Questa recensione fa parte di Cordelia di settembre 26

Ha funzionato proprio tutto. Un perfetto concerto di danza, tra nuovi titoli, riprese inaspettate e ritorni di lavori iconici. È Bach to Sacre di Emanuel Gat visto al Festival Oriente Occidente. La novità: un duo su musiche di Bach, qui al suo debutto assoluto. I due brani sono la famosa Ciaccona (BWV 1004) e l’adagio dalla Sonata 3 in C (BWV 1005). La coppia (Emma Bogerd e Noah Oost) sembra mettere nei corpi un Bach che è soprattutto nella tensione della durata, molto poco disteso nello spazio. Lo attraversano per intero soltanto per andare a completare la vestizione: gli inquieti costumi rosso-scolpiti di Thomas Bradley. Lei è molto piantata, in una solidità autentica ma ordinaria, lui si innesta invece in un lieve contrappunto. Seguono due assoli: quello di lui, intenso, è pieno di attese e di fragilità; quello di lei è più statico, meno accattivante, allora la musica prevale. Nel silenzio parte l’altro brano di Bach, in cui si dispiega, in una lentezza pochissimo espressiva ma piena di accorgimenti, molta intimità. È una lenta prossimità di passaggi sull’asse corporeo, rallentati e accurati in forte connessione, proprio come forse nel partnering astratto di un tango. Segue il riallestimento (attualissimo) di Silent Ballet (2008), per sette interpreti (Théo Brassart, Emma Bogerd, Anaïs Van Caekenberghe, Geremia Cappagli, Léa Delaporte, Noah Oost, Giulia Quacqueri), con microfoni a diversa altezza ai lati, e con vampate improvvise di luce che scandiscono il silenzio: a partire da una discesa a proscenio prende vita un disegno dei movimenti all’opposto del precedente, tutto disteso nello spazio. Tutto sembra dissolversi nella sola forza dell’idea di questo silenzio ‘microfonato’ che organizza nei corpi la forza laconica di ciò che può trascendere ogni gerarchia. Infine, la ripresa di Sacre (2004), per cinque interpreti (Théo Brassart, Anaïs Van Caekenberghe, Geremia Cappagli, Léa Delaporte, Giulia Quacqueri): sopra un tappeto e sotto una luce rossa, si alternano in catena a passo di salsa caraibica per una dirompente esplosione delle relazioni (e della forza della coreografia). Qui forse l’unica cosa davvero invecchiata e lontana è la versione musicale (coi suoni un po’ a cascata, spesso lamentosa là dove dovrebbe essere monito, lirica più che drammatica) di Leonard Bernstein. (Stefano Tomassini)
Visto al teatro Zandonai di Rovereto Crediti e cast completi. Foto Julia Gat











