Recensione. Lu santo jullàre Françesco messo in scena da Matthias Martelli al Teatro Gobetti di Torino
«Il gioco è, innanzitutto, una modalità rappresentativa, è un gioco di prospettive, di avvicinamenti e distanziamenti dalle cose, che ci permette di vedere “meglio” la realtà, di comprenderla nel suo divenire molteplice ed incessante cambiamento.»
Johan Huizinga

Nata dal lavoro del pluripremiato artista nonché premio Nobel del 1997 Dario Fo con la sempre presente collaborazione dell’altrettanto eclettica Franca Rame la pièce teatrale Lu santo jullàre Françesco restituisce al pubblico il santo come uomo del popolo; colui che attraverso la gioia, la semplicità e il gioco rovescia i rigidi ideali del clero e così tramite la fede e la povertà spoglia la realtà dai suoi inutili orpelli proponendo al mondo l’essere umano nella sua nudità ancestrale, nella sua vulnerabilità e nella sua identità primordiale. Francesco prima d’essere insignito del titolo di santo, si autodefiniva il giullare di Dio, dal latino medievale jocus ovvero gioco da cui deriva il sostantivo joculator colui che gioca: cantore, musico, acrobata, danzatore, giocoliere, mimo, narratore di storie la cui lingua tagliente ha condannato ad una rigida marginalità sociale. Dario Fo, riconosciuto come colui che attraverso la tradizione dei giullari medievali restituiva dignità agli oppressi, ha affrontato attraverso il personaggio di Francesco la scomodità e il coraggio, in una prospettiva dallo sguardo capovolto che risulta essere, ancora oggi, attuale. Interpretare ed esplorare la realtà attraverso il gioco permette all’essere umano di sviluppare la propria mente ed esorcizzare i mali del mondo. La dimensione ludica diventa uno spazio, dissacrante, dove al suo interno si muovono figure istrioniche, spesso poliedriche, dotate di una innata capacità di reinterpretare: la crudeltà, l’ingiustizia e l’inesattezza della società, emergono così nel friabile terreno dell’ironia e della risata. È ancora possibile nella contorta e sempre più complessa società odierna rivestire i panni del giullare senza trasformare questa figura nella sua volgare accezione di buffone?

In occasione del centenario dalla nascita di Dario Fo e degli ottocento anni dalla morte di San Francesco, Matthias Martelli ripropone un, non troppo rinnovato, Lu santo jullàre Françesco. La drammaturgia combina le due versioni precedenti dello spettacolo di Fo, restituendo una completezza testuale in cui l’uso dell’espressione vernacolare diventa una colonna portante della rappresentazione teatrale. Le quattro giullarate toccano un ampio spettro linguistico, che va dal lombardo-veneto al napoletanesco, fino al volgare umbro, senza dimenticare l’indispensabile grammelot. L’attore, unico protagonista, affronta con coraggio la sfida di portare sul palcoscenico del Teatro Stabile di Torino il gigante Fo. La performance è estremamente fedele all’originale e sicuramente apprezzabile come omaggio all’artista commemorato; tuttavia, questa imitazione, impedisce di cogliere la cifra stilistica di Matthias Martelli, fagocitata da un lavoro forse troppo ambizioso. Escludendo il grammelot, di cui fa un uso pulito e consapevole, le altre lingue proposte sono molto più caricaturali del necessario. La rottura della quarta parete avviene attraverso quello che sembra essere uno strumento della stand up comedy: il crowd work, ovvero la ricerca di uno scambio di battute con il pubblico. Forse, a causa della postura del pubblico di prosa in un teatro stabile, questo tentativo risulta vagamente goffo, se non del tutto fallimentare. La scena è spoglia, adornata solo da numerose corde che ne ricoprono il perimetro. Si tratta delle funi della scarruccata dei rivoltosi, simbolo dell’abbattimento delle torri e, di conseguenza, della caduta del potere.

L’interazione dell’attore con le corde è ciclica e armonica: alla fine di ogni giullarata, ne tira giù qualcuna e il tintinnio delle campanelle suggerisce il ritmo rapido e sacro della caduta; le funi si trasformano in uno spartito verticale che si conclude con uno sfondo buio, dal quale Matthias Martelli viene avvolto. Le variazioni di intensità e di temperatura delle luci non sembrano seguire il movimento dell’azione scenica e la drammaturgia luminosa risulta a volte dissonante. Nel complesso, però, è impossibile non apprezzare il grande lavoro svolto dall’attore protagonista e dalla sua équipe che, con la loro arte, hanno riportato il nome di Dario Fo in tutto il mondo. Un’ora e mezza di rappresentazione senza intervallo, di puro teatro fisico, con più di venti repliche e un tour mondiale alle spalle che hanno sicuramente inciso sulla performance: l’attore era infatti visibilmente e comprensibilmente stanco. Uno stato di fatica che, purtroppo, non ha reso giustizia alla complessità della pièce e che, forse, ha contribuito alla sua forma finale più grottesca. Matthias Martelli avrebbe forse potuto cucire lo spettacolo su di sé in modo più sartoriale, mostrandoci tutto il suo, per ora, inespresso potenziale, ulteriormente mortificato dall’interruzione degli applausi per spendere vari minuti ad incoraggiare il pubblico all’acquisto di diversi libri di sua produzione, volumi che avrebbero atteso lo spettatore immediatamente varcata la soglia del foyer. La conclusione dello spettacolo lascia quindi una sensazione amara, la simbolica chiusura del sipario avrebbe forse dovuto accogliere l’acclamazione del pubblico nella sua naturale prosecuzione scenica, senza quindi necessità di spinte artificiose pubblicitarie e senza scadere in una autopromozione propagandistica da carosello.
Rossella Cutaia
Visto al Teatro Gobetti, TST
di Dario Fo e Franca Rame/diretto e interpretato da Matthias Martelli/regist a assistente Ornella Matranga/scene Fabio Carpene/costumi Giov anna Fiorentini/luci Alberto Ciafardoni/suono Marco Ava/musiche originali Andrea Chenna/consulenza linguistica Flavia Chiacchella, Roberto Imperato/Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale/Teatro Stabile dell’Umbria












