De Living, di Ersan Mondtag. La realtà teatrale è metafisca e politica

Recensione. De Living, diretto da Ersan Mondtag e scritto da Eva-Maria Bertschy, è andato in scena, in due repliche, al Teatro Vascello per Romaeuropa Festival. Prodotto nel 2019, doveva arrivare in italia nel 2020 e replicare anche al Piccolo Teatro di Milano.

Foto Piero tauro

In De Living di Ersan Mondtag, c’è un interno casalingo, perfettamente arredato; sul palcoscenico del Teatro Vascello ci sono due cucine, sistemate in modo speculare: in entrambi i casi tavolo bianco e due sedie altrettanto bianche, una cucina completa di fornelli e forno; una carta da parati azzurra con fiori di ciliegio, una gabbia con un uccellino in un angolo; sulla parete parallela alla platea una grande foto, è Leopoldo di Belgio. Le due cucine, identiche e simmetriche differiscono però per alcuni particolari, una bottiglia di gin che da una parte è sul tavolo mentre dall’altra è sulla credenza, una scultura di una testa di cavallo si trova solo nella cucina di sinistra. I due spazi sono divisi da un muro che però non arriva neanche a metà della profondità, divisorio accennato e immaginario.

Foto Piero tauro

Nel soggiorno di destra c’è una donna, in un interminabile silenzio fissa il tavolo, poi uno sguardo verso il pubblico, si alza dalla sedia e si rannicchia in un angolo, la disperazione e il dolore la porteranno ad accendere il gas del forno per un suicidio silenzioso e senza pietà. Avvolta in un lungo vestito della stessa fantasia delle pareti, la donna mette la testa nel forno. Altri interminabili minuti scandiscono questa drammaturgia senza parole, a un certo punto nel pubblico inizia a diffondersi qualche commento a mezza bocca, si sente odore di gas, acre e dolciastro, alcuni tossiscono, finché nell’altra metà della scena compare di fronte alla porta aperta un’altra donna, identica alla prima. D’ora in poi, nell’appartamento di sinistra, lei eseguirà una serie di azioni quotidiane che sono quasi tutte quelle che hanno portato l’altro personaggio nel punto in cui è ora, ovvero con la testa nel forno. Intanto la prima donna si alza e inizia a ripercorrere tutte le proprie azioni all’inverso, come quando si riproduce un filmato in reverse. Le due si ritroveranno sedute di nuovo ai rispettivi tavoli e a quel punto l’azione potrà ripartire sulla stessa linea temporale. Ma le due dimensioni lentamente dimostrano alcune inesattezze, piccoli spostamenti tra un’immagine e l’altra, tra la prima e la seconda partitura di azioni.

Foto Piero Tauro

Mondtag – berlinese, classe 1987 – dissemina, sia nel piano scenografico che in quello relativo alla partitura fisica, una serie di indizi e riferimenti con cui comporre un’atmosfera da thriller, ma siamo dalle parti di Lynch, in quel tipo di languida fascinazione. Tutto avviene attraverso i linguaggi della scena e, in un estremo rigore grammaticale, non ci sono cesure: il tempo del racconto coincide con quello della scena, fabula e intreccio si sovrappongono (non vi è, appunto, necessità di ellissi e cambi di scena) per poi riavvolgersi di fronte agli occhi dello spettatore come il nastro di una videocassetta.

La platea rimane così in un’attesa spinosa in cui la dilatazione del tempo è alimentata dalla nota bassa di un tappeto sonoro che attiva proprio il tipo di inquietudine a cui siamo abituati nelle narrazioni da thriller. Ma qui l’attesa valica i tempi che conosciamo, si sgonfia e rigonfia per poi sorprendere prima con la densità organolettica del gas, il cui odore si fa strada sotto le mascherine del pubblico e poi con un ulteriore effetto sorpresa, deflagrante: decine di barattoli di latta – non possono che essere i famosi Campbells Tomato Soup – rompono ora l’ordine geometrico del pavimento a scacchi.

«Il ritmo potrebbe sembrare lento ma in realtà non lo è, mi interessa riproporre le azioni in tempo reale, è sempre complesso sul palco perché non siamo abituati ad osservare i nostri atti quotidiani nella loro durata come qualcosa di rilevante» spiega Mondtag in un’intervista al Manifesto.

Foto Piero Tauro

I due appartamenti condividono un corridoio, sono attigui e indicati da due numeri. Sono abitati da due gemelle? Oppure il secondo rappresenta una dimensione prossima, in cui il tempo e gli accadimenti scorrono in maniera simile ma non sovrapponibile? I numeri ritornano su una lettera rossa che viene letta prima del suicidio, si intravedono delle telecamere in alto. Chi controlla le vite delle due donne?

Ad aumentare la complessità e stratificazione dell’opera contribuiscono gli elementi relativi al colonialismo: le due interpreti sono due perfomer della scena hip-hop belga di origini congolesi; il paese africano d’altronde è stato martoriato proprio dal dominio del re belga che incombe nella sala da pranzo sdoppiata in scena; proprio quel quadro verrà rimosso da una delle donne. E questa è forse la dinamica più interessante: al thriller si aggancia la riflessione politica che diventa rivalsa. Una delle due due donne sceglie di non morire, un’altra via è dunque possibile. È possibile ribellarsi, la testa di cavalo viene spinta giù brutalmente come accaduto alla statua del re a cavallo durante le proteste del Live Black Matter a Bruxelles. Non è un caso che il produttore dello spettacolo sia proprio NTGent, l’istituzione teatrale pubblica diretta da Milo Rau che apriva il manifesto del 2018 con questo statement: «It’s not just about portraying the world anymore. It’s about changing it. The aim is not to depict the real, but to make the representation itself real». Un teatro insomma che ritiene centrale il proprio ruolo politico ed etico nella possibilità di contribuire al cambiamento.

Foto Piero Tauro

Per la drammaturga Eva-Maria Bertschy (aveva collaborato con Milo Rau proprio in The Repetition) la questione coloniale riguarda una riflessione «in cui la Storia è connessa alla nostra vita privata. Una specie di fardello con il quale ci relazioniamo anche cercando di capire come uscire da questa storia senza fine che si ripete […]. Qui, come in qualsiasi altra nazione europea, la storia del colonialismo è come un punto cieco, una storia della quale non si parla».

Romaeuropa Festival, in un programma già ricchissimo che quest’anno non dà la possibilità di perdere d’occhio il calendario (anche a causa dei recuperi della scorsa edizione, De Living doveva andare in scena pure al Piccolo Teatro di Milano), ha dunque ospitato uno spettacolo che meriterebbe almeno due settimane di repliche; in cui  l’inquietante simmetria visiva, la precisione di esecuzione del movimento e la grande ricchezza di dettagli, interrogano continuamente lo spettatore dal punto di vista esperienziale. Perché l’inquietudine, il fascino perturbante dello spazio, iperrealistico e metafisco allo stesso tempo, hanno bisogno di una percezione partecipata per agire anche sul piano politico.

Andrea Pocosgnich

Ottobre, Teatro Vascello, Romaeuropa Festival 2021

De Living

Regia: Ersan Mondtag
Performer: Doris e Nathalie Bokongo Nkumu, hip-hop dancers known as Les Mybalés
Compositore e Sound Designer: Gerrit Netzlaff
Voce Radio: Simon Turner
Drammaturgia: Eva-Maria Bertschy
Coach per la recitazione: Oscar Van Rompay
Coach per il movimento: Stella Höttler
Consulenza scientifica: Benigna Gerisch
Scena e costumi: Ersan Mondtag
Disegno Luci: Dennis Diels
Assistente alla regia: Liesbeth Standaert
Gestione della produzione: Sebastiaan Peeters
Produzione tecnica: Oliver Houttekiet
Tecnica del suono: Bart Meeusen, Raf Willems
Tecnica luci: Eva Dermul
Pianificazione scena: Tony Morawe, Joris Soenen
Scena e props: Thierry Dhondt, Pierre Keulemans , Flup Beys  Michiel Moors, Freddy Schoonackers
Pittura della scena: Luc Goedertier , Eva Devriendt , Kachiri Faes, Joris Soenen
Creazione dei costumi: Isabelle Stepman, An De Mol, Mieke Vander Cruyssen

Coproduttori: La Villette (Paris), Theaterfestival Boulevard (‘s Hertogenbosch), Kunstenfestivaldesarts (Brussels), HAU Hebbel am Ufer (Berlin)
Questa produzione è stata realizzata con il supporto di:  The Belgian Tax Shelter

Con il sostegno del Goethe-Institut

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