RECENSIONI BREVI MA INTENSE. Tra le tre figlie di Re Lear, Cordelia, è quella sincera. Cordelia ama al di là del tornaconto personale. Gli occhi di Cordelia appaiono meno riverenti di altri, ma sono giusti. Cordelia dice la verità, sempre.
Scorrete fino alla fine per trovare tutte le opere recensite finora.
Qui gli altri numeri mensili di Cordelia
SPECIALE OVER EMERGENZE TEATRALI III EDIZIONE #ROMA
La rassegna OVER / Emergenze teatrali conclusasi lo scorso weekend al Teatro Argot è stata voluta dalle direzioni artistiche di Argot Produzioni, NEST – Napoli Est Teatro e Argot Studio per «valorizzare l’esperienza di artisti che stanno cercando di affermarsi professionalmente». Chi fa teatro oggi sa bene che, in un periodo storico dominato dall’effimero, la stratificazione di segni, la costruzione di un repertorio, la stabilità produttiva sono prerogative quasi irraggiungibili. Bisogna avere le idee chiare e competenze trasversali che vadano oltre quelle artistiche per comprendere anche quelle tecnico amministrative. E allora protezione e accoglienza sì, ma non troppo. (intro e recensioni di Lucia Medri)
HOW LONG IS NOW?
L’interrogativo che ci ha accompagnato durante tutto il primo lockdown, che è anche tensione verso una prospettiva che possa essere diversa dall’orizzonte attuale, è stato estrapolato da Cubo Teatro prima in How long is now?, un’installazione realizzata nell’estate 2020, e poi nello spettacolo omonimo. Il flusso visivo proiettato alle spalle di un cubo – sul quale sono posati una tastiera, una tazza, una piantina, finta, e una lampada a led – giustappone una sequenza di pezzi di storia a partire dalla caduta del Muro di Berlino fino alle strade vuote della prima ondata pandemica. È un glitch: la narrazione videoartistica si unisce alla ricreazione, sintetica, di un habitat virtuale all’interno di uno casalingo. Limando alcuni eccessi di pathos (come nel quadro Testamento), tanto la regia che l’interpretazione restituiscono l’immagine paradigmatica dello stato d’animo di una generazione in lockdown e del presente in cui cerca di sopravvivere. Adam e Eva hanno infatti deciso di andare a convivere. La casa ora è silenziosa, e ferma. Più bloccato lui (Stefano Accomo) rispetto alla spontaneità di lei (Dalila Reas) i due costruiscono con premura un equilibrio di psicologie complementari, di entusiasmi e rallentamenti, per lasciare come coppia un segno nel futuro. Anche fosse nell’assenza.
Con Dalila Reas e Stefano Accomo. Regia Girolamo Lucania. Sound Design Ivan Bert. Musiche originali Wor. Visual Art Riccardo “Akasha” Franco Loiri. Produzione CUBO TEATRO/2020. Foto: Giacomo de Angelis
IN MARCIA
Intriso di letterarietà e di lirismo, temi dialoganti con la mostra di Pietro Gottuso allestita nel foyer durante le repliche, è In marcia della compagnia Hosteria Fermento, vincitrice del Premio OVER 2020. Tre viaggiatori soldato sognano di tornare a casa, in un mondo diverso da quello che li ha spinti a una guerra di cui non ne conoscono neanche più la finalità. Come fossimo in una sorta di Aspettando Godot che incontra anche un po’ l’immaginario de Il signore delle mosche, i tre sono dentro e fuori dai loro personaggi, in una dinamica, a volte cedevole, in cui l’escamotage metateatrale permette loro di estraniarsi dai ruoli e presentarsi come persone, o meglio, teatranti che nel convincere il pubblico del loro viaggio, vogliono convincerlo anche del loro spettacolo. Tra battute no sense e imprevisti comici, la drammaturgia e la regia scontano la triplice autorialità (Marco Valerio Montesano, Michele Enrico Montesano e Francesco Pietrella), si percepisce infatti una scrittura dalle diverse identità che in alcuni passaggi si fa troppo eclettica e perde di risolutezza, mentre l’interpretazione, la pertinenza e l’eterogeneità dei caratteri spicca per attenzione, cura e coerenza. La sintesi finale, incarnata dall’incontro con lo straniero, sottolinea come l’alterità sia in grado di suscitare l’autoanalisi, di porre degli interrogativi sullo scopo di questa marcia: sarà poi così importante giungere a destinazione, o sarebbe meglio fermarsi e porsi in ascolto di noi stessi?
Drammaturgia e regia Marco Valerio Montesano, Michele Enrico Montesano e Francesco Pietrella. Interpreti Sebastiano Bronzato, Simone Chiacchiarelli, Marco Valerio Montesano, Michele Enrico Montesano. Produzione Argot Produzioni. Foto: Giacomo de Angelis
UCCELLI DI PASSO
Ci voleva un po’ di sana e necessaria maleducazione. Di quella che mette il pubblico con le spalle al muro, che non gli lascia scampo, che lo fa atterrire, ridere, commuovere, interrogare rispetto a quello che sta vedendo, ma mai dubitare. Il Collettivo BEstand con il suo Uccelli di passo – progetto finalista del premio Dante Cappelletti 2021 – non va troppo per le lunghe e senza incespicare ma con agguerrita intraprendenza catapulta lo spettatore in un tempo che fugge, al quale stare al passo, mentre un coltello a serramanico scivola da una tasca e cade pesante sulla scena: «vuoi vedere il sangue?». Tratto da scampoli di vita, il basso continuo della narrazione, il tempo principale, è quello di un atto vandalico in un albergo abbandonato, in cui un gruppo di ragazzi e ragazze si diverte a distruggere per creare daccapo. A ciò si innestano ulteriori tempi in cui questa “Beat Generation Z” immagina matrimoni in cui si è «già innamorati», nascite impreviste, e bagni notturni in vasche che diventano velieri. Nonostante la scrittura possegga dei climax che sembrerebbero aprire a più finali e la drammaturgia intersecata in più tempi del racconto costringa a delle ulteriori limature nella scrittura, il pubblico non può che affezionarsi a questi Peter Pan delusi che seviziano Winnie The Pooh, che hanno fame e che raccontano molto di loro, di noi, e di un tempo cattivo, sicuramente, ma mentre dormono loro sanno ancora sognare i fiori.
Dramaturg Dario Postiglione, Regia Giuseppe Maria Martino, con Luigi Bignone, Martina Carpino, Francesca Fedeli, Giampiero de Concilio. Disegno luci Sebastiamo Cautiero, Scene Simona Batticore, Produzione Bestand. Foto: Giacomo de Angelis
TONNO E CARCIOFINI – UNA STORIA WRESTLING
“Basta teatro, menamose!” Verrebbe da suggerire come sintesi dello spettacolo Tonno e carciofini – Una storia wrestling, menzione speciale Premio Scenario 2021, che, puntando sulle biografie disastrate di tre protagonisti sinceri nel loro tentativo di sfondare nell’arte, ci dicono con un linguaggio pieno di citazioni, tratte dal più recente cinema e dal mondo dell’entertainment, quanto sia difficile fare l’artista oggi. Non originale come tema, diranno i più, ma la forma scelta per raccontarlo da Silvio Impegnoso, Ludovico Röhl e Alessandro Sesti è piuttosto accattivante: se la finzione dell’arte delude in quanto impenetrabile perché non cimentarsi nella finzione del wrestling? Due amici (Impegnoso e Sesti) litigano a causa delle prove imposte dal loro maestro (Röhl) durante l’addestramento, e solo la testimonianza di un vero eroe della scena wrestling potrà far tornare la pace tra di loro. L’intrattenimento è astuto, leggero, mai infastidente ma non deve perdere di vista la critica che soggiace al sistema dell’arte e ai suoi luoghi comuni, aspetto che invece sembra venire abbandonato verso il finale perdendo il legame con il corrispettivo artificioso dell’immaginario del wrestling. I tre, insieme alla special enforcer, Debora Contini, azzardano a più riprese in questo lavoro, dovendo convincere sin dall’inizio il pubblico a stare al loro demenziale gioco secondo una drammaturgia che nelle sue goliardiche esagerazioni rischia di alzare un po’ troppo l’asticella del rischio e far perdere alla scrittura quella serietà funzionale alla riflessione di fondo.
Di e con SilvioImpegnoso, LudovicoRöhl, AlessandroSesti luci, fuoco & fiamme Marco Andreoli special enforcer Debora Contini. Foto di Stefano Preda
TROYA CITY_LA VERITÀ SUL CASO ALÈKSANDROS #FOGGIA






Grana è un paesino ai piedi del Monte Rosa. Grana è anche luogo di ritorno, di abbandono, di memoria. È luogo di perdita. Le vette che la circondano sono cornice attiva di un’amicizia che è intima fratellanza: Pietro e Bruno ci hanno passato un’infanzia intera per poi ri-conoscersi e ri-trovarsi solo in età adulta, quando una circostanza luttuosa li porta a fare i conti con un’eredità paterna condivisa. La loro muta complicità attraversa il tempo e la distanza e si fa parole di una scrittura delicata che ha vinto il Premio Strega nel 2017 e che ha trovato sia un adattamento cinematografico (Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch) sia teatrale, con la drammaturgia di Francesca Sangalli e la regia di Marta M. Marangoni. In scena, il racconto di voci narranti esterne che fanno da sfondo a quelle performanti diventa la culla dei ricordi, che sono i sapori, i rumori, gli odori della montagna. Le luci a led, prima ruscelli, poi diventano il perimetro di una casa che vuole essere lo spazio condiviso di un’indagine delle dinamiche affettive famigliari, per innescare quella che è una necessaria ricerca introspettiva. A scandirne il ritmo è Alice Bossi, che in scena si arrampica su strutture fragili, usandole come percussioni e auscultandone i suoni come fossero ventre materno. È la personificazione dell’eco, il richiamo di tempi passati, ma è anche lo sguardo di una madre e l’amore di una compagna, faticando tuttavia a definire un spazio scenico, riflesso di quello narrativo, che risulti propriamente suo. (Andrea Gardenghi)
La gente non se ne accorge, ma il più delle volte somiglia al luogo in cui vive. Ci sono (moltissimi) luoghi scuri di Napoli imbruttiti dalla disperazione, dalla povertà, dalla mancanza di prospettiva, dove la lingua è brutta e la gentilezza è debolezza. Non c’è spazio per oleografie e vezzi, la poesia non sopravvive da sola in mezzo allo sporco. Il Collettivo LunAzione porta lo sporco a teatro e lo mette in bocca a tre splendidi attori. Renato Bisogni, Alessandro Errico e Marco Montecatino sono tre donne in attesa per il colloquio a Poggioreale; rivolte a sinistra, tutte e tre con enormi bustoni di plastica piene di necessità concesse per i loro uomini. La loro postura suggerisce gli anni di attesa, e dall’agitazione si passa alla fiera rassegnazione fino alla disperazione. Gli uomini esistono solo nei loro ricordi e racconti, il carcere esiste solo davanti a loro nei suoni e negli odori. Sono vrenzole, volgari, sboccate, di un’ignoranza a tratti cattiva, inaridite dalla perdita dei padri e dei mariti e dei figli. La violenza muove labbra e corpi. Ogni tanto ci si concede qualche confidenza e qualche cortesia, ma sono attimi di umanità a cui non è permesso abbandonarsi troppo a lungo. Stordisce l’onestà di una scrittura che si impegna di eliminare il superfluo, che si alimenta della sfacciataggine del reale, che si concentra a dimostrare lo sgradevole del reale. Nel reale, avere un figlio può essere una condanna e amare qualcuno è un potenziale rischio. La disperazione poi completa il giro su sé stessa e ride di una risata grassa. (Valentina V. Mancini)



“Questo è il momento più felice. Quando tutto finisce. Quando ci fermiamo. Quando ci possiamo fermare”: queste le battute conclusive di A (Ida Marinelli) mentre il suo corpo da novantenne (in scena, un manichino) sta morendo. Accanto a lei ci sono le sue versioni più giovani: B (Elena Ghiaurov), di cinquantadue anni, e C (Denise Brambillasca), di ventisei. Nei due caustici atti, Edward Albee riflette su cosa si diventa alla fine di un percorso estenuante, su quanto il dolore e le delusioni che subiamo e facciamo subire ci inaridiscono. Ci si muove tra le sfumature della sofferenza, indicate tutte dalle lapidarie indicazioni del drammaturgo, e la pungente ironia di certo non maschera l’amaro o la stanchezza o la furia. Un vago senso di abbandono è dato dagli interni della stanza, in un ricercato stile francese che andrà invaso da “medical stuff”. La regia di Ferdinando Bruni invece carica quelle sfumature di violenti contrasti, saturando la scena di un impeto decadente, fatto anche di simboli (come l’enorme orologio senza lancette, o un “sorrentiniano” lampadario di cristallo abbandonato su un drappo), non necessario; il muto figlio omosessuale (Ettore Ianniello) diventa un oggetto piuttosto démodé, e si muove come il bel Tadzio. La sola Marinelli riesce a modularsi nella costante altalena emotiva del suo personaggio, mentre le interpretazioni della Ghiaurov e della Brambillasca sono in costante crescendo, come se il dolore avesse sempre bisogno di manifestarsi in violenti suoni gutturali o monotoni acuti.(Valentina Vittoria Mancini)
Sul palco dello Spazio Franco un uomo gioca a pallone. Indossa una tuta dai colori sgargianti: viene dagli anni Novanta. Nei suoi panni, Giuseppe Provinzano narra le storie di palermitani qualunque, che in un giorno qualunque sono stati investiti da un boato assordante. L’ordigno innescato trent’anni fa a Capaci esplode sul palco, causa il buio. Gli studenti presenti alla replica un poco ne ridono, ma subito subentra un’attenzione assoluta. La drammaturgia di Provinzano e Beatrice Monroy racconta storie comuni, ma segnate da quell’esplosione. Alcuni di questi fatti sono evocati dalle parole degli altri interpreti che hanno offerto la propria voce: storia particolare e storia collettiva si incrociano in un discorso unico. Dramma, suono (di Beercock) e installazioni video (del collettivo Pixel Shapes) plasmano la scena di Valentina Greco come un organismo elettronico pulsante. Il sonoro è un battito cardiaco, stabilisce una relazione biologica con i presenti. Ogni momento ne viene scandito, succedendosi in una ritualità che interessa anche gli oggetti di scena (di Sebastiano Zafonte). Cadaveri di stoffa si sciolgono in lenzuoli bianchi estesi nella loro ampiezza: nel sacrificio è già il riscatto. Bianca è anche la maglietta che Provinzano scopre sotto la felpa, ma è macchiata di sangue. Gli studenti in sala ne rimangono impressionati. Nel dibattito conclusivo, molti esprimono le loro sensazioni, di razionalizzandole con domande e riflessioni. Nel sangue è tutto: l’origine della stirpe, di un cognome troppo ingombrante. Il sangue divide e unisce. Può essere individuale o collettivo, come quello sparso nei sacrifici. Ma anche in questo caso, è sempre sancu miu. (Tiziana Bonsignore)
C’è una sottile ma significativa differenza tra eutanasia e morte assistita. È di quest’ultima che Sergio Blanco vuole parlare attraverso un bizzarro racconto in cui è il paziente, dopo dosaggio medico, a farsi carico della somministrazione autonoma del farmaco letale. Una scelta che è via di non ritorno, interpretata a teatro dall’alter ego del regista, Sebastian Serantes. Ricoverato in una clinica di Ginevra, di cui vediamo le cime innevate sullo schermo di sfondo, decide di intraprendere un percorso con il dottor Godwin per terminare la propria vita, di lunedì perché è il giorno in cui tutto ricomincia. Al suo desiderio di morte si lega il desiderio di un giovane necrofilo di impossessarsi della morte stessa, di canzonarla quasi, per rendere il corpo un feticcio con cui fare all’amore. Passione e ossessione diventano così un’arma letale nelle scelte drammaturgiche, che trovano un proprio corrispettivo musicale e visivo nell’uso della telecamera in scena, in grado di riprodurre uno sdoppiamento che è al tempo stesso lente di ingrandimento nell’animo dei tre personaggi. Sempre giocando sul labile (e inutile a suo parere) confine tra verità e menzogna, tra reale e finzione, Cuando pases sombre mi tumba torna a ragionare, dopo Zoo ed El Bramido de Düsseldorf, sullo statuto del corpo, contenitore di qualcosa che è destinato a scivolare via ma che riesce ad essere trattenuto dall’ immortalità dell’arte. Per farlo, decide di rinunciare ad ogni esplicito giudizio per insistere con venale ironia su tabù che solo con il suo teatro di autofinzione riescono davvero ad essere scardinati. (Andrea Gardenghi)
Liberamente adattato dalla bellissima biografia scritta da Augusto Carloni in ricordo della madre, Titina, la Magnifica poteva essere un’ottima occasione per raccontare la figura sempre apparentemente minuta della prima sorella De Filippo. Il lavoro di riscrittura di Francesco Saponaro e Domenico Ingenito purtroppo risulta assai debole per la scelta, non del tutto insensata ma poco riuscita, di impostare un rapporto tra Titina (Antonella Stefanucci) e tutti gli uomini della sua vita (Edoardo Sorgente), in cui è previsto che la donna si trovi nella posizione di reagire soltanto e non di agire. Insomma, quello che le esce da bocca è sempre una risposta e mai un’affermazione. Anche nella costruzione dei rapporti si ha un disequilibrio d’immagine: da una parte l’esuberanza affascinante di Sorgente nell’interpretare più ruoli, e dall’altra la quasi completa staticità di Stefanucci che ha un breve ed efficace impeto solo nell’interpretazione di Filumena Marturano. Questa Titina parla, ma dice poco. Dice poco di quel corpo che le remava contro, non propriamente bello e malato; della violenta contraddizione tra un carattere schivo e una passione instancabile per il teatro, tra la volontà di essere “donna di casa” e la spiccata attitudine autoriale, o ancora tra l’amore travolgente per i fratelli e il bisogno di autonomia. Le vere presenze, in virtù della loro naturale capacità di compensare le mancanze, sono gli oggetti a cui si delega la parola: come unico vero omaggio della vastità di Titina, la poltrona di Filumena. (Valentina V. Mancini)
Napoli non è in grado di liberarsi della narrazione che ha contribuito a costruire, e forse non lo sarà mai perché non ne sente l’esigenza. Diventa complicato capire di quale tradizione si ha bisogno, dal momento che dietro ci sono generazioni e generazioni di educazioni sentimentali. Un genere di educazione che porta con sé non poche dolorose contraddizioni. La donna è mobile scritto da Vincenzo Scarpetta e riadattato da Francesco Saponaro è l’esempio calzante della contraddizione. Questa pochade, questa parodia d’Opera (in cui trovano spazio anche Liberato e Carosone) è allestita con imponenza nel disegnare la precisa coreografia tra i movimenti della scena e di quella dei corpi. I personaggi appaiono e scompaiono sul palco esponendo i caratteri topici delle maschere con l’ovvia naturalezza di chi ha familiarità proprio con questi caratteri. Biagio Musella è un virtuoso nei panni inediti e antichi di Felice Sciosciammocca. Tutti si era in familiarità; non c’era battuta o smozzico di parola che non avesse un riverbero nella vita di chi era in platea. Al netto del piacere provato bisogna comunque aprire una questione sulla scelta del testo. Se la battuta volgare è un sollazzo a cui ci si può abbandonare, se la lacrimevole narrazione sul generoso cuore del popolare napoletano (come se la fame rendesse migliori) in qualche modo si può tollerare, non si transige sulle battute misogine e nemmeno su quelle razziste. La tradizione non deve essere assolutamente un totem. Se il rischio è questo, allora è meglio che questi totem vengano abbattuti.




Esiste un tema, fatto di statistiche (anche amare e taglienti quando creano spopolamento e sono l’unica chance per alcuni): la massiccia emigrazione dal nostro Paese verso mete europee più appetibili – nell’ultima statistica pre-covid 19, del 2019, in un anno più di 130 mila italiani avevano registrato la propria residenza all’estero. La compagnia palermitana Barbe a papà su queste tematiche ha creato il primo spettacolo di una trilogia dedicata alla cosiddetta Generazione Y. Cosa vuol dire “casa” per i giovani nati tra la fine degli Ottanta e i Novanta? Cosa significa lasciare tutto e ricominciare in un luogo sconosciuto? Con la regia e il testo di Claudio Zappalà, Barba a papà compone uno spettacolo ancora incerto dal punto di vista del linguaggio teatrale (prodotto nel 2019) La scrittura scenica si compone di fronte agli spettatori con uno schema prevedibile per i più smaliziati ed esperti: scene fisiche senza parole su musiche pop orecchiabili e conosciute, al termine delle quali uno dei protagonisti si stacca per il proprio monologo. Tecnica funzionale per evidenziare le solitudini che si agitano nella molteplicità, ma che che rischia di risultare prevedibile e di maniera. Però l’idea di partenza e l’urgenza non sono da trascurare, come d’altronde la comunicatività dell’ensemble. Alcune storie sono potenti, come quella raccontata in francese e tradotta sul momento. Altre scene recitativamente cercano il raggiungimento di un pathos troppo affrettato come richiesta emotiva allo spettatore (visto l’andamento e la struttura di certi monologhi), ma questi trentenni sono alla ricerca, e hanno una voglia disperata di raccontarsi, vale la pena starli a sentire e a guardare. (Andrea Pocosgnich)







