Il Capitale dei Kepler. La GKN nelle geografie delle lotte

L’ultimo spettacolo dei Kepler – 452, che ha debuttato all’Arena del Sole in occasione di VIE Festival, attraversa l’opera più nota di Karl Marx a partire dall’occupazione della GKN di Campi Bisenzio e dalle vicende di Tiziana De Biasio, Felice Ieraci e Francesco Iorio del collettivo di fabbrica. Recensione.

foto di Luca Del Pia

Il Capitale di Karl Marx è un libro strano, scrive Giovanni Zanotti, ricercatore in filosofia dell’Università di Bologna, in esergo alla piccola, bella pubblicazione che accompagna l’ultimo spettacolo dei Kepler–452. Chi può affermare di averlo letto, almeno in buona parte, fra quanti di noi lo citano con la certezza incrollabile di una fede implicita, per quanto sbiadita dal tempo, dalle mode e dal nostro modo di vita iperconnesso e pieno di merci? Anche Il Capitale è in effetti uno spettacolo strano: per parlare del libro ne filtra le pagine attraverso le vicende recenti di una fabbrica, la GKN di Campi Bisenzio, balzata agli onori della cronaca nel 2021 per la chiusura improvvisa e il licenziamento di 422 dipendenti. Torniamo a luglio dell’anno scorso, quando, a emergenza pandemica affievolita, il governo Draghi interrompe il blocco dei licenziamenti: questa storia ne è la conseguenza immediata, innescata dalla ricorrente prassi dei grandi gruppi multinazionali a delocalizzare la produzione. «La fabbrica è occupata. Da qui non esce uno spillo». L’azione del collettivo di fabbrica va però avanti da allora. «Probabilmente se siamo arrivati fin qua è perché da tempo calcolano tutto, hanno calcolato che potevamo fermare le merci e probabilmente da qualche parte c’è un magazzino polmone da cui in questo momento stanno attingendo i semiassi». La sinossi dello spettacolo, oltre a un’estrema sintesi dei rapporti di potere in questo sistema di produzione, è tutta nelle parole di Dario Salvetti, delegato RSU ed esponente carismatico del collettivo di fabbrica.

foto di Luca Del Pia

Emozionato ma energico nella voce di petto che tradisce la consuetudine del megafono, Salvetti recita un denso prologo, dissodato dalla domanda finale che ci inchioda alla poltrona. «Voi, come state? Noi stiamo così, che questa lotta la perderemo, a meno che tutte e tutti noi non consideriamo questa lotta un momento di riscatto sociale. A meno che GKN non diventi un punto di riscossa per tutte e tutti. Come state? Perché noi qua probabilmente perderemo, a meno che voi non ci diciate come state». Il Capitale non è un reportage pietistico sulla sventura di altri, ma un’apostrofe diretta alla nostra coscienza sin da quel sottotitolo: Un libro che ancora non abbiamo letto, anche se fingiamo di averlo fatto, appunto. La coscienza evocata, qui, è quella individuale, ma anche quella di un blocco sociale che si identifica nelle pose e nei costumi della sinistra, pur avendone disertato i luoghi e gli strumenti storici di lotta. Nicola Borghesi scrive nel citato libello che il cuore dello spettacolo è il tempo – quello «liberato dall’affanno della produzione», che diventa tempo di autoaffermazione per un gruppo di lavoratori e lavoratrici che, occupando la fabbrica, riscrivono la loro relazione coi mezzi di produzione e, attraverso questi, con la propria biografia. Per chi scrive il cuore di questo lavoro è anche e soprattutto la fabbrica stessa: la fabbrica come paesaggio, con la sua scala in parte sovrumana per dimensioni e proporzioni, con le luci sempre accese che lacerano la notte, il clangore incessante delle macchine, il puzzo di morchia, quell’alienante disporsi per chiazze grige nei territori fra le ultime periferie e le prime, glabre campagne.

foto di Luca Del Pia

Il paesaggio della fabbrica è soggetto scenografico, con bulloni, semiassi e il tavolo da lavoro. Prezioso il materiale video di Chiara Caliò che, sul fondale di bande in PVC, squarcia la tridimensionalità attraverso dei piani sequenza che affondano lo sguardo in quel paesaggio, con le sue prospettive infinite, da cattedrale di cemento e acciaio nudi e la luce mistica di LED a 8000 K. Il paesaggio della fabbrica è anche soggetto psicologico, coi volti di Tiziana De Biasio, Felice Ieraci e Francesco Iorio, che intessono, con naturalezza e intensità, la genealogia di questa lotta come confluenza di identità, fra ricordi e conflitti interpersonali. Si percepisce che questo collettivo è arrivato alla lotta per necessità, ma l’ha abbracciata poi con la pervicacia di chi, in fondo, la strada di un reimpiego l’avrebbe potuta scegliere, in una congiuntura storica in cui la classe operaria non è certamente quella più subalterna fra nuove forme di precarietà, povertà e autosfruttamento. C’è forse proprio l’affezione per un paesaggio alla base di questa lotta, incardinata nella necessità di restare nel ventre del grande edificio coi suoi macchinari – quel capitale che di per sé vale milioni e che certamente la proprietà alienerebbe volentieri (è notizia di questi giorni che la nuova proprietà ha tentato di riappropriarsi delle attrezzature, incontrando l’opposizione dell’ennesimo picchetto accorso in soccorso agli occupanti). Ma contro chi lottano davvero Tiziana, Felice, Francesco, Dario e i loro compagni?

foto di Luca Del Pia

Nel loro racconto, la designazione del nemico avviene in absentia – il capitale è nel tono distaccato delle mail di licenziamento, ma anche nell’ipocrisia mediatica del giornalismo d’accatto. Per Tiziana De Biasio il posizionamento politico all’interno dell’ambiente di lavoro e di lotta appare una questione meno lineare: dapprima assunta in amministrazione, ha attraversato la diffidenza e il sessismo di un ambiente maschile e maschilista – anche e soprattutto quello operario. Per De Biasio il licenziamento è avvenuto però due volte, la prima nella forma di un passaggio dall’amministrazione a una ditta di servizi esterni di pulizia. Nella storia di Felice Ieraci e Francesco Iorio risuona invece la solida corporeità di bielle e pistoni, il vapore che esce dalla bocca nei cambi turno all’alba, la goliardia fiorentina negli scambi mordaci fra un gesto e l’altro, sempre uguali, come una coreografia macchinica di cui pure ora è difficile non avere nostalgia. Ci sono loro tre, per tutti gli altri, e fra di loro gli sguardi attenti e straniati di Nicola Borghesi e Enrico Baraldi, che per un mese hanno cercato e annotato drammaturgie nella realtà della fabbrica occupata. Borghesi, in scena, ricorda quei giorni. «Quelli della digos», così li avevano ribattezzati gli occupanti: affiora, o meglio esonda, insieme alla fascinazione per quel paesaggio-mondo mai abitato prima, il senso di colpa per un’estraneità stigmatizzata in quell’appellativo.

foto di Luca Del Pia

«Il Capitale ci riporta […] al centro. La sfera della produzione, il mondo del lavoro salariato, il cuore pulsante della società in cui viviamo, con cui noi – artisti, teatranti, attori, registi – abbiamo quasi mai a che fare», scrive Baraldi nelle note di regia, segnalando come l’oggetto di osservazione dei Kepler sia passato, rispetto a lavori come Il giardino dei ciliegi o F. Perdere le cose, dai margini della civiltà produttiva al luogo “genetico” delle merci. Di rimando, Borghesi condensa in una lunga tirata monologante molte delle riflessioni esplicitate nell’ormai solido discorso estetico e politico della compagnia. Nel crescendo si accavallano argomenti interessanti, che enunciano, forse troppo frettolosamente, le problematicità storiche che la vicenda GKN pone. L’estraneità del proprio microcosmo teatrale, fatto di colleghi, collaboratori ma anche di pubblico, al mondo del lavoro salariato, fatto a sua volta di luoghi, linguaggi, culture e sottoculture, produce una vergogna che vorrebbe misurare la colpa di tutto un settore. «Odio chi si è accontentato di linguaggi inclusivi, asterischi, schwa, diritti civili e splendide astrazioni»: il meccanismo di empatia fra il pubblico e i protagonisti di questa storia rischia, ad avviso di chi scrive, di incepparsi su questa gerarchizzazione implicita delle istanze della lotta. Al contempo resta un senso amaro di colpevolizzazione dello spettatore, territorio psicologico in cui finisce per implodere buona parte di quell’apostrofe iniziale. Il j’accuse, che parte dal sottotitolo, poggia su una solida analisi delle colpe storiche della sinistra, ma diventa una leva troppo superficiale, e forse ingenerosa, se intesa a descrivere la “colpa” di tutta la comunità teatrale (operatori, artisti ma anche pubblico).

foto di Andrea Sawyerr

È tuttavia proprio in questa esposizione politica radicale che i Kepler danno continuità all’intento, espresso a più riprese durante e dopo la pandemia, di rendere conto di una realtà sempre più gravata dall’insostenibile modo di produzione capitalistico – di contro ad una generalizzata e cieca «spensierata ripartenza del Paese». Al di là di una certa enfasi da manifesto, Il Capitale sparge una ricca semina di domande, anche per difetto: fra queste, per chi scrive, resta soprattutto quella sull’intersezionalità delle lotte. Borghesi, raggiunto telefonicamente nei giorni successivi allo spettacolo, cita Nancy Fraser per ricordare come l’architrave delle lotte, pur nella molteplicità delle istanze, debba essere la lotta di classe. Eppure, nella drammaturgia, stride l’animosità con cui quelle istanze vengono evocate, quasi che nell’ampio spettro di debolezze e tradimenti della sinistra italiana, teatrale e non, sia l’eccessiva attenzione ai diritti civili il problema di fondo. L’intersezionalità è invece una prospettiva fondamentale, storicamente e strutturalmente femminista, per costruire un fronte unito ma che sia internamente consapevole tanto del posizionamento di classe, quanto di quello etnico, sessuale, di genere, religioso etc… Qui per accostamento forse arbitrario e certamente personale, vengono alla mente le potenti immagini di Twinsburg, la trasognata sfilata di Gucci per coppie di modell* gemell*: identico, ma diverso, copia, ma autentica. Oggi anche parte dei mondi della moda e del design, quelli per cui l’inclusività è un tema nevralgico tanto quanto il privilegio di classe resta garanzia di profitto, parlano (paradossalmente?) di lotta al capitale. In Twinsburg alcun* modell* vestivano dei capi col logo del FUORI (il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, fondato nel 1962). Incuriositi dalla scelta, condividiamo le parole di Ale/Sandra Cane (alla cui lettura rimandiamo come ideale prosieguo di questa), che condivide quelle di Mario Mieli, tra i fondatori del FUORI: “le città del capitale sono il palcoscenico di un assurdo spettacolo” in cui “non esiste un senso né un’utilità umana… tanto più che questa recita è una tragicommedia noiosissima”. Sono due paesaggi lontanissimi, eppure adiacenti, quella fabbrica nella piana fiorentina e il runway milanese. Restiamo di fronte a questi corpi, corpi che manifestano e che salgono su un palcoscenico, o corpi che manifestano sfilando. La geografia delle lotte è complessa: qui si propone di attraversarne i paesaggi, con la cura dell’ascolto profondo, per registrarne la forza e le contraddizioni.

Andrea Zangari

Arena del Sole, Bologna – VIE Festival

IL CAPITALE. Un libro che ancora non abbiamo letto

un progetto di Kepler-452
drammaturgia e regia Enrico Baraldi e Nicola Borghesi
con Nicola Borghesi
e Tiziana De Biasio, Felice Ieraci, Francesco Iorio- Collettivo di fabbrica lavoratori GKN
e con la partecipazione di Dario Salvetti
luci e spazio scenico Vincent Longuemare
sound design Alberto Bebo Guidetti
video e documentazione Chiara Caliò
consulenza tecnico-scientifica su “Il Capitale” di Karl Marx Giovanni Zanotti
assistente alla regia Roberta Gabriele
macchinista Andrea Bovaia
tecnico luci e video Giuseppe Tomasi
fonico Francesco Vacca
elementi scenici realizzati nel Laboratorio di ERT
responsabile del laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini
scenografe decoratrici Ludovica Sitti con Sarah Menichini, Benedetta Monetti, Rebecca Zavattoniricerca iconografica
immagine di locandina Letizia Calori
foto di scena Luca Del Pia
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

Architetto, laureato presso lo IUAV di Venezia, specializzato in restauro. Ha scritto su riviste di settore approfondendo il tema degli spazi della memoria, e della riconversione di edifici religiosi dismessi in Europa. Si avvicina al teatro attraverso laboratori di recitazione, muovendosi poi verso la scrittura critica con la frequentazione dei laboratori condotti da Andrea Pocosgnich e Francesca Pierri presso il festival Castellinaria prima e Short Theatre poi, nel 2018. Ha collaborato con Scene Contemporanee, ed attualmente scrive anche su Paneacquaculture. Inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica a fine 2019, osservando la realtà teatrale fra Emilia e Romagna.

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