Questa recensione fa parte di Cordelia di dicembre 25

Assistere alla rilettura di un classico comporta sempre uno sguardo fratturato: da una parte, l’immagine residua del testo per come è stato, da ciascun spettatore, letto, studiato, visto allestire in teatro o al cinema; dall’altra, la messa in scena che si ha davanti. Si può dire che l’interpretazione di un classico sia segnata da un’inevitabile crepa che, appunto, segnala l’entità della sua distanza da quell’immagine residua. Marco Lorenzi sceglie di trasportare il Giulio Cesare di Shakespeare in un ambiente corporate, incravattando i congiurati e dirigendoli in una sorta di sala conferenze dominata da due schermi che, ininterrottamente, trasmettono immagini dal mondo: il riferimento potrebbe essere la mastodontica installazione di Robert Boyd, Xanadu, ma anche qualsiasi montaggio video che annunci il tracollo dell’umanità, accostando riprese di bombardamenti aerei a estratti da Ciao Darwin!. Al testo classico, mantenuto nella sua tradizionale aulicità, sono aggiunti alcuni monologhi del fantasma di Cesare (Danilo Nigrelli), decisamente disallineati: «Vi siete raccontati la favola della libertà», «Siete corvi sporchi di sangue» sono alcune delle sue invettive contro i congiurati. Questi interventi inediti, così come il profluvio delle immagini, i glitch sonori e i rimbombi elettronici che incombono sulla scena, vorrebbero saldare i fatti narrati con la contemporaneità. A questo proposito, viene in mente un’altra rilettura della tragedia shakespeariana, quella dei fratelli Taviani con Cesare deve morire: in quel caso, l’aderenza all’originale sembra essere la massima consentita dall’ambiente, il carcere di Rebibbia, e dagli interpreti, i suoi detenuti. I costumi storici stridono contro le pareti dell’istituto, il bianco e nero contro quei volti e la dizione dialettale contro quelle parole. Si ha l’impressione di vedersi restituire l’energia originaria della pièce. Per il Giulio Cesare o La notte della Repubblica vale l’opposto: le varie suppellettili hanno adornato parole che non necessitano di addobbi ed esplicitato un senso che non ha bisogno di spiegazioni. La frattura che hanno scavato appare molto ampia, ma poco profonda. (Matteo Valentini)
Visto al Teatro Fontana Da William Shakespeare, adattamento drammaturgico e riscrittura Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo, progetto Il Mulino di Amleto / A.M.A. Factory, regia Marco Lorenzi, collaborazione artistica Barbara Mazzi, Rebecca Rossetti, Daniele Russo, con (in o.a.) Vittorio Camarota, Yuri D’Agostino, Raffaele Musella, Francesco Sabatino, Alice Spisa, Angelo Tronca, con la partecipazione in video di Ida Marinelli e Danilo Nigrelli, regista assistente Barbara Mazzi, assistente alla regia Federica Gisonno, training a cura di Rebecca Rossetti, disegno sonoro Massimiliano Bressan, progettazione regia video PiBold / Paolo Arlenghi, progettazione luci Umberto Camponeschi, consulenza per scena e costumi Gregorio Zurla, ufficio stampa Raffaella Ilari










