Una raggiante polifonia. Lingua madre di Lola Arias

Recensione. Lingua madre di Lola Arias ha debuttato al Teatro Arena del Sole di Bologna.

foto Stefano Triggiani

Nel titolo il primo esercizio di controintuito. Lingua madre sembrerebbe evocare l’idea di appartenenza, l’elemento generativo, l’acquisizione naturale: lo spettacolo si interroga invece sul perché, per segnare questi concetti, sia necessario (e quasi ovvio) utilizzare l’immagine della maternità. 
«Il personale è politico» scriveva Carol Hanisch in Notes from the Second Year: Women’s Liberation (1970), a indicare la natura sistemica (e dunque politica) della sofferenza femminile: non questione privata ma esito di una dinamica di oppressione estesa e specifica. Tale presa d’atto avviene, negli anni ’60 e ’70, grazie ai gruppi di autocoscienza, luoghi dove la ricorrenza di questi meccanismi può emergere, essere discussa e compresa.

È a questo tipo di incontro – organizzato, attuativo, affine all’idea di un collettivo – che rimanda la coralità dello spettacolo di Lola Arias. Sei donne e due uomini prendono la parola per narrare episodi delle proprie vite, disseminati su una scena che ricorda una wundercammer seicentesca: mensole cariche di artificialia (libri, quadri, stampe antiche, reperti, ex voto) e naturalia (barattoli che custodiscono sezioni anatomiche sotto spirito, piccoli animali impagliati, fiori secchi), sovrastate della proiezione degli affreschi della Biblioteca dell’Archiginnasio, a segnare l’identità bolognese.

foto Stefano Triggiani

Aleggia un sentimento museale: nel gabinet coesistono l’ambizione scientifica di comprendere il mondo a partire dalla raccolta di oggetti naturali e il gusto per i mirabilia, che si situa invece su di un livello sensibile, di incanto. A contrasto, la presenza degli interpreti che introduce, attraverso i corpi e i racconti, la contemporaneità.
Le storie sono organizzate in otto capitoli tematici e, pur essendo dissimili tra di loro, consuonano, forse per la comune semi-invisibilità dalla quale tutte emergono: c’è la madre migrante dal Camerun che ha lasciato i propri figli per accudire quelli altrui, la diciottenne cattolica che rimane incinta senza averlo previsto, la coppia di uomini omosessuali che è ricorsa alla gestazioni per altri in California, la coppia di donne omosessuali che alleva insieme ai propri bambini quello di un’amica scomparsa, la doula che ha avuto tre figli da tre padri diversi, l’uomo ftm che ne ha avuti due prima della transizione, la quarantenne che non ne desidera («per me la vita finisce con me»).
Questo principio “auto-etnografico” – l’idea che una storia si prolunghi e accresca il proprio significato nel rapporto che intesse con le storie degli altri – sembra aver governato la ricerca che Arias ha svolto con gli otto interpreti (attori professionisti accanto a persone che non avevano mai calcato un palcoscenico, tutti bolognesi, di nascita o di adozione) nel corso di un laboratorio mobile della durata di due anni.

foto Stefano Triggiani

Esiste una “bibliografia”: oltre ai vissuti dei protagonisti, i materiali di partenza sono stati saggi, interviste, conversazioni con attivisti, antropologi, filosofi, medici, genitori a proposito di procreazione, maternità e modelli possibili di famiglia.
Esiste uno sforzo di esaustività e di chiarezza, il tentativo di costruire (come recita il sottotitolo, che si staglia sul legno del fondale) un’enciclopedia sulla riproduzione nel XXI secolo, etimologicamente intesa come enkýklios paideîa, «educazione circolare» cioè compiuta e inclusiva: uno strumento che, più che ribaltare il discorso “dominante”, lo problematizzi e arricchisca.
Esiste, infine, una lingua scenica, che nasce in funzione del trasferimento sul palco di questa ricerca. Come scrive Bertolt Brecht «l’acquisizione di nuove sfere tematiche esige il prezzo di una nuova forma drammatica e teatrale» e Arias sembra coniarla attraverso un utilizzo del molteplice che decostruisce, con la semplicità e la potenza degli esempi, l’impostazione “normativa” e spesso pacificante attraverso la quale siamo soliti guardare alla maternità.

foto Stefano Triggiani

Si tratta di un principio compositivo che, mettendo al centro l’enunciazione, si smarca dai rischi del “manifesto teorico” per aprirsi invece a una raggiante polifonia, all’interno della quale – come nelle teorie di Michail Bachtin – ciascun personaggio è responsabile della propria parola e, per mezzo di essa, determina la propria alterità. Alla polifonia corrisponde, a livello registico, la messa in campo di una pluralità di mezzi espressivi: il fondale diventa schermo per la proiezione di spezzoni di girato in presa diretta, di vecchie foto degli interpreti, frammenti di interviste, dettagli pittorici di icone mariane; sul palcoscenico si susseguono momenti di canto, di danza, avvicendamenti rapidi, ambienti visivi e sonori che giustappongono immaginari lontani tra di loro. Basti pensare al finale, il capitolo Madre futura, nel quale vengono avvicinati la struggente litania dello Stabat Mater e  il pensiero di Paul B. Preciado sul corpo poetico: l’evocazione di una nuova etica cyborg che conduca al superamento della natura, ancora fossilizzata sulle scansie, e del patriarcato che la colonizza.

foto Stefano Triggiani

Se è pur vero, come evidenzia Gianni Manzella dalle pagine de il manifesto, che lo spettacolo manca di tensione dialettica, questa assenza pare rispondere, con programmaticità, alla volontà di Arias di superare i modelli interpretativi (e di trascendere l’aneddotica) per mezzo di una diversa disposizione dello sguardo.
Charles Wright Mills in The sociological imagination (1959) tematizza l’esistenza di un’energia morale, propria di qualsiasi essere umano, che consente di percepire l’ordito della contemporaneità e di inquadrare in esso la propria biografia, stabilendo legami cangianti tra le strutture sociali, il privato e la storia. Una facoltà che non si esaurisce in un esercizio di analisi ma si trasforma in occasione per abitare in modo attivo questi campi di forze. Tale coincidenza, nell’immaginazione sociologica, di «funzione e promessa» è esattamente il potere sintetizzato e irradiato da ogni elemento – visivo, sonoro, registico, interpretativo, documentaristico, simbolico – che trova spazio sulla scena di Lingua madre.

Ilaria Rossini

Teatro Arena del Sole, Bologna – ottobre 2021

 

LINGUA MADRE
testo e regia Lola Arias
con Donatella Allegro, Marzia Bisognin, Chiara Bodini, Egon Botteghi, Giovanni D’Alessandro, Eloisa Gatto, Florette Zengue, Martina Zucchini
e la partecipazione di Angela Balzano al processo creativo
scene e costumi Mariana Tirantte
video e luci Matias Iaccarino
direzione coro Meike Clarelli
musiche Meike Clarelli e Davide Fasulo
coreografia Luciana Acuña
dramaturg Piersandra Di Matteo
assistente alla regia e responsabile produzione Laura Cecilia Nicolas
ricerche e casting Piersandra Di Matteo, Cosetta Nicolini
collaborazione alle ricerche bibliografiche Marina Mariasch
traduttrice Teresa Vila
direttore tecnico Massimo Gianaroli
direttore tecnico in sede Vincenzo Bonaffini
direttrice di scena Paola Castrignanò
tecnico video Garlos Hamparzoumiàn
elettricista Tiziano Ruggia
fonico Andrea Melega
macchinisti Davide Capponcelli, Alfonso Pintabuono
sarta Elena Dal Pozzo
responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Sergio Puzzo, Marco Fieni (costruzioni in ferro), Jurgen Koci, Tiziano Barone, Riccardo Benecchi
scenografe realizzatrici Ludovica Sitti e Sarah Menichini, Benedetta Monetti, Rebecca Zavattoni, Martina Perrone (tirocinante)
assistenti alla produzione Francesco Vaira, Francesca Lombardi (tirocinante)
produzione ERT / Teatro Nazionale
nell’ambito del progetto Atlas of Transitions
riprese per la scenografia per gentile concessione della Biblioteca dell’Archiginnasio e del Museo Poggi a Bologna
foto di scena e documentazione video Stefano Triggiani

 

 

 

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