Ionesco e Pirandello secondo Emmanuel Demarcy-Mota, ragionando d’assurdo

 

Foto Jean Louis Fernandez

Nel 2018 il direttore del Théâtre de la Ville, il regista Emmanuel Demarcy-Mota, promuove la pubblicazione della Carta 18-XX1 come avviamento per una Nuova Alleanza dei Teatri Europei; l’Italia, nella presenza di Tommaso Sacchi e Marco Giorgetti, Presidente e direttore della Fondazione Teatro Toscana, ne firma la condivisione e la diffusione. La Carta, redatta da uomini e donne di varia formazione e provenienza, supporta la creazione di una rete europea sensibile alle impellenze di questo nostro secolo: la crisi ambientale, le iniquità di genere, i disequilibri generazionali; è necessario che l’Europa, lontana da qualunque nazionalismo, trovi le sue ragioni nella cultura piuttosto che nel sistema politico-economico. La trasmissione di conoscenze è coadiuvato dai principi di cura e inclusione. Il teatro, arricchito dallo strumento mutevole della lingua e delle tradizioni culturali di ogni paese, è vero recettore delle grandi questioni e mezzo di condivisione. La tensione a «coltivare la curiosità dell’orecchio», come sostiene Demarcy-Mota, esattamente come per l’alterità in generale, è imprescindibile. Quella della lingua è una questione effettivamente essenziale: da collante comunitario, contribuisce a stabilire una realtà che è un prodotto dell’immaginazione («La finzione è reale quando diventa un’esperienza collettiva» ancora Demarcy-Mota). L’unica preoccupazione è che la novità sia restia a mostrare il volto in ambiente istituzionale, laddove alla presenza di critici e giornalisti i grandi assenti restano i giovani (ad eccezione di attori e tecnici) e le donne; per non dire che le produzioni teatrali curate nei tempi degli scambi artistici tra Francia e Toscana (Mary Said what she said, Jungle Book, regia di Robert Wilson; Exils Intèrieurs, regia di Amos Gitai; Ionesco Suite, Six personnages en quête d’auteur, regia Demarcy-Mota; Interno/Esterno, regia di Charles Chemin) sono state tutte sostenute esclusivamente da registi uomini, ancora.

Foto Jean Louis Fernandez

Laddove le contraddizioni del nostro vivere sono diventate estreme, si crea una sovrapposizione tra il pensiero di questo secolo e quello scorso: pescare nel ‘900 è ancora d’obbligo. Demarcy-Mota cerca tra Pirandello e Ionesco, e innesca nel pubblico il primo scollamento dal reale proponendo il francese come momentanea lingua unica di quell’unica esperienza teatrale. Con dei risultati assai differenti. Sei personaggi in cerca d’autore, anzi Six personnages en quête d’auteur, è stato prodotto nel centenario della Prima al Teatro Valle di Roma, ed è una riproposizione con la variante del francese. L’assunto pirandelliano che vede nel reale un’intrinseca instabilità è sostenuto dalla speculare precisione dell’intera macchina teatrale, dalla logica del testo alla disposizione scenica di corpi e oggetti. Indicazioni e sistemazioni di scena sono quelli originari nella relazione di conflitto tra reale e finzione, accompagnati dalle oscillazioni luminose che variano dal bianco al blu. Quel conflitto sostiene pure i movimenti perpetui dei quindici corpi in scena in disposizioni circolari, tra raggruppamenti corali e monologhi tra i più solitari; ognuno ha come un momento di ribalta, in proscenio, per poi lasciare spazio al personaggio successivo. Gli unici istanti di relativa sospensione sono destinati alla rappresentazione del dramma, nell’antagonismo esplicito tra uomini e personaggi. Il cerchio si spezza nel confronto serrato e infruttuoso, in asse obliqua: la finzione necessità dell’immagine reale per compiersi, ma il reale risulta insufficiente per fissare qualunque tipo di immagine che sia una solo una. Lo spettatore, già stordito dalla mancanza della propria lingua e dalla dimensione di un’esperienza attoriale soverchiante (Valérie Dashwood, in scena La Figliastra, rianima il valore della Diva, sensuale e terribile come fosse ritratta in un oscuro dipinto simbolista), si trova irretito in un’esperienza più immersiva che davvero partecipata. L’approfondito studio di composizione e armonie cromatiche crea una gigantesca scatola mobile e pulsante, tra ombre e foschie, tenui scie luminose e il nero della platea saltuariamente inondata dalla violenza della luce dei fari.

Foto Jean Louis Fernandez

Ionesco Suite è invece uno splendido compimento dell’assurdo, per motivi storici teorici e poetici. Poco prima che Ionesco producesse i suoi “antidrammi” a partire dagli anni ‘50, Camus aveva postulato il suicidio come unica risposta sensata all’assurdità dell’esistenza, ma in alternativa si poteva accettare quell’assurdità e fingere. Ionesco accetta l’assurdità, e portandola in scena finge la finzione: l’attore (qui il corpo e la parola, a differenza del testo pirandelliano, sono un tutt’uno) mima il quotidiano. Siamo al parossismo. Demarcy-Mota ordina la complessa prossemica: unifica l’azione attorno a un lungo tavolo posto contemporaneamente al centro e di fronte al pubblico, per cui avviene che qualcuno assista e qualcuno (con una visuale distorta) viva la scena. Il regista ha fatto dell’esperienza attoriale un’esperienza di vita, con uno studio e una preparazione di otto anni, dal 2005 al 2013. Legando tra loro Jacques, ovvero la sottomissione, Delirio a due, La cantatrice calva, La lezione, Exercises of conversation e French diction crea una sola parabola esistenziale dove la famiglia, l’amore, qualunque conformismo o atto di bontà sono messi in discussione e in ridicolo.

Foto Jean Louis Fernandez

Di scena in scena, gli spessi strati di cerone si sciolgono o si deformano, e l’attore chiede una comprensione che il pubblico non può dargli; uno pretende una risposta, e indica la traduzione trascritta allo schermo ottenendo comunque solo un’alzata di spalle e una risata, o al massimo un divertito “no”. Sandra Faure, eccezionale, è in un’impressionante e costante metamorfosi verso il grottesco che è orrore e spasso. A chi interessa capire tutto? Perché si dovrebbe capire, quando c’è effettivamente così poco di comprensibile. Anche qui la lingua è tutto, ma perché è decisamente niente. Di che si ride? Del niente. Di noi. Ecco, questo potrebbe essere un ottimo inizio per ricominciare.

Valentina V. Mancini

Aprile 2022, Teatro Della Pergola, Firenze

SIX PERSONNAGES EN QUÊTE D’AUTEUR

di Luigi Pirandello
regia Emmanuel Demarcy-Mota
traduzione e adattamento François Regnault
con la Compagnia del Théâtre de la Ville – Paris Hugues Quester, Alain Libolt, Valérie Dashwood, Sarah Karbasnikoff, Stéphane Krähenbühl, Chloé Chazé, Céline Carrère, Charles-Roger Bour, Philippe Demarle, Sandra Faure, Gaëlle Guillou, Gérald Maillet, Pascal Vuillemot, Jauris Casanova, Julia Demarcy
assistente alla regia Christophe Lemaire
scenografie e disegno luci Yves Collet
musiche Jefferson Lembeye
costumi Corinne Baudelot
make-up Catherine Nicolas
produzione Théâtre de la Ville-Paris, Les Théâtres de la ville du Luxembourg, La Comédie de Genève et la Compagnie des Millefontaines
foto di scena Jean Louis Fernandez

IONESCO SUITE

basato sugli scritti di Eugene Ionesco
regia Emmanuel Demarcy-Mota & la Compagnia del Théâtre de la Ville – Paris
tratti da “Jacques, ovvero la sottomissione”, “Delirio a due”, “La cantatrice calva”, “La lezione”, “Exercises of conversation” e “French diction”
con la Compagnia del Théâtre de la Ville – Paris Charles-Roger Bour, Céline Carrère, Jauris Casanova, Antonin Chalon, Sandra Faure, Stéphane Krähenbühl, Gérald Maillet
assistente alla regia Christophe Lemaire
musiche Jefferson Lembeye, Walter N’Guyen
scenografie e disegno luci Yves Collet
costumi Fanny Brouste
make-up Catherine Nicolas
assistenti alla regia Christophe Lemaire, Julie Peigné
produzione Théâtre de la Ville – Paris
foto di scena Agathe Poupeney, Jean Louis Fernandez

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