Gioia Salvatori. La poesia in scena e l’amore per la parola

Di Ridere Di Piangere Di Paura è l’ultimo lavoro di Gioia Salvatori presentato in anteprima al Teatro India, che segna un punto di maturazione nel percorso dell’attrice e autrice. Recensione

Tra l’ascolto e la lettura si fatica a scegliere una preferenza, perché è un incantesimo, a volte stordente; seguire le curve e le dritte, le storte e le morbide di un ragionare complesso che si dispiega, e aggrada o allontana, sibila anche quando non dice più. Ma tu ci pensi, ancora un po’. «Mi piace solo la parola / la tessitrice di mondi» confessa Gioia Salvatori nei primi versi del suo Di Ridere Di Piangere Di Paura, uno spettacolo a metà tra la prosa e la poesia in musica, con la regia curata insieme a Gabriele Paolocà e presentato in anteprima i primi di ottobre al Teatro India, Teatro di Roma. «Solo la parola», la decisione nel palesarlo e nell’isolare il senso di questa esclusività: la parola, nucleo del discorso, cellula del linguaggio, indicatore di una lingua, espressione di senso e sentimento. Questo solamente, che è invero tantissimo, piace all’attrice scrittrice romana, poetessa anche, perché è sul verso che si costruisce per la maggior parte questa drammaturgia e, a differenza di altri suoi precedenti lavori, qui è affiancata in scena – uno spazio scarno con pochi oggetti funzionali – dal musicista Simone Alessandrini, con il quale intrattiene un rapporto duale di condivisione del ritmo in cui le parole, un fiume, si susseguono accentandosi in una musica discreta e necessaria, che non accompagna, non sovrasta ma è invece parte della parola stessa.

La poesia, questa sconosciuta? Affatto. E se è familiare a Salvatori piegare la parola all’interno di schemi metrici e stilistici, legarla alla musica per ampliare le sue potenzialità evocative, è questa un’abitudine sempre più diffusa tra i giovani e sugli stessi social network – attraverso i quali la versatilità della scrittura di Salvatori si cimenta in riconoscibili bozzetti d’autrice – che rappresentano un orizzonte di condivisione ed esposizione che ha generato veri e propri casi letterari. A tal proposito è molto frequente che alcune raccolte poetiche diventino long-seller e sono molto diffusi i reading e gli spettacoli di poetry slam; vivacità sottolineata anche dal Rapporto Aie sullo stato dell’editoria 2022 in cui si segnala una crescita di circa il 20% dei titoli di poesia pubblicati. Panorama nel quale si inserisce la recente creazione, a fine ottobre, del Premio Strega Poesia, nuovo riconoscimento nazionale legato al prestigioso premio letterario italiano.

cuoro
Cuoro. Foto ufficio stampa

«Questo incerto che si attruppa sopra di noi, che si tempesta, si appappa» e ancora «il resto è mistero e te lo devi andare a capare, cicoriamente negli anfratti». Nel leggere e nell’ascoltare il testo di Salvatori è, quindi, diletto scoprire inattesi nessi semantici, sostantivi divenuti avverbi e godere dell’abbarbicarsi di parole le une sulle altre, mentre con fare perfidamente fanciullesco lei è in scena gesticolante, con un vestito celeste e le Converse ai piedi. Una ninfetta e anche un po’ nonna  – «io c’ho quasi 40 anni, lascia perdere che mi tengo su, perché mi idrato io ci tengo e ci spendo eh» – che sembra, come ci confermerà anche lei in uno scambio telefonico, aver abbandonato l’«io monologante» dei suoi primi lavori per collettivizzarlo in uno slancio meno singolare. Dirà che «la serata è in mano all’irrazionale» ma così non ci appare, poiché la supervisione di un io giudicante autorale che passa al vaglio il testo è tale per cui il contenuto di ciò che l’autrice vuole comunicare e la forma tramite cui il messaggio viene trasmesso sono logicamente impostati. Sotto la pioggia. Piove a più riprese, due volte secondo quanto indicato nel copione, in questo luogo dell’animo rivoltato dal presente ingombrante, che fa domande e impone risposte e rispetto al quale vorremmo spesso esimerci dal prendere parola, viverci senza infastidenti sollecitazioni. Risuona la musicalità, incisiva nel senso, dei versi: «non argomentare per forza / le “nuove” / non cercar le prove / per esercitare / la critica spiccia / il secondo me».

Foto di Alessandro Cantarini

Seppure possa incutere una certa soggezione, consequenziale alla sensazione di essere noi sulla giostra del suo ragionare, vorticando in quella forza centripeta che non ci allontana mai abbastanza dalla verità che vorremmo invece nascondere, Gioia Salvatori è empaticamente adorabile, lo è per il pubblico in sala che la segue nei suoi ragionamenti, ridendo o ascoltando in silenzio, oppure aspettando l’accrescersi del suo inveire roco verso questo tempo e, soprattutto, verso questa rappresentazione uniformata e uniformante del femminile: «una passa metà della vita a introiettare lo sguardo del maschio e l’altra metà a estroiettare lo sguardo del maschio su di sé, il lavoro della donna, dell’essere donna, la donna operaia di se stessa». Un lavoro, operaio, dell’essere, un’esegesi del pensiero riluttante che non ce la fa davvero più e che vorrebbe essere lasciato in pace o coccolato: tenera è l’immagine simbolo della piramide di Pan di Stelle illuminati tutti’intorno da calde lucine – che fanno un po’ Natale, ma anche chioschetto per gli aperitivi e pure camera da letto. Slancio affettivo ritrovato anche nei versi, detti dall’attrice seduta in maniera composta sulla pedana del musicista (che tanto ricordano quelli dei Cento sonetti d’amore di Pablo Neruda) dedicati all’altro e anticipati da un sincero «io t’amo», come se proprio quella prima persona singolare fosse una sorta di rincorsa della passione, il trampolino dal quale tuffarsi e dire…t’amo.

Poco prima di girare il cubetto in cui sono riposti in scena i biscotti, l’attrice ha declamato, quasi sommessamente, una sorta di ode in cui l’anafora «Il tempo mio» è indicativa di una rivendicata mancanza, per cui l’aggettivo possessivo che segue il nome ne sottolinea non solo l’aspetto nostalgico di un tempo che si vorrebbe diverso da quello che è, ma anche l’appartenenza al dialetto romanesco, di casa. Resta, dunque, da recuperare  il tempo, anche quello della scrittura, godendosi le pause, i silenzi, la calma della stasi, perché l’unico inciampo della poesia dell’autrice può essere soltanto la smania, che le è propria, ma per la quale finisce di fagocitare troppe parole, rischiando di rimanerne schiacciata. Ciononostante, Gioia Salvatori è andata oltre, con una scrittura poetica che, anche se presentata in anteprima, è matura di una nuova consapevolezza del proprio linguaggio, non più singolare, dalla postura più leggera, che non si prende tanto sul serio e dà aria all’impalcatura concettuale dei suoi ragionamenti, rendendoli meno appesantiti sulla specificità del sé e straniandoli verso la molteplicità del noi: «Essere altri da noi, a noi stessi mostruosi».

Lucia Medri

Visto al Teatro India, Teatro di Roma – ottobre 2022

DI RIDERE DI PIANGERE DI PAURA

di e con Gioia Salvatori
musiche di scena Simone Alessandrini
regia di Gabriele Paolocá e Gioia Salvatori

progetto grafico Livia Massaccesi

Produzione Infinito produzioni

con il sostegno di, Carrozzerie not, Teatro fortezza est, Fivizzano 27, Teatro Argot

Laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale, sceglie di dedicarsi alla scrittura critica partecipando a workshop e seminari presso la Fondazione Romaeuropa. Dal 2013 è redattrice presso la testata online Teatro e Critica e approfondisce parallelamente la sua formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi). Negli ultimi anni si specializza in web editing prendendo parte a master e stage dedicati al Social Media Management presso aziende operanti nel settore culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018 riceve il Premio Garrone «al critico più sensibile nel leggere il teatro che muta».

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