Questa recensione fa parte di Cordelia di novembre 25

Accade che vicenda privata e pubblica si intersechino in un tutt’uno indistricabile, in cui i confini tra le due sfere diventano una membrana labile. In questa volatilità del limite, i cardini etici che dovrebbero regolare l’agire umano si riducono a sofismo relativo; relativi diventano i ruoli degli individui all’interno del corpo civico. Shock in my town prende avvio da un omicidio, dall’allucinata visione di un cadavere affatto eccellente. A commettere il reato è un gruppo di criminali in borghese, in nome della Nazione. Il reato da loro commesso, punta di un iceberg molto più profondo e ben radicato nella mafia catanese, diviene un fatto esemplare: lo Stato che, attraverso il suo braccio armato, può arrogarsi il diritto di vessare il cittadino al di fuori di ogni stato di diritto. Il fatto di cronaca si traduce in un gioco teatrale dai moduli pirandelliani, in cui il personaggio si scompone in ciò che è, che non è, che appare; al contempo, le nuove possibilità digitali costringono a un ripensamento di tali impostazioni in una nuova ottica. Al personaggio si sostituisce l’avatar, all’interprete (Turi Zinna) la sua immagine proiettata, con tratti bambineschi, sul velatino. La città diviene un dedalo di corridoi: lo spazio pubblico altro non è che un appartamento privato, uno smisurato interno borghese in cui perdersi come in un labirinto. L’intera performance è un grande spettacolo ibrido dato dalla scontro tra realtà digitale, effettiva, teatrale: uno scontro certo destinato a rimanere irrisolto, ma che non trova ancora il supporto di un impianto coerente. Shock in my town intanto si compone di nuclei singolarmente interessanti, ma che necessitano ancora del supporto di un più lineare sviluppo drammaturgico – comunque necessario. D’altronde, questo lavoro è ancora in fase di definizione; auspichiamo che l’impianto definitivo possa integrare le sue varie parti, evitando di cadere in paradossali pirandellismi di nuova generazione. Un merito significativo: il racconto del fatto mafioso per come andrebbe raccontato nel ventunesimo secolo, all’indomani dell’auto-assoluzione da parte dello Stato (Tiziana Bonsignore).
Visto a Via del Principe, Controfuturi, Catania. Crediti: Interpretazione, drammaturgia interattiva e testuale: Turi Zinna Musiche: Fabio Grasso Video Design: Mammasonica Allestimento di scena & concept: Salvo Pappalardo e Anthea Ipsale Direzione tecnica: Aldo Ciulla Comunicazione e stampa: Vincenza Di Vita Regia: Federico Magnano San Lio Assistente alla Regia: Anthea Ipsale Produzione: Retablo in collaborazione con Centro Zo Culture Contemporanee e Rete Latitudini con il sostegno di Regione Siciliana – Assessorato del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo. Foto di Lucia Pisana











