Pinocchio di Valdoca: enigma senza soluzione e senza speranza

Recensione di Enigma. Requiem per Pinocchio: nuova creazione di Teatro Valdoca che ha debuttato al Teatro Bonci di Cesena. Con Silvia Calderoni, Chiara Bersani, Mariangela Gualtieri, Matteo Ramponi e la regia di Cesare Ronconi.

Foto Simona Diacci Trinity

Alcuni spunti sono rimasti impressi nelle ore successive a Enigma. Requiem per Pinocchio. Il talento smisurato di Silvia Calderoni, la capacità di fare narrazione attraverso il suo corpo, riuscire a essere Pinocchio nei muscoli: il burattino umano entra in scena e viene sostenuto dal grande Mangiafuoco (Matteo Ramponi), è una danza violenta, la vitalità del corpo sfugge via; Pinocchio in volo, su una scala da trapezista e poi prima del finale, ancora quel corpo (pubblico e politico come giustamente ha affermato il regista). Il secondo spunto è attivato da Chiara Bersani, che di questa favola tramutata in incubo è una fatina a cui a un certo punto viene chiesto di farsi piccolissima, di tornare ad essere quasi neonata, in un bozzolo, con una copertina che le lascia fuori solo il viso. Poi alcuni versi di Mariangela Gualtieri che, seduta su un tavolo nero quadrato, legge il testo dello spettacolo: «l’abbecedario non basta per l’educazione. / Ci sono grilli intelligentissimi. / Questo ti voglio dire. / Si può imparare da loro. Non sei migliore. / Ecco. Apriamo il tuo orecchio / così puoi capire l’antica lingua dei grilli», parole che rimangono, con un certo fastidio a chi scrive. Spunti che si sono sedimentati in queste ore, anche mentre scrivo, all’indomani di quella che per molti non è stata solo una prima nel meraviglioso Teatro Bonci ristrutturato (con i palchetti pieni di operatori e artisti), ma anche un nuovo inizio.

Foto Simona Diacci Trinity

Lo spettacolo, che dunque ha visto due anni di lavoro nel bel mezzo di una pandemia, è un accumulo di segni, un eterogeneo paesaggio che vorrebbe farsi rito collettivo, nel quale gli spettatori attorno, dai palchetti, guardano in basso la platea svuotata: un panno bianco in cui appare una grande macchia di sangue, poi una statua di legno (capiremo solo alla fine essere un pinocchio morto, disteso), ancora rami, legno, tamburi; da un parte gli interventi sonori acustici di pietre e metalli, dall’altra quelli elettronici; sul palcoscenico nero un fondale di fari arancio, pronti a dare fuoco al buio e alla visione degli spettatori. Grandi tubi neri occupano lo spazio più lontano dal palco, insieme a un altro dispositivo di cui non si capisce ruolo e utilità, è una sorta di camera ottica, o qualcosa che, su un trespolo, ha a che fare con la fotografia. Qui vicino Cesare Ronconi, si appoggia alla parete, da lì si muoverà una sola volta per aprire la porticina dalla quale entreranno i personaggi.

Foto Simona Diacci Trinity

Parlavamo di rito appunto, il rito del ritorno a teatro, il rito del racconto, un rito in cui bisogna tentare di essere vicini nonostante le distanze, nonostante le solitudini dei palchetti occupati da un solo spettatore. Ma questo Pinocchio non pare voler essere del tutto né in una dimensione rituale né in una spettacolare; le luci sulla platea ci danno la possibilità di guardarci, eppure tutto è rappresentazione; non c’è un linguaggio condiviso con chi guarda dai palchetti. Tutto è Enigma appunto, un enigma che sembra chiedere di essere decodificato dal singolo spettatore più che dalla collettività. In questo “finto rito” (perché come tale non può essere enigmatico) ci sono anche momenti in cui la scrittura scenica di Ronconi si ferma a un passo dall’incubo, senza riuscire (o volere) oltrepassare quella soglia dopo la quale l’incubo inghiottirebbe il resto.

Foto Simona Diacci Trinity

Allora ci troviamo di fronte a qualcosa che non sembra finito, effetto positivo per certi versi rispetto alla tentazione di cristallizzare la scena in un prodotto codificato, ma allo stesso tempo questo spettacolo sembra voler attirarci verso un discorso incomprensibile: fatto di immagini a tratti potentissime, a tratti appartenenti a un mondo già conosciuto e quasi retorico. Proprio come il cerimoniale, tutto fatto di emotività, silenzio e accordo con i versi della Gualtieri.

Le immagini di cui abbiamo parlato, potentissime, non entrano in relazione con il testo, certo non vogliono, sono proprio due binari diversi, ma allora dov’è il cuore di questo spettacolo? Cosa vuole dire questo Pinocchio allo spettatore che ritrova il teatro dopo sei mesi di malattie, chiusure, negazioni? Vuole dirci, come esorta Gualtieri nei suoi versi, a riconnetterci con madre natura, ad ascoltare l’intelligenza di quel Grillo? Tutta la questione adolescenziale e preadolescenziale di cui si parla nell’interessante intervista fatta da Massimo Marino a Ronconi per Doppiozero non mi pare riesca ad emergere con nettezza. L’unico segno di cui siamo certi, l’unica voce che sembra voler “dire” è quella sacerdotale della poesia, bellissima in alcuni punti, come quando evoca un “battistero di lacrime salate” per esprimere tutto il dolore di quel Pinocchio vivo in carne ed ossa che accarezza il Pinocchio in legno morto, di fronte e a lui. Tutto è già avvenuto e ora siamo di fronte alla tragedia già consumata: il sangue ha imbrattato il bianco lenzuolo. Non c’è scampo. Non abbiamo scampo.

Foto Teatro Valdoca

Non è prevista dialettica nell’andamento drammaturgico di Valdoca: manca un contraltare al nichilismo, che, in questo modo, rischia di diventare estetica e la linea delle azioni teatrali non riesce a proporre argomenti altrettanto forti. Nel finale le parole hanno perso qualsiasi speranza, dicono di una casa in fiamme, noi non abbiamo più tempo, e l’unica cosa che ci rimane da fare è guardare lo splendore del fuoco. Ecco, con una certa evidenza, quel nichilismo estetizzante che ci assolve, tutti, anche da questi mesi di pandemia; siamo colpevoli perché non abbiamo imparato “dalle lumache pazientissime”, ma, riconosciuto il peccato, l’unica alternativa che abbiamo qual è? Non serve neanche la conoscenza, qui rappresentata da quell’abecedario che, secondo la fatina di Valdoca, Pinocchio dovrebbe abbandonare. L’utopia del ritorno alla natura rimanendo un’utopia poetica non contribuisce al cambiamento anzi ci lascia inermi nel senso di colpa, nella nostra incapacità di ascoltare. Sinceramente, allora, preferisco recuperare ancora di più l’abecedario, e forse sarà esso stesso a insegnarmi come capire “l’antica lingua dei grilli.”

Andrea Pocosgnich

ENIGMA
Requiem per Pinocchio

Debutto: Teatro Bonci, Cesena, 14/05/2021

regia, allestimento e luci Cesare Ronconi
testo originale Mariangela Gualtieri
con Chiara Bersani, Silvia Calderoni, Mariangela Gualtieri, Matteo Ramponi
e con, al canto Silvia Curreli, Elena Griggio
musiche dal vivo di e con Attila Faravelli, Ilaria Lemmo, Enrico Malatesta
collaborazione luci Stefano Cortesi
suono Andrea Zanella, Michele Bertoni
costumi Cristiana Curreli/ReeDo Lab
scultura in legno Maurizio Bertoni
oggetti di scena Mariacristina Navacchia
dipinti di scena Luciana Ronconi
cura e ufficio stampa Lorella Barlaam
consulenza amministrativa Cronopios
produzione Teatro Valdoca, Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale ::: Centro di Residenza Emilia-Romagna; AMAT e Comune di Ascoli Piceno nell’ambito di “MarcheinVita. Lo spettacolo dal vivo per la rinascita dal sisma” progetto di Mibact e Regione Marche coordinato da Consorzio Marche Spettacolo.

L’attività di Teatro Valdoca è sostenuta dal contributo di Regione Emilia-Romagna, Comune di Cesena.

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