Il futuro che saremo. Mulinobianco di Babilonia Teatri

Su Mulinobianco di Babilonia Teatri. Uno sguardo alla poetica della compagnia.

Babilonia Teatri
Calcinculo Ph. Angelo Maggio

Più che in molte altre geografie, la ricerca teatrale italiana degli ultimi trent’anni ha dato vita a nuclei artistici figli dell’emergenza, genie complesse e multiformi, fucine di linguaggi spesso radicali al punto da fondare veri e propri “filoni” – pensiamo a certo teatro visuale, al teatro di narrazione, al teatro sociale integrato o partecipato, a felici ibridazioni tra la danza e la performance art.
Alcuni di questi artisti hanno messo la propria grammatica alla prova del tempo, affrontando col proprio fare i tempi che cambiano, le aporie del sistema produttivo e distributivo, l’ipertrofica mediatizzazione dei linguaggi. Il risultato è stato spesso quello della graduale mutazione e del temperarsi di certe tinte molto marcate, alla ricerca di una negoziazione con gli spettatori o con le dinamiche e le prospettive di accoglienza.

Radunando personalità diverse (come non ricordare il contributo di Ilaria Dalle Donne, corpo-voce scomparso prematuramente solo pochi mesi fa?), tra i gruppi che hanno lottato contro l’omologazione e a favore della purezza della radicalità, pur in uno scenario ostico, c’è senza dubbio Babilonia Teatri. Fin dal loro Made in Italy, che nel 2007 vinceva il Premio Scenario e l’anno dopo il Premio Ubu scaraventando Enrico Castellani, Valeria Raimondi e Luca Scotton sui palchi di tutto il Paese, il loro teatro rock, pop, soprattutto punk ha assorbito i temi del presente, affrontato tematiche e suggestioni molteplici, preso a «calcinculo» gli stilemi della “pièce bien faite” per sputare in faccia agli spettatori un «groviglio di parole» nella forma – definita fin da subito, con acutezza, da Graziano Graziani – dell’invettiva.

The End – Babilonia Teatri

Alla gogna ogni psicologismo, via di torno ogni sofisticazione letteraria altra dalla nuda poesia riportata alla ruvidezza della voce che la grida a piene corde; la recitazione è preda indifesa di una cruenta scarnificazione, che cede al ritmo del testo lo scettro della comunicazione: urlate e scandite a bocca spalancata, enunciate di consonante in vocale, le parole ci tormentano; il loro tempo è il tempo della registrazione mnemonica e della conseguente comprensione cognitiva, il loro registro quello di un latrato, la loro violenza quella dello schiaffo e della tortura. Alla malora ogni zuccheroso orpello visuale: nella nudità di un palco sventrato, ogni oggetto o cono di luce, ogni appoggio scenografico, ogni segno materico è direttamente funzionale e messo lì a uso e consumo della narrazione stessa e della nostra, necessaria per loro, presa di coscienza.
La tecnologia impiegata passa dal martello sbeccato allo schermo LCD, fino a Naturamorta – uno spettacolo che si svolge interamente su un gruppo WhatsApp – a seconda del potenziale semantico e semiotico che si presenti alla bisogna, armatura di senso al servizio dei corpi, certo, ma soprattutto della sintassi del discorso per cui quei corpi si fanno mera e distorta cassa di risonanza.
E così noi spettatori siamo testimoni, nel senso giuridico del termine: ci troviamo coinvolti come arbitri di un processo di denuncia e come garanti della sua insopportabilità; Babilonia Teatri ci fa sentire non solo partecipi, ma complici, derubandoci dell’agio del semplice osservare.

È quello che è successo al Teatro Herberia di Rubiera, abbiamo assistito all’ultima fatica, Mulinobianco – back to the green future, per certi versi tassello necessario a un lavoro già avviato che avvicinava le generazioni più giovani (Pinocchio, Lolita, Dire fare baciare lettera testamento) per altri compendio di un ragionamento sulla distribuzione delle responsabilità: «Il nostro grande cervello oltre che di grandi cose è anche fonte di grandi problemi?», di chiede il testo. Ché il lavoro di Babilonia Teatri ha, al centro, questo dilemma: una volta individuata la ferita – a volte già in decorso di cancrena – diventa urgente radunare un’assemblea di esseri pensanti per discuterne il concorso di colpa. In Lolita, la bambina Olga Bercini restava sola, presidiata dalla presenza dei due fondatori; in The End la mitologia del Cristo compariva anche nelle fattezze del neonato primogenito della coppia Enrico-Valeria, che tornava in Jesus, correndo in tondo a stabilire una ciclicità da labirinto. In Mulinobianco entrambi i figli, Ettore e Orlando Castellani, dominano la scena, assistiti dal padre e da Luca Scotton come tenici di palco e allestitori della scena, che cambia come cambia l’immaginario dei bambini.

Il tema è proprio quello della responsabilità, quella del pianeta stuprato, della coscienza ambientale, della giustizia climatica; qui si parla di quanta acqua occorra a produrre una bistecca («Quante delle suddette bistecche posso mangiare al minuto per non sentirmi un nemico della terra? / Quante popolazioni sono state sgomberate dalle loro terre per soddisfare il fabbisogno di anacardi di chi ha deciso di non mangiare più le suddette bistecche?»), di quanta forza lavoro renda fertile un campo di ortaggi, di quale flusso di sangue permetta il giogo di una calzamaglia; qui si prevede un futuro in cui la Natura ha riconquistato i propri spazi, tramutando parcheggi e fast-food in distese di verzura per la gioia della fauna, ma anche della nostalgia che si prova verso un hamburger a basso costo o un supermarket con offerte sempre più competitive.

recensione mulino bianco babilonia foto sara castiglione
Foto per Mulino bianco, Di Sara Castiglione

L’iniziale resistenza provata personalmente a concedere ai minori lo spazio per la comunicazione dal palco si scioglie nell’evidenza della discendenza anagrafica, e non solo. La scena è abitata dalla “gens Babiloniae” – di questa i corpi portano i segni anatomici dei genitori artisti – ma soprattutto il linguaggio di fondo non cambia, e qui sta lo scacco matto. Il respiro affannoso manda la voce al massimo della potenza semantica, i corpi acerbi ospitano il prurito dello stare in scena oltre ogni disciplina. Il lemma di Babilonia tributa il senso a se stesso, conservando la forma-invettiva qui riprodotta in messaggi a schermo su un gigantesco tablet, cui i bambini possono ricorrere in caso di un vuoto di memoria, ma soprattutto cui lo spettatore può aggrapparsi per tenere traccia del crudele viaggio nella propria coscienza di umano contemporaneo, in rotta verso lo Chthulucene di Donna Haraway, in cui saremo debitori della nostra stessa mutua relazione e della nostra stessa necessità d’esistenza.

Il testo, ancora una volta, così graffiante e severo, così amaro nel provocare sinceri e però disturbanti accessi di riso, è la grande forza di quello straordinario laboratorio di immaginario che è Babilonia Teatri; questo, insieme alla grazia selvaggia con cui la scena si costruisce, per accumulo e sottrazione, di fronte agli stessi occhi degli spettatori.
Di fronte al presidio di luci puntate verso il pubblico e a musica che va da Frank Zappa a Vinicio Capossela fino a Chi ha spento il sole di Adriano Celentano, che chiude la missione, il volto del primogenito snocciola il primo testo mentre una App gli invecchia in tempo reale il volto: «io sono un bambino / non sono una forza della natura / quando sogno lo divento
divento enorme, gigantesco / un uomo che è tutti gli uomini / divento una forza della natura / mi guardo alle spalle e vedo tanti piccoli uomini».

Si narra del sacrificio di un intero acquario di pesci morti perché privati delle alghe che disegnavano il loro spazio verde (ho operato una deforestazione metodica e completa dell’acquario / la maestra ha detto che senza mr green non c’è vita», giganteschi mattoncini Lego si prestano alla costruzione di una distesa di croci cimiteriali, da abbattere con splendenti macchinine elettriche. A presagire i dettami della Genesi («Polvere sei e polvere tornerai / tornerai alla terra perché da essa sei stato tratto»), dal soffitto cala una mela del peccato protetta sottovuoto, che entrambi addentano («Una distesa a perdita d’occhio di alberi di mele riprodotti in serie in che relazione sta con adamo ed eva?»), e zaini da primo-giorno-di-scuola colmi di fiori di plastica da piantare, lanciandoli, sul legno del palco, fino alla visione straniante di una mucca in tenuta a stelle-e-strisce, al contempo totem del consumismo e protezione dell’innocenza.

Padre Nostro di Babilonia Teatri a Inequilibrio Festival 2019

«sei appena arrivato, diciamo che sei un bambino / cominci ad andare in giro, ti guardi intorno e trovi un martello / senza neanche sapere cosa stai facendo cominci a spaccare tutto / nel giro di poco tempo distruggi quello che aveva resistito per miliardi di anni / poi a un certo punto ti fai male / sei solo / non sai cosa fare».

Parlando con Castellani e Raimondi, a margine dello spettacolo, ci troviamo d’accordo sul fatto che un monito sulla cura del Pianeta Azzurro che tutti ci ospita non potesse essere lanciato se non dai bambini. Mentre, allo sgombrarsi della platea, quest’ultimi scartano un meritato regalo (una Hogwarts di Harry Potter da costruire), parliamo di come il linguaggio possa e debba passarsi di generazione in generazione. E, penso io, questa sì che potrebbe essere l’eredità lasciata al mondo: la capacità di giocare, nell’agio dell’abbigliamento da interni fatto di mutande e torsi nudi, con i più acuminati aculei di dolore che la società di oggi ci punta contro.
Per continuare ad avere, tutte e tutti, coscienza orribile di quello che siamo, divisi tra le ambizioni di essere unici e il baratro desolante di riconoscerci così simili uno all’altra, nella distruzione del mondo che avevamo ricevuto in affitto.

Sergio Lo Gatto

Teatro Herberia, Rubiera, dicembre 2021

Calendario date in tournée

14 gennaio | Verona, Teatro Camploy

25 – 30 gennaio | Roma, Teatro India

10 marzo | Arezzo, Teatro Pietro Aretino

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MULINOBIANCO – BACK TO THE GREEN FUTURE
di Enrico Castellani e Valeria Raimondi
con Ettore Castellani e Orlando Castellani
e con Valeria Raimondi, Enrico Castellani, Luca Scotton
luci e audio, direttore di scena Luca Scotton,
Vfx video Francesco Speri
produzione Babilonia Teatri e La Corte Ospitale
coproduzione Operaestate Festival Veneto
in collaborazione con Dialoghi – Residenze delle Arti Performative a Villa Manin 2021

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali. Alla Sapienza. Università di Roma ha insegnato, come docente a contratto, Metodologie della Critica del Teatro e dello spettacolo e Performing Arts Between Arts and Politics e insegna al Master di Critica giornalistica dell'Accademia "Silvio d'Amico" di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3 (Editoria&Spettacolo, 2018), con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013). [photo credit: Jennifer Ressel]

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