Rifare Venere e la Storia, a Santarcangelo

Due giorni al Festival di Santarcangelo: dal programma continue richieste di empatia istantanea e partecipazione emotiva, alla fine prevalgono le performance capaci di creare forme e che interrogano, più di quelle che lamentano, come in analisi, risposte sempre ancora da elaborare.

L’âge d’or di Igor Cardellini e Tomas Gonzalez – foto Pietro Bertora

Fedele al titolo di quest’anno, Can you feel your own voice, nel programma del Festival di Santarcangelo, il primo diretto da Tomasz Kirenczuk, sono disseminate ovunque voci d’utopia oppure narrazioni verissime, polifoniche e corali, ma anche monocordi e invariate. Curioso che il modello preso a paradigma sia quello della tavola a cui sedersi e parlare: la stessa del dramma borghese. Così, anche in soli due giorni, le scelte curatoriali ci colgono in tutta la forza del loro ambiguo contraddittorio.
A partire, per esempio, da L’âge d’or di Igor Cardellini e Tomas Gonzalez: una visita guidata al Befane Shopping Centre di Rimini. La bravissima Emilia Verginelli, nel ruolo di Psicopompo (che però il testo del nostro calvario se lo poteva pure imparare tutto a memoria), accompagna un manipolo di astanti in questo tempio del consumo, costruito come una parodia della città. La prima parte è di analisi semiotica del circostante e si impara moltissimo (ed è un tripudio di motti, no parking no business o seeing is selling, a dar comprensione dell’ideologia che presiede l’architettura di questa primavera perenne che è il centro commerciale, dove «il dentro è più importante del fuori»). Ciononostante nella seconda, in cui dovremmo tirar giù vetrine e lanciare tavoli, invece ci portano a fare la spesa: la condanna all’acquisto e al consumo ci infantilizza, e alla fine la critica diventa uno spot.

Echoes di Cristina Kristal Rizzo – Foto Pietro Bertora

Ma capita di imbattersi anche in una replica open air di Echoes, coreografia corale di Cristina Kristal Rizzo, tutta inspiegabilmente danzata col freno a mano tirato. Invece di spingere e spaccare con ’sta meraviglia di interpreti (Ajmone, Boldrini, Sguotti e Bellu), Rizzo contiene e trattiene a favore del circostante paesaggio, il suggestivo cortile del Convento dei Frati Cappuccini, che appunto alla fine sovrasta. Come andare per una colazione al sacco con Ferrari e Maserati. Qui avremmo un dispositivo coreografico intelligentissimo, che quasi nessuno ha però raccolto, perché tutti schiacciati sul visibile a punta di naso, mentre in remoto (nella diretta FB fatta da un cellulare in scena continuamente spostato e interagito dai performer) corpi e voci moltiplicano suoni parole e temporalità. Rizzo avrà certo le sue buone ragioni per disporre tanta cautela e perentoria uniformità (che so: abbassare la voce, restare senza gridare, esporsi senza proclami… la danza come cura del tempo condiviso, esercizio taumaturgico non-violento…). Tuttavia così al fare danze prevale l’indistinto, lo sguardo si spegne, e l’attenzione si slega: muoiono le idee.

Death and Birth in my Life di Mats Staub – foto Pietro Bertora

Più in generale, a proposito di voci, si avverte l’ossessivo prevalere delle storie da raccontare e condividere come però buttate lì senza ordine e cura (sbagliando quasi apposta tutti i tempi e le intonazioni), perché non sia mai si veda la mano capace di un/a regista o di un/a coreografo/a (sempre autoritar* e logocentrat*), a dare la misura e a fare scoppiare le forme. Perché, sia che si tratta di una convocazione (New Creation di Anna Karasinska) o di una intervista (Death and Birth in my Life di Mats Staub), i racconti assemblati dal vivo o ripresi a camera fissa, che alla fine si intercettano, sono quelli di nonne pensionate ancora esplosive e migranti segnatissimi. Oppure di borghesi ben educati dal proprio analista, che quando interrogati su temi come Nascita & Morte rispondono di sfogo con parole e memorie sempre dolorosissime, piene di colpa per le sofferenze del cesareo inflitto a suo tempo alla cara mamma, o per i disperanti ultimi rantoli del povero papà. A chi assiste, subito è richiesta reazione ed empatia diffusa, «apertura emotiva e intimità», compartecipazione, e poi discussione, confessione, riconoscimento e magari ammissione di colpe all’ennesimo grado parentale, con nuove memorie istantanee da condividere subito ed elaborare poi, sempre con tutti. Impossibile o quasi restare nell’ombra, un passo di meno.

Doom di Teresa Vittucci, foto Pietro Bertora (ritaglio)

Lontana da ogni retorica partecipativa è invece Doom di Teresa Vittucci con Colin Self. Mettendo all’aria il mito di Pandora (ed è forse un vaso/cornucopia quello che vediamo fin da subito in scena, nelle forme di generose terga a noi rivolte) e di Eva e la Bibbia tutta (il cui Libro letteralmente cade di prepotenza sul palco dall’alto, efficace coup de théâtre, come un ingiuntivo deus ex machina da respingere al mittente, che però funziona), qui sono le domande sulle assegnazioni al genere “donna” nelle società cristiane giudaiche e abramitiche che prevalgono, capaci di tenere insieme la storia tutta, di interrogarla e farne la critica. Ma coi mezzi della performance, i tempi del teatro e dell’ironia: esemplare, speriamo.
Sorprende e molto ripaga, anche, l’atlante/archivio di immagini dell’oppressione omofoba, ancora in corso nel globo, di Gianfrancesco Giannini nel suo cresciuto, intenso Cloud_extended. In contrappunto, il continuo tentativo di rifare Venere, in corpore vili. A partire da Dalida, alla trasformazione in corpo drag e non conforme, con una bella analogia fra la distorsione della visione video e la distorsione del fallo (i genitali costretti sotto l’inguine per incorporare le varie Veneri che si alternano nelle immagini proiettate sullo sfondo).

Cloud_extended di Gianfrancesco Giannini – foto Pietro Bertora

In una slow motion quindi priva pathos che toglie sensazionalismo alle immagini di persecuzione e bullismo violento, quello di Giannini è corpo esposto senza retorica. Da qui la consegna di un punto di vista queer come gesto dissidente, di resistenza, di disturbo senza che lo spettacolo tradisca appartenenze fuori diritto. Il tempo statico e fermo pieno di tensione passiva resa manifesta, legittima e vigile, pare dire: l’odio non passa mai, è sempre qui, la performance della lotta va negoziata quindi ogni giorno che dio manda in terra.
Sembra un giusto finale ritrovare, al termine di questi due giorni, il teatro di Motus. In una consueta estetica nero-su-nero molto suggestiva e molto rigorosa (per lo spettatore che la desidera, non ne resta affatto deluso), Daniela Nicolò e Enrico Casagrande affrontano Le troiane di Euripide in Tutto brucia, grazie anche alla riflessione teorica che si trasfonde sul piano drammaturgico di Ilenia Caleo.

Tutto brucia, Motus – foto Pietro Bertora

Fra la cenere di un mondo che non c’è più, nonostante il tutto-nero, tutto invece si muove, da sotto, dal basso, rinasce e rigenera, attraverso cosa? La voce del corpo, direi, che è grido e canto e parola e stasi e presenza che riparte proprio dalla sua «vulnerabilità radicale» (fin negli abiti di scena, sventuratissimi e smandrappati). La città è distrutta, giusto allora riprendersi il mare, che brucia anch’esso, fin proprio alle stragi del presente. Le tre potentissime performer: Silvia Calderoni (incredibili doti vocali), Stefania Tansini (recitazione chiara e assertiva), e R.Y.F. (Francesca Morello: voce e chitarra, ma sembra un’intero festival punkrock) sono tutto quello che davvero può il teatro: generare forme, costruire mondi, dopo la fine. Perché è nella memoria il più vero esilio, la più vera condanna, e solo il sodalizio tra i vivi e i morti, il presente con il passato, può dare fuoco al mondo, e fare spazio a ciò che dell’umano finalmente si è liberato.

Stefano Tomassini

Leggi anche: Santarcangelo: il festival queer e la comunità temporanea. Di Andrea Pocosgnich

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