Dalla piazza: «non si può riaprire senza progettualità e sicurezza»

Intervista alle attiviste e agli attivisti di Presidi Culturali Permanenti per riflettere sulla giornata di mobilitazioni nazionali del 23 febbraio

Il giorno dopo la mobilitazione nazionale del 23 febbraio (qui il comunicato completo) abbiamo raggiunto al telefono uno dei collettivi presenti in Piazza Montecitorio: con Presidi Culturali Permanenti abbiamo commentato la manifestazione, riflettuto sulle richieste del settore e lanciato uno sguardo verso le aperture; secondo il collettivo non bisogna riproporre la situazione della passata estate in cui le strutture e gli spettacoli sono ripartiti ma senza una visione organica in grado di coinvolgere l’intero comparto.

Presidi Culturali Permanenti di Roma è un gruppo spontaneo di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo dal vivo che da ottobre 2020 si riunisce in presidio davanti al Teatro Argentina e in altri luoghi culturali abbandonati o in stato di emergenza del territorio, per aprire il sipario sulla Cultura e sul Lavoro.
Dall‘esperienza romana sono sorti gruppi gemelli in altre città, come a Milano, Brescia e Udine.
Presidi Culturali Permanenti, oltre a raccogliere la protesta delle professioniste e professionisti del settore, lavora a proposte concrete per un reale ed efficace cambio di rotta, come il Programma di Formazione Retribuita Permanente e il format Presidi Show.

Info: https://www.facebook.com/presidiculturalipermanentiroma/

Siete riusciti ieri a consegnare la lettera con le vostre richieste al Parlamento?

Verso le 7 della sera, siamo riuscit_ ad avere udienza per una delegazione formata da Autorganizzati Spettacolo Roma, Clap – Camera del Lavoro Autonomo e Precario e Presidi Culturali Permanenti. Vedere le nostre colleghe e i nostri colleghi entrare a Montecitorio è stato un momento di grande commozione e soddisfazione. L’incontro è andato bene, hanno portato le istanze della piazza, chiesto il tavolo interministeriale…

Dunque se doveste sintetizzare: a cosa porterà la mobilitazione nazionale di ieri?

Le richieste primarie rimangono quelle relative al tavolo interministeriale, Mibac, Ministero del Lavoro, Ministero dello Sviluppo Economico, perché abbiamo bisogno che chi legifera conosca il nostro mondo e perché le nostre istanze coinvolgono diversi Ministeri. È importante uscire dalla dicotomia “apertura sì, apertura no”, la questione è “aprire come”: non si può aprire senza una progettualità, non si può riproporre l’apertura falsa di giugno, quando solo il 20% degli spazi culturali ha riaperto e di conseguenza solo il 20% di noi ha ripreso il proprio lavoro. Vogliamo una ripartenza in sicurezza, con i protocolli nazionali. Soprattutto vogliamo una riapertura per tutti, non possono riaprire solo i soggetti finanziati dal Fus o grandi teatri, non possiamo dimenticare le compagnie indipendenti, tutte le realtà territoriali, le associazioni culturali, le piccole/medie sale che senza sostentamento rischiano di scomparire. Abbiamo chiesto inoltre lo sblocco del ristori 5 e ci hanno confermato che è già in agenda.

Questo è un punto centrale, ma molto complesso: se si riaprisse con i protocolli di sicurezza di questa estate, ovvero le platee distanziate, i piccoli teatri come farebbero a sostenersi con 20, 30 persone in platea?

Riapriamo se riapriamo tutti, ovvero se si mettono in campo finanziamenti per queste realtà che fanno un lavoro importante sul territorio, che rappresentano quel teatro di prossimità di cui le comunità e i quartieri hanno bisogno. Tra l’altro parliamo di luoghi che spesso ci hanno fatto conoscere anche gli artisti, le artiste e le compagnie dell’innovazione, dunque con un valore sociale importante.

Poi però rispetto ai singoli, ai lavoratori e lavoratrici, c’è la difficoltà di organizzare un sistema dove i diritti si intrecciano con il talento, la libertà artistica e altri fattori tipici dei mestieri legati allo spettacolo dal vivo. Come si tengono insieme tutti questi punti?

C’è la necessità di avviare una riforma strutturale che agisca sulla complessità del settore, aggredendo il lavoro nero, il sommerso. La questione legata alle 7 giornate per i bonus ha dimostrato proprio tutte queste difficoltà, ci ha messo di fronte al fatto che il nero non deve esistere: non è che le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo non lavorano, il problema sta nel fatto che i contratti non vengono rispettati, le prove non vengono pagate, si fanno i forfaits, gli artisti non vengono messi in agibilità, ecc…Per questo tra le proposte c’è anche quella di un reddito di continuità: il nostro è un settore atipico, quando non lavoriamo in realtà continuiamo la formazione, lo studio, la ricerca, e necessitiamo di una misura di sostegno che ci permetta di svolgere appieno il nostro lavoro. Come Presìdi Culturali Permanenti abbiamo anche proposto in Regione un Programma di Formazione Retribuita e Permanente.

Ci vuole una spinta verso la regolamentazione del sistema, noi siamo una categoria terribilmente ricattabile. Ad esempio chi si occupa di formazione non rientra nella categoria ex enpals, ma in gestione separata. L’anomalia di versare contributi in due casse distinte comporta in molti casi non avere diritto ad alcuna forma di tutela. Proprio l’ambito della formazione è quello che registra un alto tasso di lavoro nero, lavoro grigio, e di paghe a ribasso. Occorre regolamentare diversamente questo settore che ora è un vero e proprio Far West.

In questo discorso il ruolo della piazza dunque è ancora importante?

Spesso ci è stato detto che siamo una categoria disunita, ma nell’ultimo anno abbiamo dimostrato anche il contrario: ieri sono state organizzate piazze in tutta Italia e tutte sono rimaste in presidio fino a quando la delegazione di Roma è stata accolta dal Presidente della Camera Roberto Fico. Questa per noi è stata una vittoria!

I sindacati in questo momento che ruolo hanno? Ieri c’è stata un’altra manifestazione della Cigl, la mattina di fronte al Teatro dell’Opera, che di fatto in questo modo ha spaccato una piazza che unita avrebbe potuto essere forse più popolata.

Le piazze si sono spaccate in varie regioni, è vero, ma in altre il dialogo è stato avviato e si sta portando avanti. Davanti a Montecitorio, ad esempio, c’erano anche il segretario regionale SLC Fabrizio Micarelli e la segretaria nazionale SLC Sabina Di Marco.

Come diceva ieri mattina il segretario nazionale Cgil Maurizio Landini, il sindacato dovrebbe ripartire da unità, volontà di ascoltare la base e necessità di rinnovamento. Noi ce lo auguriamo.

Poi c’è la questione simbolica. I simboli nelle lotte sono importanti, ma mi è sembrato che l’altro ieri ci fosse un’attenzione molto alta per l’idea di Unita, di illuminare i teatri e un’attenzione minore verso la presenza nelle piazze. Invece questi due momenti potevano essere due elementi diversi della stessa lotta.

Il mondo dello spettacolo è eterogeneo e non è mai stato radicato nella lotta: in questo senso stiamo facendo dei passi avanti. Questo anno di pandemia ha contribuito a ricreare non solo una coscienza di classe, di lotta, ma la sensazione di non essere soli e sole, di poter agire in gruppo. Pensiamo che sia importante accendere le luci, oltre che sui teatri, sulle problematiche dei lavoratori e delle lavoratrici. Se chi ha organizzato l’azione della sera precedente, avesse veicolato con la stessa potenza di fuoco, la comunicazione sulla piazza del 23 scorso avremmo dimostrato maggiore coesione ed unità. Perché ora abbiamo bisogno di unità, proprio per non lasciare indietro nessuno e nessuna.

Queste divisioni tra i grandi e i piccoli, tra le diverse anime dello spettacolo italiano sono emerse anche nel caso della riconferma di Franceschini: forse è mancata compattezza nella richiesta di dimissioni. I grandi teatri non si sono mai schierati veramente e le grandi sigle invece hanno più volte addirittura approvato e ringraziato l’operato del ministro.

Eh sì. Abbiamo un problema. Parliamo del ministro della riforma dei Teatri e della conseguente ripartizione del Fus, sempre più in ottica quantitativa più che qualitativa, dei grandi eventi al posto della cultura di prossimità, dei bandi con richiesta di lavoro gratuito, della elargizione di fondi per l’emergenza alle grandi imprese culturali senza obbligo di rendicontazione, dell’investimento alla Cultura dello 0,7% del Pil, e che sta spendendo 10 milioni di euro per questa idea imbarazzante della Netflix della Cultura (ora ItsArt ndr.). Molte persone hanno già riflettuto su cosa si poteva fare con quei soldi allo spettacolo dal vivo.

Andrea Pocosgnich

Leggi articoli e riflessioni su Coronavirus e teatro

Leggi altri comunicati e news su Covid 19

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da più di 10 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here