La Corea, il teatro e la tragedia dell’identità

Recensione dello spettacolo The History of the Korean Western Theatre del performer coreano Jaha Koo, andato in scena in prima nazionale a Short Theatre 2021.

Foto Claudia Pajewski

Hamartia: così Jaha Koo ha scelto di intitolare la sua trilogia. Una parola di origine greca, declinata nel tempo in accezioni differenti. Etimologicamente, amartia viene da errore, mancare il bersaglio. Per i cristiani diventa il peccato. Aristotele definisce amartia la caduta dell’eroe tragico, la causa scatenante della tragedia. Non è difficile comprendere le ragioni della scelta del performer e compositore sud-coreano Jaha Koo, per la seconda volta a Short Theatre. Lo spettacolo si inserisce all’interno di una programmazione fortemente ancorata alla diversità in senso ampio, la parabola dell’ascolto a colmare distanze mentali e materiali, abbattere barriere imposte e autoimposte, ardue da sradicare.

The History of The Korean Western Theatre è il terzo e ultimo capitolo di Hamartia Trilogy, un lavoro nato nel 2015 per raccontare la storia e il presente della Corea del Sud, interrogandosi su temi come la tradizione, l’autocensura, l’identità di un popolo. Se il capitolo precedente, Cukoo, collocava nel 1997 il cardine, o per meglio dire l’”amartia”, l’inizio della tragedia contemporanea di un paese per anni conteso e gravato da speculazioni economiche e culturali, l’ultimo capitolo sceglie come prospettiva narrativa proprio la sua storia del teatro, definito non a caso “coreano-occidentale”. Con l’ausilio di quello che è ormai un vero e proprio performer coprotagonista, il cuociriso parlante di Cukoo, Jaha Koo ripropone una narrazione che oscilla tra storia nazionale e autobiografia. È già in proscenio quando il pubblico entra in sala, intento a costruire un grande origami, piega dopo piega. La sua espressione pacata e seria rimarrà immutata, bilanciata dall’ironia tutt’altro che robotica di Cukoo.

Foto Claudia Pajewski

L’impianto scenico è essenziale: il flusso ininterrotto di immagini documentarie bagna dapprima solo il fondale. Quando però arriva a inondare il palcoscenico,  diventa cornice digitale e asettica per la più umana tenerezza, che per contrasto vi risalta: quella dei ricordi, dell’infanzia, della Storia filtrata dall’esperienza. Le giornate passate, da bambino, lontano dalla città a giocare con le rane; i ricordi di Jaha liceale attratto dalla musica, ma orientato dal padre a scegliere un corso di teatro. Poi, il ricordo personale e collettivo di uno strano evento: i festeggiamenti per i cento anni del teatro coreano. Com’è possibile che il teatro coreano abbia solo cento anni? La colonizzazione della Corea da parte del Giappone tra 800 e 900 ha di fatto soffocato ogni traccia della cultura locale, sotto la spinta di una ossessiva occidentalizzazione tuttora in atto.

Foto Claudia Pajewski

«Abbiamo preso ciò di cui il teatro occidentale stava cercando di liberarsi e ne abbiamo fatto l’inizio del nostro teatro», afferma una donna: il video altera i colori del suo volto, spersonalizzato, anonimo. Sotto un commento sonoro compulsivo (la musica elettronica  composta dallo stesso Koo, parte integrante della narrazione) scorrono in contrasto le immagini di rappresentazioni coreane di Shakespeare, Molière, Eschilo: gli interpreti, il volto coperto dal cerone bianco, appaiono in tutto simili ai nostri attori ottocenteschi, dai costumi alla prossemica. Il flusso ininterrotto alterna a queste altre immagini: quelle di rappresentazioni tradizionali coreane (con molta probabilità Talchum, danze in maschera all’aperto). Di queste ultime, Jaha Koo non parla mai in maniera diretta o didascalica. Il loro significato, il loro valore e la relazione del performer con esse è affidata ad un racconto intimo, apparentemente slegato: il ricordo domestico, tenero di sua nonna. Cos’altro è la cultura di un popolo se non la traccia ancestrale delle proprie radici, il punto di congiunzione tra vissuto e storia, qualcosa che ci abita nei gangli più profondi, che leggiamo sui volti dei nostri antenati e in cui riconosciamo le ragioni del nostro essere? Cosa succede se questo panorama interiore viene soppiantato da un orizzonte altrui, distante per cultura, religione, tradizioni? Jaha Koo riesce a raccontare senza retorica questo senso di perdita, di disorientamento; lo sforzo di trattenere ogni cosa, di lottare contro quel demone spaventoso che nella tradizione coreana divora i ricordi.

Foto Claudia Pajewski

Guardando con lucidità alla storia del suo popolo, si interroga e viene interrogato dal sé bambino, quell’origami che ha costruito davanti a noi e che ha preso vita, voce e le sembianze di uno di quei rospi con cui giocava in campagna. Biografia collettiva e biografia personale si intrecciano, in un rispecchiamento reciproco in cui la paura di dimenticare è anche paura di essere dimenticato, lui che vive da anni a Ghent, in Belgio, lui che ha scelto quell’Occidente invasivo come residenza: nella stessa posizione iniziale, infantile e docile, triste come solo i bambini tristi sanno essere, Jaha riascolta la voce di sua nonna incisa su cassette a nastro. 

La performance, il momento teatrale, altro non sono per Jaha Koo che strumento di condivisione, prima che di divulgazione. L’amartia si compie e produce una catarsi inedita, tutta racchiusa nello sciogliersi dei nodi di un lenzuolo bianco che Jaha agita, in una danza più simile ad un compito da assolvere, per «placare il rancore dei morti». 

Sabrina Fasanella

Settembre 2021, Pelanda, Roma, Short Theatre

The History of the Korean Western Theatre

concept, testo, regia, musica & video Jaha Koo
performance Jaha Koo, Seri & Toad
drammaturgia Dries Douibi
scenografia & disegno Eunkyung Jeong
consulente artistico Pol Heyvaert
tecnici Korneel Coessens, Jan Berckmans, Bart Huybrechts, Koen Goossens (& Jonas Castelijns)
hardware hacking Idella Craddock
ricerche Eunkyung Jeong & Jaha Kooresearch
assistenza Sang Ok Kim
interviste Jooyoung Koh, Kiran Kim & Kyungmi Lee
produzione CAMPO
co-produzioni Kunstenfestivaldesarts (Brussels), Münchner Kammerspiele, Frascati Producties (Amsterdam), Veem House for Performance (Amsterdam), SPRING performing arts festival (Utrecht), Zürcher Theaterspektakel, Black Box teater (Oslo), International Summer Festival Kampnagel (Hamburg), Tanzquartier Wien, wpZimmer (Antwerp), Théâtre de la Bastille (Paris) & Festival d’Automne à Paris residencies Kunstencentrum BUDA (Kortrijk), wpZimmer (Antwerp), Decoratelier Jozef Wouters (Brussels), Doosan Art Center (Seoul) con il supporto di Beursschouwburg, Vlaamse Gemeenschapscommissie & Amsterdams Fonds voor de Kunst
CAMPO è supportato dalla città di Ghent e dalla comunità fiamminga

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