Perdere le cose di Kepler. L’assenza è un rito teatrale

Debutta al Teatro Arena del Sole di Bologna la nuova produzione di Kepler-452: F. Perdere le cose. Un’indagine di Aiello, Baraldi e Borghesi in cerca di quello che sta scomparendo e dell’umanità nascosta. Recensione

 

Foto di Luca Del Pia

«Per quanto tempo si può guardare uno spazio vuoto senza annoiarsi?»: straniante, ironica, la domanda con cui Kepler-452 apre F. Perdere le cose è pronunciata dalla voce off di Nicola Borghesi, dopo lunghi istanti nei quali il pubblico contempla un ambiente grigio, disabitato. Lo stesso quesito, scandito da Claudio Cirri, spezzava l’attesa e lo stupore degli spettatori di Overload di Sotterraneo, posti davanti a un palcoscenico altrettanto deserto e silente. Qui, all’Arena del Sole di Bologna dove il collettivo bolognese ha presentato in prima assoluta, all’interno della quattordicesima edizione di Vie Festival, la sua nuova creazione, a rispondere all’inconsueta richiesta è Paola Aiello, seduta tra le fila della platea: con risolutezza, il suo «Per quanto mi riguarda pochissimo» ha il sapore di un’iniezione di pragmatico realismo nelle vene di intellettualismi e astrazioni, l’effetto di uno strappo che antepone alle filosofie la verità di un corpo e la sua fragorosa semplicità. Là, nello spettacolo insignito del premio Ubu 2018 ‑ nonché finalista al premio Rete Critica vinto proprio da Kepler-452 con Il giardino dei ciliegi ‑ l’interrogativo rappresentava invece una pausa di relativa quiete nel frenetico susseguirsi di soluzioni e immagini. E la coincidenza, sia essa frutto di un’inconsapevole citazione oppure un colto omaggio, sembra veicolare ‑ pur nella distanza tra gli esiti e le poetiche ‑ il sussistere di istanze analoghe, che accomunano le compagnie nella volontà di far deflagrare il fatto spettacolare, nonché di decostruire il meccanismo partecipativo del pubblico.

Intervistato su queste pagineEnrico Baraldi  co-fondatore del gruppo bolognese insieme a Borghesi e Aiello, e dramaturg di questa creazione pone proprio Sotterraneo, insieme tra gli altri a Deflorian/Tagliarini e a Frigoproduzioni, tra gli artisti capaci di mettere al centro «l’estetica e la destrutturazione dei linguaggi», evidenziando tuttavia la necessità di ampliare tale afflato «a nuovi orizzonti del contemporaneo: il teatro che non si nasconde e non nasconde il discorso e la parola, e che prende una posizione netta sulla realtà». F. Perdere le cose costituisce, in questo senso, un felice tentativo di originare un cortocircuito tra attitudini tradizionalmente separate, e di sfrangiarne così i confini: da un lato, infatti, il lavoro di Kepler-452 sembra inscriversi in prima istanza nel folto ambito che ha fatto emergere il dispositivo e le sue infinite declinazioni come nuova chiave di accesso alla contemporaneità; dall’altro, avvicinandosi in questo senso ad alcune produzioni di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, ma facendo altresì proprie alcune prerogative del teatro di narrazione, individua il fulcro germinativo nella società e nella cronaca, nella vita quotidiana di persone comuni, nelle lotte impari che li contrappongono a una società inumana.

Foto di Luca Del Pia

Come per i coniugi Bianchi nel Giardino dei ciliegi, è ancora una volta un’emarginazione forzata e una solitudine, una biografia di dolore e dignità, a essere raccontata sul palco. O piuttosto a essere tratteggiata, avvicinata, colta soltanto nella sua opacità: l’iniziale puntata del titolo tradisce l’impossibilità di afferrare un nome intero, e con esso quella promessa di un’identità che potrebbe contenere. F. è soltanto una lettera, una cifra tra tante, il simbolo linguistico di un uomo che rifugge qualsiasi tentativo di essere normato, finanche di essere narrato: non ci sono date di nascita o codici fiscali che sappiano dire una riposta alla più facile e più complessa delle domande. A quel «E tu chi sei?» che Borghesi e Aiello pongono a quell’uomo alto e confuso, incontrato in un dormitorio per senzatetto di Bologna, F. risponde con un laconico e oltremodo cristallino «Io sono io». È qui, nella verità della tautologia contrapposta alla fredda elencazione delle generalità con le quali i due performer cercano di presentarsi al pubblico, che si insinua al contempo la volontà di disegnare un’esistenza e la consapevolezza dell’inanità di un tale sforzo. F. è evasivo nelle interazioni con la compagnia occorse durante la gestazione creativa; F. cela più di quanto riveli; F. forse ha un disagio psichico, o forse sa che l’io e la vita si dipanano troppo lontano dai palcoscenici perché se ne possa fare uno spettacolo. E lo spettacolo immaginato e ostinatamente voluto da Kepler-452, infatti, non si farà.

Foto di Luca del Pia

F. è un immigrato nigeriano di 42 anni, nato a Warri, «magro, affascinante» vucumprà con venti fratelli e sorelle e tremila nomi perché nel villaggio da cui viene «ogni persona può dare un nome a te che sei nato lì». E tuttavia F. è un’incognita, un errore nel sistema, l’eccezione alla facilità con cui la legge inscrive e regola la quotidianità: ha perso il permesso di soggiorno e il passaporto, e con essi la possibilità di trovare un lavoro e il diritto a un rinnovo di quello stesso permesso che gli garantirebbe l’accesso a un’occupazione. Ecco chi è F.: un clandestino, un acclarato reo. E come tale, un paria del teatro: impossibile per lui varcare la soglia di un palcoscenico, inimmaginabile la sua presenza in un camerino, una pura fantasia l’idea che possa seguire la compagnia nella tournée. Quel celeberrimo certificato di agibilità, croce e delizia per ogni attore o danzatore nostrano, non può essere stilato per chi, come F., non potrebbe nemmeno trovarsi all’interno dei confini nazionali. F. Perdere le cose è, di conseguenza, la commossa cronaca di una sconfitta, è la nuda verità di un desiderio produttivo irrealizzato e irrealizzabile: gli spettatori non assisteranno mai allo spettacolo che Aiello, Baraldi e Borghesi avrebbero potuto e desiderato costruire fianco a fianco con F., meticciando le proprie storie di vita, magari accostandole a un classico come nel Giardino dei ciliegi o sperimentando nuove, inconsuete forme di narrazione. Ma ciò nonostante è la testimonianza di un tentativo, di un beckettiano “fallimento migliore”, l’incosciente realizzazione di quella dicotomia tra teatro e spettacolo teorizzata da Claudio Morganti e che tanto spaventa Aiello: «Ho paura che per fare teatro si debba fare uno spettacolo. Stavolta non ho uno spettacolo da fare. Non finirà bene».

Foto di Luca Del Pia

E tuttavia, come in Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, proprio l’irrappresentabilità della vicenda là per il suo carattere intrinsecamente ineffabile, qui per le condizioni imposte dalla legge diventa nella scrittura di Kepler-452 una lama affilata, grazie alla quale affondare lo sguardo in una condizione disumana e paradossale, in un’alterità assoluta che le norme sul controllo dei flussi migratori, così come sul lavoro che da esse in parte dipendono edificano a pochi metri da noi, nelle nostre città. Con attitudine documentaristica e diaristica, la drammaturgia ripercorre le fasi di un lavoro produttivo che, più che in sala prove, si è svolto per uffici legali e ambasciate, alla ricerca di un cavillo o di un escamotage che consentisse a F. la presenza in sala: ma la galassia dei comma 22 e dei codicilli, delle deontologie e dei testi unici, ha reso qualsiasi strada impraticabile. Da soli in scena, Borghesi e Aiello leggono le norme su tanti, troppi fogli di carta, al punto da venirne sommersi, al punto da comprendere che l’unico modo di portare la verità di F. sul palco è affidarla al corpo legale e assicurabile di una spettatrice, alla sua voce chiamata a ripetere parole altrui ascoltate in cuffia, o addirittura restituirla asettica e meccanica grazie a una cassa audio e a una proiezione video. F. Perdere le cose diviene così una drammatica cerimonia dell’assenza, che a causa di un meccanismo censorio non voluto, ma subito dalla compagnia mostra della realtà dell’immigrazione molto di più di quanto nasconda, gettando luce su quanto e come la legge sia in grado di istituire carceri invisibili, kafkiane e paradossali, per chi abita «sul territorio italiano senza effettivamente esistere per la legge, né avere la possibilità di regolarizzarsi». Ma diviene altresì anche un’indagine attorno a un uomo, alla sua città, alle sue idiosincrasie e ai suoi slanci: il modo di camminare, le inflessioni della voce, la fascinazione per un costume da clown.

Foto di Luca Del Pia

Eppure F. Perdere le cose non è uno spettacolo sull’immigrazione: non è F. a essere oggetto di indagine, quanto strumento di essa, lente da cui osservare sé stessi, una generazione, un passaggio intimo e storico. Con questa seconda produzione targata Emilia Romagna Teatro Fondazione, Kepler-452 fotografa con lucidità il proprio momento all’interno di un percorso, registra dubbi e inciampi, celebra la perdita in un rituale collettivo. «Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco»: mai nominato, Astolfo è trasfigurato negli occhi malinconici di Nicola Borghesi, nella sua voce che si scalda nel tempo di una battuta; traslucido, ha adesso i capelli rossi di Paola Aiello, quell’incedere spezzato delle parole, il timbro fragile. Disarcionato da qualsivoglia ippogrifo, Astolfo è oggi un improbabile cavaliere che anima il corpo di due attori, colti nell’attraversare lo spazio fin troppo terrestre della burocrazia e della Legge Bossi-Fini. E tuttavia la scena che si apre davanti agli occhi degli spettatori dell’Arena del Sole di Bologna è altrettanto grigia e vuota, ancora simile a un ariostesco «acciar che non ha macchia alcuna», dove solo le straordinarie variazioni di struttura e colore che Vincent Longuemare impone al disegno luci testimoniano lo scorrere del tempo, e dove la quarta parete che separerebbe la finzione dalla realtà è resa da due ante mobili poste lungo il proscenio. A tratti insistendo troppo sul pathos, in una ricerca della complicità emotiva del pubblico non sempre necessaria, i due si mettono a nudo nelle proprie insicurezze, specchiandosi nell’abisso che il barbone F. dispiega nel suo sguardo e perdendo infine, felicemente, il senno. Eccola, la Luna, oscura come gli occhi di F. e grande quanto un teatro, eccola proteggere «tutti i ricordi d’infanzia, la prima campanella, il grembiule, la prima rissa», eccola restituire cosa, e chi, credevamo di avere perduto. Basta tuffarsi in quegli occhi: anche noi, che non sappiamo nuotare.

Alessandro Iachino

Arena del Sole, Bologna marzo 2019

F. PERDERE LE COSE
scritto da Kepler-452 (Aiello, Baraldi, Borghesi)
regia Nicola Borghesi
dramaturg Enrico Baraldi
in scena Paola Aiello, Nicola Borghesi e, da qualche parte, F.
luci Vincent Longuemare
spazio Vincent Longuemare e Letizia Calori
costumi Letizia Calori
video Chiara Caliò
musiche Bebo Guidetti
suono Alberto Irrera
coordinamento Michela Buscema
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.