Scavare nelle parole. Note sulla stagione Agorà

Un cartellone quasi interamente sonoro quello della stagione Agorà (in provincia di Bologna), con all’interno la rassegna La parola soffiata. Racconto e analisi.

Sulla stessa barca opera di Nicola Zamboni

Se apriamo un qualunque buon dizionario della lingua italiana, ci rendiamo conto che non conosciamo davvero l’origine, il significato, le sfumature delle parole che usiamo, anche di quelle più quotidiane. I linguisti che curano questo tipo di pubblicazioni pensano di colmare l’ignoranza con definizioni, che tuttavia utilizzano altre parole che non comprendiamo del tutto. Si rischia così il regresso all’infinito. Nel definire ad esempio con il Tullio De Mauro la parola “fiore” come «la parte più bella e appariscente di una pianta, gener. con petali colorati e spesso profumata», si cade in un labirinto. Cosa sono infatti il bello, la pianta, il colore, il profumo? La definizione di queste altre parole di cui non si comprende pienamente il senso porterà ad usare altre parole, le quali richiederanno altre parole esplicative, e così via in un processo di studio dell’ignoto mediante l’ignoto, fino al collasso della definizione stessa.

C’è modo di evitare o contenere il regresso all’infinito? Una traccia promettente è aperta dal progetto La parola soffiata: rassegna di letture sonore a cura di Elena Di Gioia e parte della più ampia stagione Agorà, diffusa in otto comuni della Unione Reno Galliera nella Area Metropolitana di Bologna. Il programma include sia un cartellone di spettacoli dal vivo che sarebbero dovuti andare in scena nei vari comuni bolognesi, poi sospesi con la seconda chiusura dei teatri (Scavi di Deflorian/Tagliarini è stato l’ultimo lavoro ad essere rappresentato), sia iniziative da remoto, di cui La parola soffiata fa parte. A questo secondo gruppo va aggiunto anche il neonato progetto Coprifuoco, in collaborazione con Kepler-452, che cerca di legare artisti e il pubblico sparso nel territorio bolognese, portando il teatro di notte nelle città deserte di Bologna, Ferrara ed Imola.

Marco Cavicchioli. Foto Paolo Cortesi

Tornando invece a La parola soffiata, la rassegna isola alcuni termini che si considerano rappresentativi per spiegare e affrontare l’attuale pandemia. Dall’11 ottobre al 29 novembre, attori e attrici hanno lavorato a Presente (Francesca Mazza), Solitudine (Marco Cavicchioli), Voracità (Francesca Ballico), Eredità (Oscar De Summa). Nel periodo gennaio-febbraio, invece, lavoreranno su Magia (Angela Malfitano), Furore (Maurizio Cardillo), Controtempo (Anna Amadori), Stoicismo (Pietro Babina). 

C’è qualcosa, nell’attesa oramai usuale davanti a uno schermo nero (in questo caso riempito solo con un countdown a indicare l’inizio della performance), che ricrea quell’alone di aspettativa simile a quello provato davanti a un teatro: la tensione partecipata e collettiva verso l’evento prossimo a cominciare. Finito il countdown, il pubblico ascolta soltanto la voce dell’attore o dell’attrice, intramezzata a volte da qualche musica o effetto sonoro di sottofondo, restando per il resto davanti a uno schermo completamente nero. L’esperienza è dunque tutta immaginativa: le parole poetiche ed espressive degli artisti dominano l’atmosfera. Esse rendono però il nero dello schermo una superficie accogliente, che non concede alcuna distrazione e favorisce l’assoluta concentrazione.

Da un punto di vista generale, filo conduttore delle proposte è la costruzione di un pastiche drammatico. Attori e attrici recitano infatti una selezione di testi propri o altrui, che concorre a evidenziare la complessità della parola di partenza. I modi in cui ad esempio Rovelli e Petrignani (letti da Mazza) parlano del Presente sono molto differenti, quasi antitetici, eppure proprio per questo complementari. Ogni parola è difficile e una voce singola non può esaurirne tutto il contenuto. La parola “soffiata” dagli attori e dalle attrici è dunque una polifonia, il tramite singolo per prospettive plurali e condivise, anche quando sembra incarnare la prospettiva di un unico soggetto. Ciò è il caso di Eredità. Pur consistendo nella recitazione di un unico testo scritto da De Summa, questa performance sonora racchiude all’interno una prospettiva polifonica: rappresenta che cosa può significare per ognuno di noi perdere un genitore e accorgersi che cosa la perdita lascia in noi, quale carico dovremo trascinare noi ancora vivi.

Francesca Ballico. Foto Carlo Pastore

Si va in questo senso oltre la pratica della definizione dei dizionari. Questi ultimi si fermano al significato logico delle parole e alla loro dimensione storica. Gli esempi e le etimologie che troviamo in ogni lemma del Tullio De Mauro spiegano, del resto, da dove nasca un termine o quali usi abbia avuto e continui ad avere nel tempo. Di contro, La parola soffiata non definisce la parola, né ricostruisce la sua genesi o studia il suo significato attuale. Le performance sonore amplificano invece il senso emotivo ed esistenziale. Può avvenire, come in Voracità di Ballico, che uno scavo su questo termine mostri la dimensione grottesca e comica dell’atto di mangiare, in un rapporto col cibo che va aldilà del bisogno fisiologico di nutrirsi, sconfinando nell’inquietudine. Si mangia anche per colmare un disagio esistenziale, per farne materia poetico-espressiva (di qui la nascita di paradossali cenacoli intellettuali quali La sollecita, et studiosa Academia de’ Golosi di Giulio Cesare Croce). Scavare con Cavicchioli nella parola Solitudine dà invece luogo a una comprensione migliore dell’isolamento contemporaneo. Ascoltando i monologhi di Jerry di Storia dello zoo di Edward Albee, emarginato e in cerca perenne di un legame con qualcuno, gli ascoltatori riconoscono il proprio desiderio di connessione con gli altri e il loro tempo sospeso.

Scavi. Foto Paolo Cortesi

Se ho usato il termine “scavo” per qualificare le attività de La parola soffiata, riprendendolo volutamente dallo spettacolo Scavi di Deflorian-Tagliarini, non è per caso: ritengo, infatti, che i due lavori condividano uno stesso movimento conoscitivo. Scavi parte da un dettaglio in apparenza semplice, come il rapporto che uomini e donne hanno coi loro capelli, per esplorarne in profondità tutte le sfumature, portando alla luce persino dei tratti metafisici (con loro ne parlava Gaia Clotinde Chernetich in questa intervista). «Mi fanno male i capelli», dice Monica Vitti ne Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni – materia dentro cui la compagnia sembra scavare con mano – riprendendo il verso di una poesia di Alda Merini, che allude con pochissime parole a come una sofferenza inaudita arrivi fino alle parti più estreme, minute e di norma insensibili del nostro corpo. Anche i lavori de La parola soffiata partono dalla superficie di una parola e, con un processo di scavo del linguaggio, ne toccano i lati più abissali e inaccessibili.

Definizioni ed etimologie restano strumenti necessari per capire i termini che usiamo, tra cui Presente, Solitudine, Voracità, Eredità, ma non sono sufficienti. È anche essenziale provare a ricorrere alle arti performative, con il loro portato evocativo e passionale, per orientarsi meglio nel dizionario, nei suoi labirinti segreti.

Enrico Piergiacomi

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da più di 10 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?
Previous articleCorte Ospitale, selezione per due attrici peformer
Next articleNatale in casa Cupiello secondo De Angelis e Castellitto
Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento e ricercatore presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Studioso di filosofia antica, della sua ricezione nel pensiero della prima età moderna e di teatro, è specialista del pensiero teologico e delle sue ricadute morali. Supervisiona il "Laboratorio Teatrale" dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica "Teatrosofia" (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con "Teatro e Critica". Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di "Büchner, artista politico" (Università degli Studi di Trento, Trento 2015), autore di una "Storia delle antiche teologie atomiste" (Sapienza Università Editrice, Roma 2017), traduttore ed editor degli scritti epicurei del professor Phillip Mitsis dell'Università di New York-Abu Dhabi ("La libertà, il piacere, la morte. Studi sull'Epicureismo e la sua influenza", Roma, Carocci, 2018: "La teoria etica di Epicuro. I piaceri dell'invulnerabilità", Roma, L'Erma di Bretschneider, 2019). Dal 4 gennaio al 4 febbraio 2021, è borsista in residenza presso la Fondazione Bogliasco di Genova. Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here