Questa recensione fa parte di Cordelia di febbraio26
Un accurato sistema di videoproiezione consente di esplorare le coordinate di Lampedusa Beach– primo testo (2003) della Trilogia del Naufragio– generando un suggestivo effetto di sospensione tra realtà e immagine. Attraverso un preciso gioco di allineamenti, trasparenze e prospettive, i soggetti sul palco sembrano penetrare lo spazio visivo della proiezione, fondendosi con esso fino a risultarne inglobati. Essenziale ma evocativa, la scena è costituita da teli bianchi che delineano simbolicamente la sagoma di un barcone: un perimetro fragile, precario, instabile. In questo spazio la vicenda di Shauba prende forma. I fantocci, volti a simulare ed evocare i settecento clandestini presenti sull’imbarcazione, restituiscono visivamente la dimensione di sovraffollamento e angoscia collettiva. Shauba (Cristina Parku) si racconta attraverso un monologo incisivo e si affida a parole tese e penetranti: è la confessione di una vittima che, in punto di morte, chiede asilo. Il suo appello si intreccia con la danza di Moussan Yvonne N’dah e le dichiarazioni dell’amata zia Mahama che auspica la liberazione dell’Africa dalle logiche del capitalismo. La dimensione privata si collega allora con una chiara denuncia sociale. Nel momento in cui «l’anticamera della morte impone una sintesi» il suo racconto si condensa in cinquanta minuti che interrogano un sogno-quello di raggiungere l’Italia-rivelandone però la natura illusoria: non un approdo, ma una lenta e incontrollabile deriva. Gli occhiali da sole diventano unici appigli certi durante il viaggio verso la meta agognata. Il testo allora si configura come atto d’accusa contro un sistema migratorio che lascia dietro di sé soltanto «un ammasso di cadaveri». Il mare, calmo e quasi alleato, non incute paura: il vero pericolo si annida negli scafisti che, approfittando del corpo della giovane donna, destabilizzano il barcone fino a provocarne l’inabissarsi. Dalla profondità del mare, emerge una consapevolezza tragica che altera e rovescia l’idillio contemplativo della poetica leopardiana: «il naufragar m’è duro in questo mare». (Sara Raia)
Visto al Ridotto del Mercadante Lampedusa Beach di Lina Prosa regia Alessandra Cutolo con Cristina Parku e Moussan Yvonne N’dah in video Ese Nosakhare, Fortune Smith, Muyi Oteki, Ifeoma David, Queen Avanhenhen, Gift Osayemore, Osariemen Omoruyi, Ese Asemota, Eki Monday, Faith Ohilebo scene e costumi Fabio Sonnino luci Carmine Pierri video Caterina Biasiucci direttore di scena Domenico Riso datrice luci Desideria Angeloni tecnico video Pietro Di Francesco fonico Guido Marziale sarta Annalisa Riviercio foto di scena Ivan Nocera produzione Teatro di Napoli-Teatro Nazionale











