Guerra e Pace riempie il teatro svuotato

Recensione. Guerra e Pace di Lev Tolstoj, per la riscrittura di Letizia Russo e la regia di Andrea Baracco, al Teatro Morlacchi di Perugia fino al 30 maggio.

Foto Manuela Giusto

Il sipario storico del Teatro Morlacchi si staglia, come uno sfondo affrescato, nella vastità dello spazio svuotato. È un’immagine patriottica ottocentesca (raffigura il rientro a Perugia del condottiero Biordo Michelotti, dipinto da Mariano Piervittori), scomparirà presto dietro velluti e fondali, eppure, all’ingresso del pubblico, si accorda in modo intuitivo all’atmosfera di solennità storica, e di vertigine.

Andranno in scena due spettacoli (autoconclusivi, ma in continuità) tratti dai primi due dei quattro volumi che compongono Guerra e Pace di Lev Tolstoj, per la riscrittura di Letizia Russo e la regia di Andrea Baracco: un tandem collaudato nell’adattamento drammaturgico di classici della letteratura europea, di nuovo targato TSU
La platea è scomparsa. Gli spettatori sembrano muoversi con prudenza e con emozione, prendono posto nei palchetti e davanti a loro, o sotto di loro, si apre una distesa intatta di listelli di legno che si estende fino alla scala di proscenio. L’anomalia dello spazio, più ancora della sua ampiezza, provoca un leggero disorientamento. Si tratta di una modifica, strutturale e violenta, all’architettura di un luogo “sacro”, un luogo fatto per offrire (a volte opporre) alla transitorietà del rito la profonda stabilità degli elementi che lo ospitano. (Ecco la vertigine).

Nelle note di regia, Baracco insiste sulla grandezza maestosa, esondante dei caratteri dei personaggi e della storia, in Tolstoj: «[…] e allora via tutto, via le quinte, via la platea […] a sproporzione non si può che rispondere con sproporzione». E si avverte, a più riprese, l’intensità di questo proposito. Accanto a essa, però, a contrappuntarne l’ebbrezza, si avvertono anche la cura minuziosa nella composizione visiva delle scene e la sfida raccolta (e vinta) dalla scrittura di Russo che, attraverso un uso sapiente dell’ellissi, rielabora la monumentalità della narrazione di Tolstoj e la traduce in una coralità leggibile ma non semplificata, creando un ambiente emozionale che non soggiace all’ambiente storico e che conserva la natura impura e l’impronta metafisica dell’originale.
Si tratta, in qualche modo, di un’inversione dei termini della sproporzione di cui si diceva, che onora il pensiero di Tolstoj, espresso nel trattato filosofico del 1897 Che cosa è l’arte? a proposito della funzione dell’infinitamente piccolo nel successo del contagio artistico: «Se appena appena è più chiaro, appena appena più scuro, appena appena più in alto, più in basso, più a destra, più a sinistra – in pittura; se appena appena è smorzata o rinforzata l’intonazione in arte drammatica, o eseguita appena appena più presto, appena appena più tardi; se appena appena non è detto a sufficienza, o detto con troppa abbondanza, o esagerato – in poesia: ecco che quel contagio non si ha più. Il contagio si ottiene solo quando e nella misura in cui l’artista sappia trovare i momenti infinitamente piccoli che compongono l’opera d’arte».

Foto Manuela Giusto

La costruzione del disegno sfrutta al massimo le potenzialità di uno spazio gigantesco e inedito che rischiava, come è ovvio, di sovrastare oppure di disperdere l’intensità delle azioni e che riesce invece, pur con qualche flessione, a espanderla e farla brillare.
Baracco rinnova la scelta – qui più opportuna – di avvicinare ai costumi d’epoca (di Marta Crisolini Malatesta) una scenografia che abolisce ogni traccia “classica” e filologica e utilizza invece elementi di scena (fari teatrali, file di poltroncine ribaltabili…) manovrati a vista dagli interpreti. Questo concorre a un effetto di festa mobile, sorretto da un gioco di luci (di Simone De  Angelis) calibrato e suggestivo. I suoni e le musiche, curati da Giacomo Vezzani, si prendono qualche azzardo, accostando a Tchaikovsky, a Shatrov e ai valzer “d’importazione” nominati da Tolstoj, alcuni pezzi contemporanei, dai Cigarettes After Sex a Suzanne di Leonard Cohen, nella struggente esecuzione di Carolina Balucani, a segnare un fondamentale momento di passaggio.
I quattordici attori si pongono con vera dedizione al servizio dell’impresa e della macchina teatrale, realizzando una polifonia coesa e armoniosa, nella quale si stagliano alcune interpretazioni particolarmente centrate, che pure non oscurano la meccanica del disegno complessivo: accanto al Pierre Bezuchov di Stefano Fresi, spiccano le umbre Balucani (Maša Bolkonskaja) e Caroline Baglioni, nel doppio ruolo di Lise Bolkonskaja e Sonja Rostova. La capacità di delineare le due identità femminili, con delicatezza e senza essere aiutata da espedienti visivi (la gravidanza di Lise non definisce un segno appariscente), è pregio dell’interprete. Rimane un po’ arbitraria e forse confondente l’assegnazione dei ruoli plurimi, tra le maglie di un racconto così ricco e complesso, nel quale lo spettatore viene comunque aiutato a orientarsi dalle istruzioni contenute in un raffinato pieghevole, decorato da un acquerello di François Olislaeger.

Foto Manuela Giusto

Il disegnatore ha seguito genesi e prove dello spettacolo nelle settimane d’ottobre in cui la compagnia – a dispetto di un debutto mancato, di un’Italia in lockdown e della totale incertezza circa le sorti dello spettacolo – ha continuato a lavorare, in una dimensione intima, scandita e blindata. Da questa osservazione è nato Diario di uno spettatore clandestino, un fumetto in fascicoli che raccoglie anche la testimonianza di uno sconcerto: «Se fosse veramente la fine del mondo, lo farei? Mi metterei a disegnare Guerra e Pace in un teatro in Italia?».

Le perplessità sollevate altrove circa il funzionamento, nei lavori firmati da Russo e Baracco, del rapporto (troppo esteriore, troppo didattico)  tra il linguaggio dei classici e la contemporaneità cedono qui a un’istanza di vera commozione, a un’esigenza di relazione scambievole, tra attori e pubblico, che si prolunga oltre il tempo degli applausi.
La platea è scomparsa, questo spettacolo è fatto per questo luogo splendido e smantellato e non potrà essere replicato altrove. Tutti cerchiamo antidoti. Tutti usiamo, con buona pace di Susan Sontag, la semantica della guerra per riferirci all’emergenza sanitaria. Secondo una leggenda metropolitana, che gioca su un fantasioso fraintendimento di ortografia russa, il romanzo di Tolstoj si sarebbe dovuto intitolare La guerra e il mondo.  La compromissione con il presente ora esiste sempre, nostro malgrado.

Ilaria Rossini

 

GUERRA E PACE

da Lev Tolstoj
riscrittura Letizia Russo
regia Andrea Baracco
con Giordano Agrusta, Caroline Baglioni, Carolina Balucani, Dario Cantarelli, Stefano Fresi, Ilaria Genatiempo, Lucia Lavia, Emiliano Masala, Laurence Mazzoni, Woody Neri, Alessandro Pezzali, Emilia Scarpati Fanetti, Aleph Viola, Oskar Winiarski
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
musiche originali Giacomo Vezzani
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

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