Si conclude il reportage dalla Biennale Danza di Venezia dedicata quest’anno al fare e rifare il mito, con la conferma più significativa: alcuni ex-danzatori di William Forsythe ci ricordano che cosa è, e che cosa può ancora, oggi, il contemporaneo.

Nel grato privilegio di aver potuto seguire gran parte del programma di quest’anno (la danza sotto casa…), da tanta cornucopia mi sembrano emergere almeno due importanti nodi irrisolti, dei quali mi preme qui dare conto: da una parte, il prevalere di deboli, incerte, anche vacue (e comunque inseguite e bramate) drammaturgie; dall’altra, una sostanziale incapacità a guidare, gestire o soltanto investigare, come si dovrebbe, il (cosmo del) corpo. Qualcosa in questi anni deve essere andato perduto. Da qui forse l’interessante idea di McGregor per una indagine sulle mitologie di creazione, che non può però risolversi frantumando la forte consapevolezza che il mito pone tra ciò che ancora non c’è (per questo appropriabile dalle ideologie totalitarie), e la metamorfosi come più vero meccanismo delle sue narrazioni (genealogie inappropriabili perché sfuggenti, liberatrici e contraddittorie). Dunque, che si è visto in laguna? Molti apparati, congegni, dispositivi e strumenti (che si volevano, e non lo erano, generativi); pochissime trasformazioni (in corpi perlopiù mostrati, quando non in squadroni militari, nell’ombra, indifferenti).

Poco vorrei dire sulla marcia numero 16 di Tao Dance Theater che imprime ai danzatori un passo da parata che ha la monotonia del ghiaccio, se non che si aspetta sempre che qualcun* sbagli (ma non succede), perché è benedetto chi sfonda un oblò quando si soffoca. Penso invece al duo Bullyache (Courtney Deyn e Jacob Samuel, vincitori del bando per una nuova creazione internazionale: ma non si è andati più lontano delle residenze al Wayne McGregor Studio) che con A good man is hard to find (più bel titolo di sempre: è Flannery O’Connor apocrifa) mettono all’opera un rituale molto didattico sulla crisi finanziaria del 2008, in uno spazio aziendale opprimente e pieno di cerimonie hard delle élite globali per rimuovere il senso di colpa. I cinque giovani interpreti (bravissimi) se ne dànno di santa ragione, sfruttano lo sfruttabile e si mettono all’asta e molto altro ancóra, cercando di combinare il teatro fisico di Peeping Tom con le danzette di (sir) Matthew Bourne.

E viene anche un po’ da ridere. Quel che ne esce non è gli uni né l’altro, né tantomeno una critica al Mito del Potere Finanziario, semmai una regressiva nostalgia per un cessato teatrodanza politico. Oppure penso al collettivo Kor’sia di Antonio de Rosa e Mattia Russo, che con Simulacro hanno dispiegato un bellissimo dispositivo scenico transmediale (in due parti: imago-tecnologica e umano-percettiva) ma nel quale i corpi dei danzatori restano invisibili, minuscoli, sempre accessori rispetto allo strepitare delle luci e della potente musica (questa sì drammaturgica): corpi nell’ombra di un movimento spoglio, dimesso, con ancora troppo poche idee. Per non parlare infine del complesso scalone residenziale messo in piedi da Yoann Bourgeois Art Company con il cantante e pianista canadese Patrick Watson, dal titolo non pervenuto (ma in Francia in asprissima polemica per esplicito plagio), che avrebbe dovuto favorire una «nuova mitologia del reale», e ne è uscito invece un sali-scendi circense e afasico, di corpi resi opachi dalla vertigine spettacolare del dispositivo.

Quindi il contemporaneo più nuovo, perché estraneo alla merce del «nuovo», alla fine è stato senza alcun dubbio Friends of Forsythe, a cura di William Forsythe e Rauf “RubberLegz” Yasit, quest’ultimo in scena con Brigel Gjoka, Jordan Johnson e Aidan Carberry (JA Collective), Matt Luck e Riley Watts. Tutti già danzatori di Forsythe, che qui riuniti nelle loro diverse provenienze di formazione articolano una proposta che sembra semplice (e non lo è), con al centro soltanto la composizione del movimento come una esperienza di comunione e celebrazione della complessità. E quindi si impone sùbito come proverbiale: il coreografo più vecchio è in fondo ancóra il più giovane. Fin dall’avvio, in un grande quadrato bianco ma asimmetrico rispetto al pubblico sui lati (e così i punti di vista esplodono), è tutto uno sciogliere le articolazioni, l’ascolto dell’altro come uno sbandieramento di complicità; qui l’anatomia scoppia letteralmente nei gesti e il movimento non è mai generato da un solo impulso; vi è forse un tentativo di montaggio, con l’uso reiterato del buio improvviso ma poi súbito abbandonato. Nulla si costruisce verticale: è tutta una linea nel flusso, e loro alternandosi in scena si divertono (con noi) moltissimo. Ciò che accade è istantaneo, pur se nei corpi tornano brani coreografici di repertorio che perdono qui la loro musica di origine, e si disseminano in mille nuovi appunti, mille nuove occasioni di replica. Vi è una prevalenza del duo, la relazione è sempre chiara, la connessione negoziata all’istante nello spazio dell’altro, nel forte clamore di una armonia che è fratellanza, amicizia, abbraccio. Difficile credere non sia anche un’esperienza politica. È lavoro senza stasi: una riflessione in corpore vili che accade qui&ora, un continuo processo di decisioni per lasciare che le cose accadano nel momento della loro vita, in un incontro di creazione generativo, tanto occasionale e istantaneo quanto pensoso e pieno di libertà.

Infine, non decolla per ora l’unica produzione italiana, Sisifo felice di Philip Kratz e Pablo Girolami per il rinato Nuovo Balletto di Toscana. La prima parte di Kratz (che non può restare promessa a vita) sembra ancora un abbozzo: oltre alle solite riconoscibilissime situazioni di movimenti, vi è un bellissimo duo maschile finale conclusivo, che salverebbe occhi e anima se non fosse continuamente disturbato, sfocato e nebulizzato dallo spogliarsi del resto dell’ensemble, sul fondo della scena, proprio tutto a vista. La parte di Girolami ripropone una sua estetica di movimento che qui non funziona: se con il suo gruppo Ivona, i corpi nudi tesi, conturbanti e febbrili, sono capaci di un eros inquieto e di sconcerto, qui invece la bellezza (oltreché la bravura) di questi corpi, allenati a tutt’altro, ne fànno un’esperienza senza ombre né mistero. Anche l’attesissimo gran finale con il ‘coreografo dell’anno’ (così la rivista Tanz) Marcos Morau, e La Mort | La Primavera con La Veronal (dal bel romanzo unfinished dell’autrice catalana Mercè Rodoreda), è sembrato lavoro ancora molto confuso, anch’esso incompiuto, tutto giocato sull’accumulo di immagini nere e buie e piene di terra (il palcoscenico) e poi però sovrastato da luci hollywoodiane e props stellari (un intero tronco d’albero cala nel finale per inghiottirsi tutta la nostra meraviglia): tutto ciò in sostituzione però delle azioni.

Ne resta una pittura d’Arcadia un poco cupa ma scolastica e insomma da rotocalco (il cadavere è un lenzuolo funebre legato a un cadavere, la morte è uno scheletro d’ossa, il vecchio è un performer con la maschera da vecchio, la primavera del finale uno scoppio a terra di fiorellini: un sillabario, più che una drammaturgia…). Tutto è retto dalla straordinaria Maria Arnal, vocalist e compositrice spagnola brava-da-paura, alla quale Morau affida un intero mondo parallelo, capace di evocare tutto un alternativo immaginario teatrale, e che sarebbe in buona parte anche bastato. Per l’immaginifico e generoso Morau, tanto popolare quanto bulimico, cedo allo scrivere in tempi bui di Teju Cole, quando a proposito dello sbancare ai botteghini dei recenti film di supereroi, aggiunge: «c’è così tanta carne al fuoco che si ha la sensazione che non ci sia proprio nulla» (Black Paper, 2021).
Che aggiungere? In questa olimpionica Biennale, così fuori fuoco rispetto alla realtà, così bisognosa di occhiali da vista sul tempo presente, non una voce preoccupata per quel che succede dietro alle lenti: non dico nessun esplicito sventolio di bandiere, ma nemmeno una timida pronuncia, una spilletta su risvolto, un trascurabile accessorio rosso-nero-bianco-verde. Ma è un biasimo che oggi assedia tutto il nostro vivere. Ero giorni fa a Lecce (ospite del caro e coltissimo amico Fredy) in una cena con il Grande Timoniere di tutte le Enciclopedie (la sinistra riformista, la meglio gioventù dei miei anni), quando ho scoperto che la sua unica preoccupazione era che nel Grande-Evento Popolare da lui governato con un blindatissimo contratto televisivo, non venisse in mente a nessuno di palesare scritte o vessilli Pro-Pal. C’è una penale! Minacciava, tremebondo. A questo siamo: una multa non vale l’orrore del male assoluto di cui siamo spettatori inerti. Ecco il fuori fuoco pilatesco, che avrà per tutt* un prezzo enorme. Per fortuna una resistenza è partita dal rifiuto (nel grido di Alessandra Caiulo). Allora penso a quanto ci manca, in Italia, un Pasolini, capace di prenderci tutti a calci nel culo.
Stefano Tomassini
Venezia, luglio 2025
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