viceversa, nell’oggi, in cui tali processi sono stati portati a termine, tutto è pop: dalla politica alla pornografia, dalla guerra alla religione. Ma se ogni cosa è pop allora nulla lo è più. E quei processi post-duchampiani attraverso i quali le opere d’arte acquistavano valore in un circuito totalmente autoreferenziale iniziano a crollare sotto i colpi d’ascia della crisi economica, sociale e culturale nella quale siamo attualmente immersi. Pur utilizzando un linguaggio pop, pur facendo uso del ready-made, Teatro Sotterraneo lo lascia svuotare di senso, assorbire nel buio dell’ultimo episodio, per buttarci addosso del sale sterile. Qui si costruisce un nuovo teatro. Qui una nuova estetica artistica prende lentamente vita. Come scrive l’economista dell’arte Pierluigi Sacco su Flash Art (n.282 p.76) qui nasce “l’esigenza di una partecipazione attiva ai processi di creazione di senso per rendere fluidi e intercambiabili i ruoli di produzione e fruizione/utilizzo dei contenuti; la necessità di stabilire attraverso la produzione artistica modalità di relazione e di scambio credibili, autentiche, deontologicamente integre (…) la necessità di portare la produzione artistica al centro della coscienza collettiva ritrovando una vocazione di spazio sociale abitabile”. E’ il passaggio da un’estetica post-duchampiana ad una post-beuysiana in cui lo spettatore acquista nuovamente valore, chiamato egli stesso, ove lo voglia, a divenire opera d’arte. Certo, i meccanismi autoreferenziali dell’arte e del teatro contemporaneo sono tuttora in voga, divenuti moda, strada sicura per entrare nel mondo più “cool” dell’ambiente artistico. Ma basta guardare con attenzione per rendersi conto che un movimento è in atto. Che tutti i nuovi gruppi della ricerca teatrale italiana – basti pensare a Santasangre, Pathosformel, cosmesi, gruppo nanou e persino ai giovanissimi Dewey Dell – non sono in scena per un’esigenza prettamente teatrale (i loro spettacoli contengono una quantità talmente disparata di linguaggi e codici da potergli permettere un’estrema versatilità in qualunque ambiente artistico) ma perché cercano disperatamente un contatto con lo spettatore che vada oltre la semplice lettura e post-decodifica dell‘opera. Non si tratta dell’invasione delle platee da parte degli artisti per come l’avrebbero intesa, nelle sue diverse declinazioni, Artaud, Grotowski, Peter Brook, Living Theatre ecc., ma di un sottrarsi di questi stessi a discapito dell’ingresso di un pubblico libero, che decida di essere partecipe ai processi significativi dell’opera in maniera del tutto personale. Accade nella proiezione emotiva a cui ci invita Pathosformel attraverso i quadrati di La più piccola distanza, negli ologrammi che ospitano lo sguardo in SeiGradi di Santasangre, nella dimensione altra contenuta nel nostro stesso io a cui ci invita Motel del Gruppo Nanou e, in maniera più esplicita, nel coinvolgimento diretto del pubblico di Teatro Sotterraneo. Il teatro è il luogo in cui questo contatto può avvenire in maniera vergine e rivoluzionaria. Lo spettatore non è più colui che guarda, ma colui che entra nell’opera per completare il lavoro innescato dall’artista, per mettere in moto un processo di pensiero che continuerà nel tempo e porterà alla codificazione del senso dell’opera stessa.

    Epiologo. Prologo. Prima di dare avvio ai differenti episodi di Dies Irae, mentre un timer sospeso al centro del palco inizia il suo conto alla rovescia verso l’ora in cui finirà la specie, un performer entra in scena, indica uno spettatore chiamato a decidere come verrà aperto lo spettacolo: “mi dica cosa vuole che io faccia in questo minuto ed io lo farò”. Il pubblico è chiamato a dare senso ad un minuto della mise en espace, a intervenire in una costruzione drammaturgica che è un seminare continuo nel tentativo di costruire un rapporto diretto e stabile con chi guarda. E il sale gettato nel quinto episodio, lungi dal simboleggiare semplicemente la morte, cade, come cadevano i massi di basalto sterili gettati da Beuys. Toccherà allo spettatore, se lo vuole, adottarli uno per uno, per piantare quegli alberi che potrebbero cambiare definitivamente il futuro dell’arte, del teatro o della specie umana.

    Matteo Antonaci

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