Rossella Falk: «non ho mai ricevuto dai personaggi niente di aiuto per la mia vita privata»

Teatro in Video 62° appuntamento. Avrebbe compiuto novantaquattro anni lo scorso dieci novembre. Fra le più conosciute e riconosciute interpreti del Novecento teatrale italiano, Rossella Falk ha segnato la storia della scena con gli allestimenti della Compagnia dei Giovani, ma anche con altre messinscene rimaste nella memoria. La Rai ha dedicato all’attrice una puntata di In scena, serie di documentari incentrati ai protagonisti del teatro italiano.

Gli occhi grandi, i tratti armonici eppure non banali del volto, la figura affusolata, alti il portato e il portamento, la voce chiara e suadente, il tono distinto, preciso, maliardo: «Il fascino non si impara. Uno ce l’ha o non ce l’ha, è un dono, veramente un dono divino».  Le scelte, le circostanze, l’energia e il suo governo, il buio e la luce: «Io sono nata alle otto del mattino. Pronta per essere agitata. Per andare in giro e fare delle cose, allora l’idea di dormire mi sembrava rubasse tempo alle mie giornate […] Io amo molto il giorno […] perché mi piace molto fare cose e di notte non si fa niente». E poi l’inclinazione naturale e la disciplina, il fato e la determinazione, quella fisiologica postura ferma e malleabile, modellata dallo studio, dal lavoro, l’assorbimento del e dal mestiere, l’impegno integrale, pure integralista a tratti, della scena e la coscienza della distinzione tra il teatro e l’esistenza:  «Io non credo di avere mai avuto niente dal palcoscenico, credo di aver dato al palcoscenico parte della mia vita, ma non ho mai ricevuto dai personaggi, niente di aiuto per la mia vita privata».

Non si temono smentite nel constatare come Rossella Falk, al secolo Rossella Falzacappa, sia rimasta alla memoria, alle cronache e non solo a quelle, come una delle ultime, se non sostanzialmente l’ultima Divina del teatro italiano. Nata nel quartiere romano dei Parioli, arriva all’Accademia d’Arte drammatica un po’ per caso, su incoraggiamento di Giorgio De Lullo. Dopo il diploma nel 1948 viene il debutto con Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, titolo e autore destinati a cifrarne in qualche modo la carriera indelebilmente. Dopo aver fatto parte della compagnia di Rina Morelli e Paolo Stoppa, arriva alla metà degli anni Cinquanta la fondazione della Compagnia dei Giovani con De Lullo, Elsa Albani e Romolo Valli (il debutto è del 1954 con Lorenzaccio di Alfred Musset per la regia di Luigi Squarzina). Insieme a loro si impone come una delle figure più rappresentative della scena nazionale del periodo e si trova mettere in scena opere pirandelliane che fanno scuola e storia (Sei personaggi in cerca d’autore, Il giuoco delle parti, Trovarsi), ma anche la famosa trilogia scritta da Giuseppe “Peppino” Patroni Griffi: D’amore si muore, Anima nera, Metti una sera a cena. Allestimenti studiati nei minimi dettagli (rintracciabili nelle riprese presenti nelle teche degli archivi RAI), un lavoro sull’interpretazione atto a focalizzarsi sulla parola come strumento primo della semantica teatrale: «Le prove erano estenuanti, potevano finire anche alle cinque o alle sei di mattina, cosa che forse oggi nessun attore accetterebbe […]La parola per Giorgio De Lullo era fondamentale, come dev’essere a teatro». Negli anni successivi continuano a succedersi titoli e autori: da La signora delle camelie di Dumas a La dolce ala della Giovinezza di Williams, da Spettri di Ibsen a Maria Stuarda di Schiller per la regia di Zeffirelli. E poi il cinema, non troppo in verità, per cui si potrebbe citare Made in Italy di Nanni Loy (1965)o l’ultima apparizione in Non ho sonno di Dario Argento (2001), seppure basta ricordare il suo personaggio in 8 e ½ di Federico Fellini, probabilmente il più sensato e “pregevole” sullo schermo.

Il personaggio e la persona, i fari del palcoscenico e l’ordinarietà dei giorni, tutto così complesso e tutto così semplice da far coesistere, da tenere distinto, da fondere a tratti calmierati. L’atteggiamento fiero e aristocratico, l’ironia e il sarcasmo, l’intelletto e il narcisismo, il lessico austero delle lettere e il registro quotidiano, la dizione perfetta e la rilassatezza del romanesco, l’innovazione degli inizi e l’istinto conservatore o conservativo durante la codirezione dell’Eliseo di Roma, l’aria quasi algida di chi ti concede di concedersi e l’amore di due mariti e altri uomini magari contemporaneamente. Antitesi, contraddizioni e contrasti a trovarsi senza la volontà di risolversi. Perché è della santità il supposto, prevedibile dono della perfezione, mentre è del divino il magnetismo dell’ignoto, l’imprescindibile influenza dell’indecifrabile.

Marianna Masselli

Clicca sull’immagine per andare nell’archivio RAI Play  e visionare il documentario dedicato a Rossella Falk (scritto da Francesco D’Arma, con la regia di Raffaella Maresti, prodotto da Rai Cultura, andato in onda per la prima volta nell’ottobre del 2019 su Rai5), gratuito con registrazione.

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