Scaldati a Gibellina. A colloquio coi morti

Recensione. A luglio, presso il Baglio Santo Stefano di Gibellina, abbiamo visto È la notte è un raduno d’ombre, da uno scritto inedito di Franco Scaldati, per la regia di Franco Maresco, nell’interpretazione di Melino Imparato.

Foto Studio 505

«Dove sono le persone». È il quesito che Alberto Burri ebbe motivo di porsi qualche decennio fa, mentre percorreva le vie di Gibellina Nuova. È una domanda che ci siamo posti anche quest’estate, attraversando lo stesso deserto urbano, accecante e bollente come forse era apparso all’artista. La pianta della cittadina si dispiega sinuosa lungo il pendio, ma le misure non sono quelle di un paesino della provincia mediterranea. Le vie sono troppo larghe, troppo lunghe per offrire riparo e frescura: attraversarle è possibile solo nella solitudine. L’unica compagnia è offerta dalle sitespecific di Consagra, Paladino, Accardi, che emergono dal nulla come totem di un progresso interrotto, feticci di una fallimentare utopia post-moderna. Sono invecchiati male: l’incuria li ha trasformati in paradossali, smisurati monumenti alla catalessi siciliana. Anche su di loro, il tempo ha avuto la sua rivalsa.

Foto Studio 505

Sono queste le immagni che ci accompagnano fino alla visione di È la notte è un raduno d’ombre, progetto di Franco Maresco (che firma la regia) e Claudia Uzzo, visto al Baglio Di Stefano in occasione dell’ultima edizione delle Orestiadi di Gibellina. Riguardo a questi brevi «testi poetici», tratti dagli inediti Appunti su Falcone di Franco Scaldati, il regista chiarisce: «non c’è nessun riferimento ai fatti reali e alle cronache di quella strage del ’92, ma solo la poesia e la lingua irripetibile di Franco Scaldati, la sua visionarietà, la sua profondissima riflessione sul mistero dell’esistenza umana». Nel testo dunque non vi sono riferimenti espliciti alla morte del magistrato: piuttosto, è un lato senso di disfatta a impregnare di sé le parole. Come se morte civile e morte biologica, in una certa cifra, coincidessero. Il lavoro del regista rientra in un più ampio progetto di rinnovamento del modo di fare il teatro scaldatiano, del quale è attore anche Melino Imparato, anche qui presente in scena, interprete storico e attuale direttore della compagnia Scaldati. Già Lucio e Tre di coppie (qui l’intervista a Maresco) sono stati in passato oggetto di questa revisione, in vista di ulteriori sviluppi.

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Posta accanto alla montagna di cavalli e sale di Mimmo Paladino, la scena del Raduno è proprio un ritrovo di ombre: un grande velo fumoso e sospeso, teso in verticale come una parete abbozzata. Un alito di vento lo smuove appena, mentre sulla sua superficie si animano differenti impressioni. Un uomo intento a ballare il charleston, oggetti antiquati, un paesaggio rurale somigliante alla vecchia Gibellina, mentre questa riposa sotto la colata del Grande Cretto. Ma soprattutto la luna, colta nella metamorfosi in palloncino: pochi frame, da film surrealista. È un video collage in bianco e nero, imprevedibile e a tratti disturbante, coerente con la cifra stilistica del regista: ma qui Maresco è costretto a deporre del tutto le armi della satira, o forse, più semplicemente, non ha motivo di imbracciarle. Piuttosto, preferisce recuperare l’album dei ricordi. Anche i personaggi di Cinico TV, proiettati su uno schermo così precario, perdono la loro carica grottesca e si offrono come cose caduche, addirittura commoventi. La regia è pervasa da un tono malinconico, da questo soltanto. In esso si armonizzano visione e senso della fine.

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«Il corpo è un libro scritto con parole oscure». La morte coincide con la distanza tra anima e materia, acuita dal mistero insensato della dissoluzione. Imparato legge il testo alternando perplessità e rassegnazione: a volte pone una domanda che cade nel vuoto, e il tono rimane appena sospeso; in altre giunge a un’affermazione definitiva, ma che comunque nel buio si perde, inesorabile. La parola è in fondo poca cosa, rispetto all’eterno: le frasi sono successioni di vuoti, che dissolvono il realismo dialettale in una cupa raccolta di simboli. Ponendosi dietro o davanti al velo, l’interprete diviene a tratti una parvenza. Allo stesso modo Gabriele Mirabassi, già riconosciuto esecutore di sonorità maresche e scaldatiane, mentre esegue al clarino le musiche sue e di Salvatore Bonafede, si pone rispetto a questa cortina fumosa. Tra i due si svolge un dialogo, o una sorta di minuetto jazzistico, interrotto soltanto dal finale. Nella conclusione, Maresco ha voluto che Imparato e Scaldati recitassero insieme alcune battute tratte da Lucio: l’autore appare sul velo, resuscitato in frame per recitare insieme all’attore sul palco. Così il teatro della Fondazione Orestiadi accoglie ancora Franco Scaldati, che oltretutto fu direttore artistico della manifestazione nel 2005 e nel 2006. «Il bello di queste tecnologie è che ci consentono pure le sedute spiritiche» dice Imparato con un sorriso, ma non è dato capire fino a che punto sia divertito. La notte di Maresco ha il ritmo lento di una commemorazione funebre: volutamente rifiuta il presente, e nemmeno un accenno viene concesso alla possibilità del futuro. Il velo della scena è un drappo mortuario, una coltre che separa il passato dal suo potenziale sviluppo. Come nel Grande Cretto, che giustamente Burri volle colare fuori dalla smisurata sala espositiva a cielo aperto di Gibellina nuova, anche in questo raduno la tutela della memoria è meditazione raccolta, dolorosa ma consapevole accettazione di quanto si oppone alla vita e al suo divenire. La stasi, che è come un sonno di ombre.

Tiziana Bonsignore

Orestiadi, Gibellina, Luglio 2022

È LA NOTTE UN RADUNO D’OMBRE. APPUNTI SU FALCONE E ALTRI TESTI
di Franco Scaldati
un progetto di Franco Maresco e Claudia Uzzo
con Melino Imparato
musiche di Salvatore Bonafede e Gabriele Mirabassi
eseguite dal vivo da Gabriele Mirabassi
una produzione Teatro di Napoli-Teatro Nazional
in collaborazione con Associazione Lumpen

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