| Prospero | aprile 2022 

 TEATRO IN LIBRERIA.  Schede e segnalazioni di volumi che guardano e parlano al teatro e alla danza, raccontano e analizzano la scena. Per questa nuova rubrica ci siamo lasciati ispirare da un altro personaggio shakespeariano: Prospero, nobile naufrago, esperto di arti magiche e avido lettore. Prospero che ha una “biblioteca grande abbastanza quanto un ducato”

Qui gli altri numeri mensili di Prospero


 Vita del signor de Mòliere 

Anche in questo caso, come nel primo Prospero, ci piace l’idea di cominciare con un libro per gli amanti del teatro ma adatto a tutti i lettori e le lettrici. Ci voleva infatti una vita come quella di Molière per passare alla storia e arrivare, ora ad essere festeggiato a 400 anni dalla nascita; ma ci voleva poi la penna di Michael Bulgakov per dare a quella vita i contorni di un romanzo. La biografia del più importante commediografo della storia è scandita dall’ironia, dal colore e dalla schiettezza del narratore russo, qui in una nuova edizione con la traduzione e l’introduzione di Serena Prina per I classici di Feltrinelli. La curatrice mette subito i due artisti uno di fronte all’altro “a farsi da specchio”, nonostante la distanza geografica e temporale, la Russia sovietica degli anni Trenta e la Francia del Re Sole. Luigi XVI teneva in pugno Molière censurando il suo Tartufo ma riconoscendo la grandezza e la personalità del poeta con un ricco vitalizio, all’autore di Cuore di cane (nato a Kiev, un dato che ora sembra voler presagire l’inquietante destino) Stalin e i suoi impedirono qualsiasi pubblicazione (saranno tutte postume) ma non gli impedirono di lavorare in teatro, anche al teatro d’Arte di Mosca, molte sue drammaturgie furono però bloccate o soggette a modifiche. La vita del signor de Molière è emozionante e ricca di immagini emblematiche, come quelle nell’infanzia del bambino francese influenzato dalla passione del nonno per il teatro, un bambino che Bulgakov descrive così coraggioso da ribattere al padre: “Non voglio fare il tappezziere […] Voglio studiare.” (Andrea Pocosgnich)
Indicazioni bibliografiche: Michail Bulgakov, Vita del signor Molière, a cura di Serena Prina, Feltrinelli, 2022

L’arte del ballare

Leggere questo libro potrebbe essere un buon modo per avvicinarsi agli Studi di danza oggi in Italia. Perché solo la curiosità per il passato può compensare l’assenza di un futuro generativo di nuove conoscenze, ed evitare di assumere il presente quale unico orizzonte del sapere. Gli strumenti metodologici messi qui in campo da Alessandro Pontremoli per indagare la danza del XV secolo (dal comparire dei trattati manoscritti) fino al tramonto dell’Antico regime, epoche di cui è un indubbio specialista, si fanno carico di un inquieto (ma sacrosanto) assunto: la civilizzazione occidentale, di cui la danza è parte attiva, è una tecnologia di cattura dei corpi e dei significati. L’educazione e la pratica della danza a corte, tra Quattro e Seicento, non solo aderisce all’ideologia di una rigida separazione binaria fra il maschile e il femminile, in termini di sequenze di passi e strutture spaziali; ma concorre a formare una vera e propria archeologia dell’incorporazione «di valori e di comportamenti propri della civiltà delle buone maniere e del controllo». Pontremoli documenta soprattutto la difficile compatibilità della danza con la mascolinità, dal cavaliere al principe e cortigiano delle città-Stato fino all’uomo di mondo dei mutati equilibri politici nell’Europa degli Stati nazionali di fine Cinquecento. Chiude il volume un’indagine sulla rappresentazione pittorica e figurativa come documento storico di pratiche performative, a partire da un poco noto affresco spoletino e le incisioni di Jacques Callot note come i Balli di Sfessania. (Stefano Tomassini)
Indicazioni bibliografiche: Alessandro Pontremoli, L’arte del ballare. Danza, cultura e società a corte fra XV e XVII secolo, Bari, Edizioni di Pagina, 2021, pp. 144 ISBN 9788874708536

 Il verri. “Bene non comune”  

Come si racconta l’arte dell’apparizione, della potenza immaginifica ed evocativa? Come si racconta Carmelo Bene? Più sembra impossibile trovare parole adatte a un artista inimitabile e privo di qualunque modello, più d’altra parte le librerie teatrali sono piene di volumi – libri o riviste specializzate – che cercano di testimoniare il passaggio sulla Terra di chi veniva, probabilmente, dalla Luna. È la volta anche della monografia (n°78 – Febbraio 2022) dedicatagli dalla rivista il verri, fondata da Luciano Anceschi, che titola con Bene non comune una raccolta di testi avvolti nella copertina di William Xerra. Da vicino e da lontano, Carmelo Bene compare tra le righe di autori vari, ognuno dei quali si misura con una doppia forma: quella saggistica, da un lato, volta a perimetrare Bene nel panorama storico artistico, quella testimoniale, dall’altro, grazie alla quale stimolare artisti delle successive generazioni ad esprimere la propria prossimità con un maestro riconosciuto. Da questa duplice matrice nasce un volume piuttosto ben articolato, che poggia sul sapere storico, capace di contestualizzare e tracciare le linee di una presenza detonante che ancora fa sentire la propria eco irredenta (tra i contributi emerge la conversazione di Andrea Cortellessa con Jean-Paul Manganaro), ma anche sul sapere desunto dall’esperienza sensibile di artisti contemporanei (tra gli altri Roberto Latini, Mariangela Gualtieri, Daria Deflorian, Sonia Bergamasco, Romeo Castellucci, Antonio Rezza), che dall’incontro, dalla frequentazione o solo dalla fruizione della sua opera, hanno compreso il proprio talento, la propria vocazione all’arte. (Simone Nebbia)
Indicazioni Bibliografiche: A.V. n. 78, febbraio 2022,“Bene non comune”, 196 pagine

Boys don’t cry

«La danse est tellement importante que pour rendre hommage à celui qui part, on danse pour lui» («la danza è così importante che per rendere omaggio a chi se ne va, balliamo per lui»): il più vero compimento di una passione capace di attraversare intera la vita, specialmente quando vieni dal Nord Africa e dal mondo arabo, è spesso il congedo per chi non c’è più, per chi non resta. È stato tradotto in italiano (con l’originale a fronte) il bellissimo testo che la scrittrice Chantal Thomas (dal 2021 accademica di Francia) ha scritto per il coreografo francese di origini algerine Hervé Koubi, il quale ne ha tratto uno dei suoi più riusciti lavori. Il contesto è quello di una granitica avversione per il gioco del calcio poi il judo poi la lotta, tutti rituali di aggregazione maschile imposti dai padri, ai quali un ragazzo preferisce la danza. L’amore e l’emulazione esigono libertà di scelta: «Je suis dans tes pas [papa] mais moi c’est en dansant» («Seguo le tue orme [papà] ma lo faccio danzando»). Il volume molto ben curato e illustrato, comprende un testo di Koubi nel quale racconta il suo apprendimento alla danza contro la comune convinzione che “i ragazzi non ballano”. È questa pubblicazione tanto più meritevole perché alimenta un settore in Italia poverissimo, quello dell’editoria per la danza spesso schiacciato su titoli inutilmente divulgativi, e poi perché documenta la vitalità editoriale del processo creativo dell’omonima coreografia per sette danzatori che Koubi ha realizzato nel 2018. (Stefano Tomassini)
Indicazioni bibliografiche: Boys don’t cry, testo di Chantal Thomas – Hervé Koubi, a cura di Rino Achille De
Pace, Elisa Vaccarino, Milano, Scalpendi, 2022, pp. 64 (Collana Bermudas 4) ISBN 9791259550866

L’abbaglio del tempo

Ermanna Montanari siede su un gradino di cemento nell’aia della vecchia casa di Campiano. È bambina, è già adulta. Coi suoi occhi bizantini fissa l’enigma del tempo della campagna. Un mare di terra nera, grassa, sprigiona tutti gli odori di cui si nutre, sterco e pioggia, ma anche di più antichi e minacciosi. Li sente tutti Ermanna, che scrive del suo incubo ricorrente: un mostro sul limitare dell’aia minaccia l’infanzia e la casa. È il demone della controra, mito della civiltà contadina, è una nonna-strega che parla con gli abissi in un pozzo, è il sesso gonfio di umori sfiorato da mani preadolescenti nei ripari ombrosi lungo i canali, è un padre padrone burbero e spietato nell’amore, è Marco Martinelli che cammina tutta la notte per incontrare Ermanna all’alba, dopo un litigio. L’abbaglio del tempo è un romanzo autobiografico per immagini. La lettura prende il ritmo di una raccolta fotografica, che costruisce memoria attraverso la scrittura della luce, una luce troppo intensa che abbaglia come la pianura, dove l’aperto prima invita all’affondo, poi ci sottrae ogni riferimento, tanto è vasto l’orizzonte. In questo tempo doloroso incontriamo i loci del teatro di Ermanna, la genealogia della sua voce fra latino e dialetto e corpi familiari. Ermanna giramondo qui è ancora viaggiatrice di distanze infinitesime, ma il mondo è già tutto nell’aia campianese. Il congedo è al presente, omettendo quei fatti di teatro che in parte già conosciamo. La scrittura si scioglie, verso il finale, in una struttura epistolare in versi. Come pagine ripiegate verso il dorso, la loro origine. (Andrea Zangari)
Indicazioni Bibliografiche: Ermanna Montanari, L’abbaglio del tempo. Con i testi di Marco Belpoliti e Igort, Milano, La nave di Teseo, 2021, pp. 224,  ISBN 979-1280043313. 

 Théatron. Verso una mediologia del teatro e della performance  

Nel 2020 e nel 2021 il teatro italiano, ma non solo, ha vissuto interi mesi, potremmo dire, di disconnessione dalla propria essenza, da quel rito collettivo che vorrebbe vederci insieme nello stesso spazio e nel medesimo tempo. Numerosi sono stati gli esperimenti performativi a distanza, alcuni teatri o soggetti produttivi hanno cercato soluzioni momentanee, altri hanno inteso la possibilità di ricercare qualcosa di nuovo e più profondo, altri ancora hanno lavorato sull’archivio (rendendo disponibile una documentazione video prima inaccessibile). Però la questione andrebbe inquadrata anche dal punto di vista degli studi teorici, allora potrebbe essere utile andare a leggersi un volume pubblicato proprio nei primi mesi del 2021, Théatron. Verso una mediologia del teatro e della performance”. Il teatro e più in generale le arti performative «in che modo si rapportano con i media digitali? Il teatro può essere considerato un medium?», la scommessa insomma, nelle 187 pagine edite da Meltemi e scritte da Vincenzo Del Gaudio, ricercatore all’’Università degli Studi di Salerno, è quella di fornire gli strumenti con i quali far entrare in relazione i media studies con la teatrologia. Dopo un corposo capitolo teorico il volume entra nel vivo dell’analisi dello spettacolo mutimediale nello specifico intermediale, per affondare poi – sempre attraverso una serie di esempi di permance teatrali italiane o internazionali – nelle questioni della liveness e dell’utilizzo del video in scena. (Andrea Pocosgnich)
Indicazioni Bibliografiche: Autore: Vincenzo Del Gaudio Editore: Meltemi, 2021: Pagine della versione a stampa: 216 p

Il punto di vista della mela

Il titolo riprende in modo apocrifo un noto motivo: Isaac Newton dedusse le sue tre leggi del movimento a partire dall’analisi oggettiva dell’accidentale caduta di una mela sulla testa. La caduta, appunto: e la mela? I numerosi saggi qui raccolti, arricchiti con preziose e imperdibili traduzioni di testi storici (due di Nancy Stark Smith e uno di Steve Paxton sulle tecniche interiori), fànno di questo volume collettivo un corpo indispensabile per documentare e comprendere cosa è stata e ancóra può essere la Contact Improvisation. La mela rivendica a sé presenza e relazione: l’oggetto qui è il rimosso di una storia che riemerge nel pensiero delle pratiche, prima negli Stati Uniti, a partire dal 1972, poi oltre l’Atlantico, soprattutto in Francia e in Italia, in una disseminazione tentacolare che ha sviluppato «una microcultura coreografica dotata di tropi, di abitudini lessicali e tecniche specifiche che hanno contribuito in modo singolare ai discorsi sul corpo in movimento». Non solo: tale pensiero è stato affinato da un «saper-sentire e un saper-fare in grado di conferire più completezza e complessità ai saperi dettati dalla scienza». È giustamente definito un laboratorio vivente nel quale la danza è il metodo per interrogare il contatto come fonte di insegnamento. Ciò che doveva essere «soltanto una performance in una galleria di Manhattan» (John Weber Gallery, giugno 1972, NYC), è diventata una pratica capace di «studiare il mondo dal punto di vista della mela». (Stefano Tomassini)
Indicazioni bibliografiche: Il punto di vista della mela. Storie, politiche e pratiche della Contact Improvisation, a cura di Emma Bigé, Francesca Falcone, Alice Godfroy, Alessandra Sini, Bologna: Piretti Editore, 2021, pp. 334 ISBN 9788864761138

 Attraversamenti Multipli 2001-2020  

Attraversamenti Multipli due anni fa ha compiuto vent’anni: è uno dei festival di arti performative più longevi della Capitale. La danza, il teatro e la creazione scenica contemporanea, nella mente dei creatori, Alessandra Ferraro e Pako Graziani di Margine Operativo, ha spesso incrociato il meticciato dei luoghi: spazi laterali per geografie e filosofie, dalla metro Anagnina, nel bastione ultimo della linea A fino al nomadismo nelle piazze difficili come quella di San Lorenzo, per poi approdare negli ultimi anni nella dimensione quartiere del Quadraro. Nel mito dello spaccato cittadino partigiano Attraversamenti ha impiantato i proprio rami, in connessione con altri soggetti votati a relazionarsi con le pratiche artistiche del contemporaneo. Lo sguardo di Alessandra e Pako sul teatro, la danza, il circo è sempre stato smaccatamente curioso, trasversale e in grado di mescolare filosofie e linguaggi. Ecco allora che questo volumetto edito da Editoria & Spettacolo e curato proprio da Graziani e Ferraro ben rappresenta anche nella forma la stratificazione degli attraversamenti: si muove come un diario e utilizza testi di altri, interviste rilasciate negli anni, articoli di giornale, saggi, brani di riviste, ma ciò che colpisce è anche l’archivio fotografico squadernato. Sono immagini che raccontano anche una Roma diversa, in cui forse era più facile osare e inventare. La grafica di copertina è ripresa da una foto del 2006 in cui il “trenino” (che a quel tempo copriva la tratta Pantano-Laziali) sembra sospeso nel nulla, tra il teatro e l’utopia. (Andrea Pocosgnich)
Indicazioni Bibliografiche: Alessandra Ferraro; Pako Graziani Editore: Editoria & Spettacolo Collana: Visioni, 2021 Dati: 142 p

Danza cieca

È questo un libretto magnifico. Si pretende cieco invece è colmo di visioni. E anche di immagini, tutte in piena vista. Raccoglie le riflessioni sul processo di composizione del duo di Virgilio Sieni con il danzatore non vedente Giuseppe Comuniello, dal titolo Danza Cieca (in prima a Matera, Teatro Ludovico Quaroni, 25 settembre 2019). Ma i materiali si sovrappongono a folgoranti intuizioni, e a ripiegamenti affermativi: «Al gesto piace nascondersi e apparire improvviso, scherzando con lo spazio intorno al tocco». Così l’incontro, il partnering che implica una densità anche parziale della presenza e della materia dell’altro, «è un atto di amicizia: è come aiutare il corpo dell’altro a fuoriuscire dalla pelle per espandersi nell’aria». Lungo un percorso che si snoda nell’analisi, sempre sorprendente, di dettagli dell’attesa in alcune opere pittoriche italiane (Piero della Francesca, Giovanni Bellini, Jacopo Pontormo, Antonello da Messina, Beato Angelico, Pelizza da Volpedo e Caravaggio), quello che preme a Sieni è sempre ciò che resta sospeso. Ciò che inciampa lo sguardo. Ciò che fuori resta inconoscibile e inappropiabile e tuttavia sempre in movimento, in tutta la sua fragilità e marginalità. Il non vedere, quindi, è una condizione della visione (non la sua negazione) capace di attivare gesti inattesi, relazioni con il nascosto e l’intorno, per rivelare «il senso del nuovo sguardo». Ne consegue una definizione più radicale di danza come atto di resistenza al toccare: «che non è propriamente visibile, ma che prende forma nella relazione tattile dei due corpi». (Stefano Tomassini)
Indicazioni bibliografiche: Virgilio Sieni, Danza Cieca, a cura di Delfina Stella, Napoli, Cronopio, 2022, pp. 94 ISBN 9788898367528

Giselle e il teatro musicale

Dell’intero repertorio romantico, il balletto Giselle ou Les Willis (in due atti, del 1841) è quello più complesso. Perché ci si ritrova tutto: seduzione, tradimento, follia, spettralità, morte per differimento, svalutazione della vendetta, amore senza contropartita. È stato ideato da Theophile Gautier (lettore di Heine), musicato da Adolphe-Charles Adam e coreografato (prevalentemente) da Jean Coralli e (per le parti dell’interprete principale, Carlotta Grisi) da Jules Perrot. È concordemente considerato capolavoro della scuola francese. Il libro di Maria Venuso ne ricostruisce la complessa genesi in stretta dipendenza, invece, con esperienze coeve del teatro musicale italiano (Rossini, su tutti). Ne consegue un inedito corpo a corpo tra partitura e drammaturgia del balletto con quanto accadeva al Teatro San Carlo (dove passavano tutti: Salvatore Viganò, Armando Vestris, Jean Coralli, Louis Henry), e a Napoli, «già capitale europea della musica, terreno esposto all’influenza francese, ma crocevia transnazionale di migrazioni [di artisti] di diversa natura e, più di qualsiasi altra capitale, luogo di stratificazione di culture diverse e importanti». Ciò che va in crisi è l’idea monolitica di scuole nazionali, a favore di una loro contaminazione che a Napoli «rappresenta, per la sua natura di territorio storicamente multietnico, un terreno privilegiato di scambi continui, di tradizioni che si incrociano e non si isolano». Completa il volume una disamina delle più note versioni italiane del balletto, a partire da Gisella ossia il Ballo notturno (Torino, 1842). (Stefano Tomassini)
Indicazioni bibliografiche: Maria Venuso, Giselle e il teatro musicale. Nuove visioni per la storia del balletto, Firenze, Edizioni Polistampa, 2021, pp. 260 ISBN 9788859621874

 Quale teatro per il domani?  

Permetteranno i lettori e le lettrici se qui parleremo di un libro in cui è presente anche un testo di chi scrive questa scheda, ma lo facciamo per la particolarità della pubblicazione e per la forma corale. Quale teatro per il domani? Nel 2020 ErosAntEros, compagnia ravennate organizzatrice di Polis Teatro Festival (tra poche settimane, a maggio, l’edizione 2022) si interrogò sul futuro del teatro, tra sistema e linguaggi. Il festival in quell’edizione del 2020 ospitò un convegno in cui cominciare a far risuonare la domanda che poi avrebbe dato il titolo a questo volume curato da Agata Tomšič: più di 260 pagine edite da Editoria e Spettacolo in cui intrecciare le parole e i pensieri di 57 autori e autrici provenienti da 11 paesi diversi. Vengono dall’organizzazione, dal palcoscenico (attori, attrici, registe e registi), dall’accademia (la postfazione è di Marco De Marinis), dalla drammaturgia, dalla critica. La curatrice (oltre all’introduzione e alla postfazione) ha diviso il volume in cinque sezioni con cui declinare l’interrogativo del titolo: Spazio, Parole, Visioni, Linguaggi e Corpi. Il volume è una mappatura di riflessioni ma anche di tracce preziose che possono restituirci quei mesi immobili, come accade nelle parole scarne ma precise di Julia Varley: «Uno dei modi per prepararmi, è stato trasformare la mia casa. Nel mio salotto ho spostato tutti i mobili e i tappetti. Lì ogni mattina mi alleno e provole scene per il nuovo spettacolo su cui stiamo lavorando. La mia casa ha un aspetto totalemente differente dal solito; è diventata il mio teatro personale». (Andrea Pocosgnich)
Indicazioni Bibliografiche: Curatore: Agata Tomsic Editore: Editoria & Spettacolo Collana: Visioni Codice EAN: 9788832068290 Anno edizione: 2020 Anno pubblicazione: 2020 Dati: 270 p., rilegato

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