Nuovi comici al lavoro e i paradossi del presente

Recensione e approfondimento. Solo quando lavoro sono felice. Il lavoro, nelle sue problematiche più filosofiche e contraddittorie, visto da due anti attori come Niccolò Fettarappa e Lorenzo Maragoni

“Lavorare lavorare preferisco il rumore del mare”, affermava Ugo Nespolo, aggiornando i versi dei Canti orfici di Dino Campana e conferendo ad essi tridimensionalità installativa sul lungomare di San Benedetto del Tronto. Il lavoro è tornato al centro del dibattito in questi anni, ma non tanto per novecentesche lotte di fabbrica, picchetti industriali o colletti bianchi alla conquista di un futuro costruito attorno al desk aziendale: il lavoro si nomina per la sua sparizione, o meglio, per la sparizione dei lavoratori. Il lavoro non è più solo una questione economica, anche se l’attuale governo parla di occupabilità e di superamento del reddito di cittadinanza, ma una problematica complessa in cui si dibattono desideri, passioni, sogni, scelte politiche ed etiche. In un video della serie Troppolitani di qualche anno fa, Antonio Rezza si aggirava per i centri per l’impiego (gli uffici di collocamento di allora) e con un microfono che si arrampicava attorno alle dita faceva domande spiazzanti e filosofiche alle persone in fila: “Il lavoro non nega la libertà all’individuo, costringendolo ad andare per otto ore dove non vorrebbe?”. Due giovani autori e interpreti hanno deciso di entrare nel dibattito in scivolata, con il tempismo dei comici in ascolto della realtà e con la forza deflagrante di una libertà compositiva difficilmente etichettabile.

Niccolò Fettarappa e Lorenzo Maragoni: il primo non ha neanche trent’anni anni ma ha già dimostrato un’importante dose di talento con Apocalisse Tascabile, spettacolo che lo ha proiettato verso il premio di circuitazione InBox e a replicare su numerosi palcoscenici; l’altro, un ex accademico (dottore in Scienze Statistiche oltre che regista e interprete nella compagnia veneta Amor Vacui), diventato virale con l’apparizione televisiva a Italian’s Got Talent e la vittoria del campionato del mondo di Slam Poetry. Una coppia ben assortita insomma, con caratteristiche e valori eterogenei, e che, con Solo quando lavoro sono felice (in questa visione nella stagione curata dalla Corte Ospitale al Teatro Herberia di Rubiera, ma passato da poco anche a Roma negli spazi di Carrozzerie n.o.t.), tenta una strana dissertazione teatrale sui temi di cui sopra. I due affrontano la problematica dalla parte che meglio conoscono, quella del lavoro creativo e autonomo: chi è il nostro capo quando siamo liberi professionisti? Facile, il nostro capo siamo noi e i soprusi, le angherie, lo sfruttamento provengono dunque da noi stessi. Non siamo di fronte alla parodia del lavoratore inetto di fantozziana memoria che, ribaltando la scrivania, mostrava un ingegnoso tavolo da ping pong: qui la questione si fa sfuggente. Non ci si può licenziare da se stessi, ma sarebbe bello per una volta poter affrontare il momento in cui si prende il coraggio a quattro mani e si lascia il posto di lavoro: Fettarappa sale sul ballatoio del palcoscenico e dopo essersi licenziato più volte (ma con il sorriso tipico del mondo di plastica, dei buoni rapporti sociali e social di oggi) ritorna per distruggere l’ufficio immaginario di quel capo invisibile.

Foto Giampiero Fanelli

D’altronde il lavoratore Fettarappa ha nostalgia degli scioperi, dei picchetti, delle piazze colorate di tute blu, in definitiva ha nostalgia dell’utopia operaia. Da qui la malinconica comicità di un giovanissimo artista sul quale sono evidentemente visibili le tracce di una certa non-scuola romana: nella scrittura poetica e teatrale, nell’anarchismo scenico e surreale, nella propensione ad abitare la scena in modo sbilenco, si intravedono le influenze di Eleonora Danco, Antonio Rezza, Daniele Timpano. Poi c’è l’attitudine di Maragoni, tutt’altro che teatrale eppure in grado di rapire con rosari di parole e immagini, come uno dei piccoli monologhi in cui, con una scrittura minimalista ma evocativa, spiega che ci si può sentire frittate o grattacieli. Chi si sente grattacielo è qualcuno in grado di progettare la propria vita sin dall’inizio per puntare in alto. Allora, in questa strana serata in cui i grandi temi, epocali (come i numeri dei licenziamenti post Covid degli Stati Uniti), vengono sviscerati da uno “storto” duo teatrale di fronte alla platea di una piccola città emiliana, accade che qualcuno non stia al gioco: Maragoni chiede se qualcuno si senta grattacielo – che in un consesso del genere è come chiedere chi si senta migliore degli altri – un giovane spettatore solitario alza la mano, unico tra tanti; dal palco con ironia gli rispondono che sta mentendo a se stesso e lui seraficamente, come un fedele in contrasto con il proprio parroco, si alza ed esce dal teatro, lasciando tutti gli altri – le frittate – abbastanza stupiti. Effetti dell’arte dal vivo della sua capacità di toccare i nervi della vita? Oppure i risultati di una diversa aspettativa da parte di quello spettatore, che avrebbe voluto trovarsi di fronte a una chirurgica disamina sul tema del lavoro nel Ventunesimo secolo e che invece – per fortuna nostra – si è dovuto misurare con due clown, ovvero gli unici in grado di dire la verità oltre la realtà.

Andrea Pocosgnich

Teatro Herberia, Riubiera, dicembre 2022

Prossime date in calendario tourneé

18 GENNAIO VALDAGNO (VI)
3 FEBBRAIO POLISTENA (RC)
11-12 MARZO MILANO

Solo quando lavoro sono felice

di e con Lorenzo Maragoni e Niccolò Fettarappa
in collaborazione con Teresa Vila
realizzato con il sostegno di Ferrara Off APS
residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t
produzione La Corte Ospitale

Menzione speciale Forever Young 2021/2022 – La Corte Ospitale

Andrea Pocosgnich è laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor. Ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica. Nel 2009 fonda Teatro e Critica, punto di riferimento nazionale per l’informazione e la critica teatrale, di cui attualmente è il direttore e uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Doppiozero, Metromorfosi, To be, Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro: workshop di visione, incontri, lezioni all’interno di festival, scuole, accademie, università e stagioni teatrali.   È docente di storia del teatro, drammaturgia, educazione alla visione e critica presso accademie e scuole.

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