La vita come un’opera d’arte. Balletto Civile al lavoro con la cittadinanza

Fino al 5 dicembre alla residenza San Filippo Neri di Modena un progetto di arte performativa partecipata ideato da Balletto Civile e prodotto insieme a Ert Fondazione. Contenuto in media partnership.

Foto Guido Borso

Hanno risposto in sessanta alla chiamata di Emilia Romagna Teatro per partecipare al progetto 10 Di/Versi. Madrigali contemporanei, un lavoro di composizione artistica partecipata e territoriale a cura di Balletto Civile. Fino al 5 dicembre la risultante scenica di questo percorso andrà in scena nei suggestivi spazi della residenza San Filippo Neri di Modena, attraverso “una performance-espositiva legata al tema dei madrigali contemporanei, una sorta di poetry slam con danza”.

«L’obiettivo è quello di provare a lavorare sul territorio spostando il punto di vista: provando a non far aderire il territorio a un’idea dell’artista – afferma la regista e coreografa Michela Lucenti -, ma tentando di far nascere quell’idea dai partecipanti stessi. Rendendo così protagonisti coloro che hanno l’urgenza di raccontarsi».

Per avere un quadro preciso e complesso al contempo però bisogna fare un passo indietro: 10 Di/Versi. Madrigali contemporanei arriva nel solco di un lavoro che nei tempi recenti Lucenti e il suo ensemble stanno dedicando ai madrigali di Monteverdi, a partire dallo spettacolo Figli di un dio ubriaco, un’opera definita da Giuseppe Di Stefano su Artribune come «un puzzle di quadri di vita, un vertiginoso scorrere di sequenze danzate e recitate, che non fanno in tempo a sedimentarsi nei nostri occhi, perché caotico e dinamico è il fluire della vita, concreto e imprevedibile il segno che il corpo lascia in campo per subito dissolversi nel movimento successivo».

Il lavoro in scena al San Filippo Neri (prodotto da Ert oltre che dal gruppo ligure) di certo avrà esiti diversi rispetto a Figli di un dio ubriaco, però rimane la poetica del frammento singolo da inserire in un discorso collettivo: azioni fisiche e composizione di madrigali originali nati a partire dai racconti dei partecipanti, questo il fulcro di un percorso in cui i protagonisti e le protagoniste ricoprono anche il ruolo di testimoni. I percorsi autobiografici vengono così inseriti in una contestualizzazione territoriale e civile: «dal micro proviamo a raccontare il macro, una lettura a imbuto rovesciato: dall’esperienza del singolo, il racconto di un intero territorio», spiega Michela Lucenti.

Il coraggio, l’acrobata, l’attimo, il risveglio, la voce, il ragazzo, il vero, il resiliente, il beat, il cantico: questi i titoli delle istantanee di cui sono protagonisti i 10 cittadini (selezionati attraverso lunghi provini in cui è emersa l’urgenza e la forza delle persone), accompagnati in scena da una serie di gigantografie fotografiche ad opera di Guido Borso. Donne e uomini di diversa età e provenienza sono il cuore del progetto, dalle loro biografie si dipana l’opera; Alice, giovane informatica affamata di sapere, Andrea, l’ingegnere che ama la scena, Jessica, un’artista malinconica, Michele che si sente libero grazie alla danza, Barbara con la sua passione per la lettura ad alta voce, Federico, sportivo e studente di lingue, Adele, la più giovane, suona il contrabbasso, Simone, operatore sanitario e clown, Confident con il suo futuro nella danza, Roberta insegnante di scuole elementari.

«È stata un’esperienza straordinaria – ci rivela Barbara-, innanzitutto di introspezione personale, a partire dalla scelta della canzone con cui mi sono presentata al provino, poi di condivisione intensa e generosa durante il momento dell’intervista, di sorpresa commossa quando ho letto il mio madrigale, di emozione e ricerca e crescita continua durante il momento della creazione dell’azione scenica». E qual è l’aspettativa ora rispetto alla possibilità di andare in scena? «Mi aspetto grande coinvolgimento emotivo durante gli spettacoli, una ogni volta nuova interazione con il pubblico, specialmente dei familiari.
Porterò con me la forza del gruppo che deriva dall’ascoltarsi e dall’accogliersi senza giudizio, l’emozione dell’esibizione dal vivo, la consapevolezza che il messaggio che esce dallo spettacolo è potentissimo ed ha una dimensione umana ed etica profondissime, che sicuramente il nostro pubblico saprà cogliere».

Il ventiduenne Andrea racconta: «Il madrigale ha colpito nel segno, è incredibile, e lo spettacolo è un’esperienza mistica, intima e vera, da dentro e da fuori… perché nella performance siamo noi, proprio noi. E questo non si dimentica…».

Per molti di loro la sintesi va cercata nell’incontro con la passione teatrale e gli essere umani, una possibilità di cercare l’altro da sé, come racconta Alice: «Io vengo da un piccolo paesino in collina che si trova all’interno di un comune molto vasto in termini di superficie ma con piccoli centri abitati un po’ dispersi e come spesso accade in questi casi, quando ci sono laboratori, attività culturali o cose simili capita che le notizie si disperdano nel vento oppure che gli argomenti non siano così tanto intriganti o innovativi. Modena è diversa. Modena l’ho sempre vista come una città attenta al teatro e alla cultura, dove nulla passa inosservato… questo mi ha colpito del progetto: essere affiancati da professionisti come quelli che sono presenti all’interno di Balletto Civile, l’attenzione a tutto, a partire dai dettagli fino ad arrivare all’insieme di tutte le cose, l’attenzione nei confronti dell’umano e del gesto d’arte che poi arrivano a confondersi e a fondersi; il sostegno e lo sguardo attento da parte di Ert è la conferma che nulla è lasciato al caso e che il tempo che ho deciso di investire in questa mia passione viene trattato con professionalità e grande rispetto che è davvero gran cosa. Avevo bisogno di vivere il clima del teatro e di respirare quell’aria di vita».

Passata la tensione iniziale, «il lavoro con i non professionisti diventa anche un gioco», spiega Michela Lucenti. La regista e coreografa inoltre racconta come per i cittadini/performer sia stato importante confrontarsi con tutta la compagnia di Balletto Civile e creare così alleanze e e condivisioni.

Il lavoro con i singoli è stato accompagnato anche da un percorso ad ampio raggio sulle comunità di appartenenza. Familiari, amici, conoscenti sono entrati nella creazione con le loro voci che vanno a mescolarsi con i campioni dei madrigali monteverdiani Hor che’lciel e La terra e’l vento tace. Dunque, narrare se stessi e farsi narrare: partire dalla propria biografia per arrivare a un racconto territoriale che riguardi la più ampia comunità di spettatori e spettatrici. D’altronde il manifesto artistico di questo gruppo nomade è già nel nome, nell’intenzione – attraverso l’utilizzo di un’arte scenica totale – di fare dell’atto performativo una questione civile, del linguaggio scenico uno strumento sociale, per entrare in contatto con il tessuto umano e urbano.

Redazione

Gli scatti di Guido Borso ai 10 partecipanti, clicca per ingrandire

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