1976, A me gli occhi, please. Proietti stregone al Teatro Tenda

Teatro in video: l’episodio n°61 non poteva che essere dedicato allo spettacolo più popolare e fortunato di di Gigi Proietti, A me gli occhi please. Una nota critica accompagna la visione della versione del 1976, Roma, Teatro Tenda.

A me gli occhi, please, i vostri occhi per favore, puntateli lì, verso il palcoscenico e non riuscirete mai più a staccarli; perché quello che avviene è un sortilegio: in qualche modo è una sorta di magia, una prestidigitazione della recitazione. Non ci sono trucchi, doppi fondi, specchi e spade spezzate. Lo stregone è Gigi Proietti, scomparso qualche giorno fa. Nei tanti racconti che affollano giornali, televisioni e social in questi giorni, vi è in effetti una caratteristica sempre presente: la messa in evidenza della tecnica di questo attore portentoso. E non è neanche una questione di riproduzione, ma più che altro di interiorizzazione. Proietti, al meglio della forma, nel suo metro e ottantasette centimetri sembrava poter racchiudere un intero spaccato del teatro e dello spettacolo del Novecento, in lui si innervava la tradizione e la tensione al rinnovamento. L’obiettivo ad ogni scena e sketch è di stupire e divertire, anche quando è la cultura alta ad essere protagonista attraverso pungenti parodie o vere e proprie riscritture in cui vengono mescolati detti popolari, poesie, scioglilingua.
Affabulatore, giocoliere della parola (i testi erano di Roberto Lerici), con un corpo in grado di trasformarsi: statuario o dinoccolato, disarticolato o immobile come nel momento in cui tutta l’espressività viene lasciata al sardonico sorriso e agli occhi grandi.

“A me gli occhi”, appunto, ed è con gli occhi che comincia questa replica del 1976. Siamo a Roma al Teatro Tenda, prima stagione di apertura, Proietti ha 36 anni e un’energia travolgente, una carica espressiva indomabile. Gli spettatori si trovano di fronte a un giovane uomo, posseduto dal demone della recitazione. Nella struttura di Piazza Mancini ideata dall’impresario Carlo Molfese il one man show va in scena come terza proposta in cartellone, subito dopo il Faust – Marlowe burlesque interpretato da Carmelo Bene con la regia di Aldo Trionfo. Il tendone rosso e blu di 40 metri per 30 poteva contenere 2200 posti e nel 1977 Proietti ci tornerà riproponendo lo spettacolo con il quale replica per quattro mesi e 250 mila spettatori. Erano altri tempi, di grandissima partecipazione, basti pensare che in quegli anni (oltre alla già citata coppia Bene/Trionfo), nel grande spazio popolare Vittorio Gassman metteva in scena Affabulazione di Pier Paolo Pasolini e Andrés Neumann organizzava una rassegna internazionale in cui ospitare nomi come Victoria Chaplin e Tadeusz Kantor.

E proprio con un certo teatro drammatico e d’avanguardia Gigi Proietti dialoga, in punta di parodia e sberleffo, ma con un’intelligenza mai distruttiva (come invece saranno i suoi sonetti, più di venti anni dopo, contro il Teatro di Roma diretto da Mario Martone), che non cerca la soluzione facile e populista, anzi tenta sempre di superare in qualche modo lo stereotipo proprio attraverso il radicalismo della parola e del gesto. Accade ad esempio quando, insieme al complesso musicale che lo accompagna, Proietti vocalizza La ballata di Mackie Messer di Brecht/Weill per poi interpretare il personaggio dell'”attore d’estrazione popolare”; in realtà qui il mattatore mescola le carte, l’attore teneramente preso in giro con il suo “bagaglio gestico” è sì di estrazione popolare e romanesca ma è comunque figlio dei tempi: sa come creare il personaggio “dar di dentro”, non ha bisogno del regista e quando il personaggio è “pronto e amalgamato” può “estragnarsi”.

È cosa serissima la comicità con Proietti, è un gioco a rilanciare l’impossibile, per dimostrare come il performer-stregone sia in grado di trasformare la materia. Così la spassosa lettura interrotta dell’Essere o non essere di Shakespeare, con un passaggio invisibile, si trasforma, di fronte a i nostri occhi, in una dolcissima e disperata ninna nanna siciliana; la costruzione delle emozioni è un’alchimia in cui tecnica, estro e intuito vengono dominati da cuore e talento.

Andrea Pocosgnich

A me gli occhi, please
con  Gigi Proietti, Roberto Castri
testi di Roberto Lerici
musiche di Fiorenzo Carpi

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