Licia Lanera e la Zona Rossa. Fare regia è come essere genitori

Intervista a Licia Lanera. Regista, premio Ubu come miglior attrice under 35: ha appena terminato una trilogia di spettacoli dedicati alla Russia e sta cominciando il suo percorso nel progetto del Teatro Bellini, Zona Rossa

Il Teatro Bellini di Napoli

Zona Rossa è  un progetto di Daniele Russo e Davide Sacco con Alfredo Angelici, Federica Carruba Toscano, PierGiuseppe di Tanno, Licia Lanera, Pier Lorenzo Pisano, Matilde Vigna. L’esperimento del Teatro Bellini di Napoli è cominciato domenica 20 dicembre: un progetto che vede una compagnia teatrale, appositamente formata, vivere e lavorare in teatro per un tempo indefinito, senza poter uscire. Potranno mettere piede fuori dal Bellini solo quando i teatri potranno riaprire i battenti, fino a quel momento dovranno dormire nei camerini e dovranno creare uno spettacolo – che replicherà all’apertura per una sola replica – sotto lo sguardo delle telecamere; le prove infatti potranno essere seguite in diretta sul canale youtube del teatro. Alla regia di questo spettacolo in divenire c’è Licia Lanera; l’abbiamo raggiunta qualche ora prima della partenza per farci raccontare il progetto e riflettere con lei dell’attuale situazione del teatro in Italia.

Come stai Licia? Sei alla soglia di un nuovo impegno che ti vedrà chiusa in un teatro per un tempo indefinito.

Sto bene, nonostante tutte le questioni del caso: mi mancheranno i gatti, il fidanzato e l’aria aperta. Però questo avviene dopo l’ennesimo dpcm che costringe tutti a stare in casa, perciò va bene così.

Ennesimo lockdown, che forse sgombera il campo da vari ottimismi per la riapertura dei teatri prima di marzo. Non penso che uscirai presto dal Teatro Bellini…

Non è detto, se queste misure servono proprio per impedire un’altra ondata. Io comunque l’ho messo in conto di poter restare in teatro fino a marzo. Ho una certa euforia: in questo vuoto cosmico l’idea di Zona Rossa è per me un obiettivo molto importante.

Il progetto ha scatenato dibattiti e critiche, cominciamo a spiegare ai lettori e al titolista di Repubblica che non si tratta di un Grande Fratello?

Posso dire una cosa? Che palle! Questa è la società in cui tutti devono dire la loro, anche su cose che ancora non esistono. Poi nel caso specifico dei titolisti: è vero che è un titolo azzardato. Qui il Grande Fratello non c’entra nulla, noi siamo stati chiamati per lavorare e non per stare dentro un acquario e le telecamere non ci riprendono 24 ore su 24 ma solo durante le prove; saremo in continuo contatto con l’esterno, non saremo isolati. Poi è chiaro che questa è l’era dei titoli e se c’è qualcuno che non appartiene al nostro piccolo mondo fatato di pseudo-intellettuali e cliccando su quel titolo viene a conoscenza del progetto, è un male? Magari qualcuno scopre qualcosa che gli è sconosciuto e si incuriosisce, tra l’altro qualcosa che esula dai soliti meccanismi televisivi perché qui non ci sono star, non ci sono attrici o attori popolari. Tutta la battaglia fatta sui social per evidenziare che noi non siamo il Grande Fratello a me fa ridere perché né io né i fratelli Russo del Teatro Bellini dobbiamo dimostrare nulla, ognuno di noi ha fatto un pezzo di storia, ci sono 3 premi Ubu nel progetto e dobbiamo ancora dimostrare qualcosa?

Hai paura del fatto che qualcuno potrà guardarti e spiarti in un momento così delicato come quello della creazione, entrando nella relazione intima tra te e gli attori? Pensi che questo possa influire sul lavoro?

Non lo so, certo che ho paura. In realtà la mia vera paura è il linguaggio, dico moltissime parolacce, metafore colorate e naïves quando sono in prova. Non avendo peli sulla lingua spero di non beccarmi querele e non mi piace che passi attraverso il video un linguaggio sporco e volgare: una cosa è farlo di fronte a pochi, un altro conto è farlo di fronte a qualcuno che magari apre la diretta in quel momento e non sa cosa stia accadendo. Quindi non so se questi tabù che mi imporrò influenzeranno o meno il lavoro. Poi c’è anche la questione dell’esibizionismo, io, come gli altri, sono un’esibizionista e questo potrebbe influenzarci al contrario ad esagerare…
Dal punto di vista del meccanismo invece arrivo a Zona Rossa in un momento di maturità importante, finire la trilogia sulla Russia è stato così faticoso che a un certo punto mi sono detta “Brava Licia, ce l’hai fatta”, è stata un liberazione anche rispetto al mio passato. Perciò Zona Rossa arriva in un momento in cui mi sento molto solida artisticamente, dunque non mi fa paura l’idea che qualcuno guardi il mio metodo e lo giudichi, cosa che sicuramente accadrà. Mi sento abbastanza solida per subire aggressioni, delusioni o ricevere riconoscimenti positivi.

Come avverrà la creazione del testo, come vi siete divisi il lavoro con Pierlorenzo Pisano, il drammaturgo?

In realtà abbiamo deciso di fondere le due cose…

Insomma una scrittura di scena. Quali sono i temi che in questo momento ti affascinano? Su cosa lavorerete?

La produzione ci ha sollecitato molto su questioni al limite del fantascientifico e sulla cronaca. E in effetti mi intrigano entrambe le cose. Sto studiando un libro, Verso l’immortalità? (di Edoardo Bonicelli ndr.), che parla di chirurgia estetica, del fatto che l’uomo non vuole invecchiare né morire, questo mi sembra un tema fondamentale. Lavorare con la fantascienza a teatro è sempre difficile però, è anche una sfida e mi pare il contesto ideale per rischiare. Poi ho l’ossessione di parlare del desiderio e della nascita, ma questi sono temi che ho a cuore io; d’altronde, sono nove mesi che in qualche modo siamo chiusi o comunque la nostra vista è cambiata.

Non ti chiedo se ti manca il pubblico, ti chiedo cosa sono per te gli spettatori.

Per me è imprescindibile. Per questo non posso pensare al teatro in un’altra forma che non sia quella dal vivo. Ora ti parlo come attrice, quando sono di fronte al pubblico io non faccio, io sono. Io sono Arkadina, qualsiasi cosa accada in quel momento. E non ti sto parlando di transfert, di naturalismo o questioni psicologiche. Quando faccio Il gabbiano io sono in campagna. In scena vivo, respiro, sono in ascolto, rallento, velocizzo, sento un rumore e lo faccio mio. In questi ultimi giorni mi è capitato di recitare dal vivo, in piazza, per un progetto a Madonnella organizzato da Clarissa Veronico, subito mi sono accorta di dover cambiare, non potevo continuare con quello che avevo programmato a casa, non mi avrebbero ascoltata. Quel momento esigeva un’altra presenza e io devo essere lì in ascolto, ecco perché non posso pensare di fare uno spettacolo senza pubblico, il mio rifiuto è totale. Il mio rapporto con il pubblico è profondo, è un rapporto di confessione, mi do in pasto agli spettatori, è un rapporto intimo, viscerale, a tratti pornografico; dunque senza spettatori questo rapporto con chi dovrei averlo? Con me stessa? Sarebbe masturbazione.

Mentre stai per chiuderti al Teatro Bellini molti tuoi colleghi continuano ad essere in difficoltà, in tanti non lavorano da mesi. Cosa ne pensi del sistema di aiuti messo in campo dal Governo?

Premia i muri, i palazzi, ma non le persone. Questo mi sembra uno dei problemi del sostegno dello Stato in questo momento. Anche tra i teatri della mia città sono stati distribuiti dei ristori a luoghi che poi non hanno redistribuito o comunque sono rimasti chiusi. Sia chiaro, è giusto che i teatri privati, oltre ad avere la possibilità di accedere alla cassa integrazione, vengano ristorati di parte degli incassi non ottenuti con lo sbigliettamento –  certo, ci sono teatri che nonostante il finanziamento pubblico del Fus pagano le compagnie a incasso, ma questo è un altro discorso. Però quelle strutture commerciali, che non hanno un progetto artistico ma sono dei contenitori in cui invitare i grandi nomi, che non fanno né produzioni e né formazione eppure ottengono il 100% dei ristori, cosa devono fare? Devono benedire il Coronavirus. E neanche possiamo pretendere che spazi come questi, che hanno obiettivi commerciali, come i bar o i ristoranti, tutto a un tratto comincino a relazionarsi coi territori spendendo quei soldi per noi artisti. Non può riguardare il privato questa responsabilità etica. Deve essere una responsabilità politica, degli amministratori, dei burocrati. Il problema è che a decidere le sorti dei sostegni finanziari ci sono persone che non conoscono il sistema, non conoscono quello di cui parlano. Hanno dato il sostegno a chi ha 7 giornate lavorative, ormai quasi in due anni (perché continua a valere da gennaio 2019 e siamo a fine 2020); quindi se tu trovi chi ti mette in regola per 7 giornate lavorative hai gli stessi aiuti di chi ha lavorato veramente. Perciò, da una parte ci sono dei criteri troppo larghi per accedere ai bonus e dall’altra dei ristori stellari per “i palazzinari”; per questo ti dico che non c’è la conoscenza del settore. Per non parlare di quei teatri che hanno fatto cambiamenti strutturali, ad esempio per modificare le platee e poi sentirsi dire che avrebbero dovuto di nuovo chiudere. Il Ministro Franceschini e i suoi uffici non mi sembra stiano facendo un grande servizio al teatro italiano, ad esempio ci sono Tric che sono chiusi, che non stanno lavorando nonostante i finanziamenti.

La questione del controllo sui finanziamenti è stata sempre un problema del nostro sistema…

Sì, c’è bisogno dei controlli e di maggiore equità, in questi mesi di crisi, invece, i piccoli soffrono e i grandi diventano più grandi.

Cosa vuol dire essere donna e avere un ruolo di comando come quello della regista?

La faccio semplice: l’italia è un paese che non accetta la dirigenza femminile. Il fatto che i ruoli di potere siano gestiti dalle donne, nella testa dell’italiano è ancora un pensiero lontano.

Questo problema lo senti anche quando dirigi gli attori?

No, questo no, anzi se devo ammetterlo, quando dirigo, la problematica emerge con le donne. Come se molte donne siano imbrigliate loro stesse in una questione di genere e preferiscano essere guidate da uomini.
Ma comunque è una questione di potere: quando sei regista sei al di sopra di tutto e dato che il mondo del teatro è prevalentemente maschile non è facile; nel mio caso mettici anche il fatto che in determinati contesti sono ancora giovane. All’interno di certi ambienti, come alcuni grandi teatri, a dei colleghi con cui dovevo lavorare, non entrava proprio in testa il fatto che io fossi la regista. Sono sicura che se fossi stata uomo alcune volte mi avrebbero dato del Lei e considerata diversamente; ma è qualcosa di profondamente radicato e al Sud lo è ancora di più. Fare la regista vuol dire anche scontrarsi con tutto questo e bisogna avere una tempra ancora più forte. Ricordo quando andammo a comprare un furgone per la compagnia, io e la mia organizzatrice dell’epoca, il venditore ci rispose «mai nella vita mi è capitato di vendere un furgone a due donne», lo diceva ridendo, con tanta tenerezza, per lui era una cosa assurda.
Poi la regia ha qualcosa a che fare con la genitorialità, devi prenderti cura degli attori ma anche raddrizzarli, come se fossero dei figli, hanno bisogno di essere cazziati e coccolati. E questo le donne sanno farlo molto bene, anzi ci vorrebbero più registe. Dirigere gli attori è la cosa che amo di più al mondo, è quello per cui sono qui, su questa terra, lo dico senza presunzione.

Da spettatrice, o come donna di teatro, c’è stato per te uno spettacolo seminale, che ha determinato una svolta?

Uno degli spettacoli che ha segnato qualcosa di indelebile nella mia vita è Cinema Cielo di Danio Manfredini. L’ho rivisto dopo tanti anni e continua ad essere magnifico. Ho il ricordo della prima volta in cui ero in platea: questa figura con i tacchi e le ali che con un forte accento dialettale gridava “va bene! Va bene!”; è un’immagine per me inscalfibile.

Andrea Pocosgnich

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