Platonov, la tragedia è finita, ora comincia il gioco teatrale

Recensione. La tragedia è finita, Platonov è l’ultimo spettacolo di Liv Ferracchiati, presentato alla Biennale di Venezia dove ha ricevuto una menzione dalla giuria internazionale.

Foto Luca Del Pia

C’è una vibrazione, una tensione che in qualche modo collega la scena con la platea, ed è un filo, tesissimo ma fragile, sollecitato dagli attori. Potremmo vederlo partire dai loro arti inferiori per poi arrampicarsi fino al baricentro, qui si aggroviglia esplodendo di energia o centrandosi in una stabilità gravida di direzioni possibili. Accade subito, quando Platonov prende parola verso Grekova ed è palpabile nella falcata con cui Sofia attraversa il palcoscenico guardandoli, mangiandoli. Questa tensione – alcuni amano appellarsi a qualcosa che abbia a che fare con l’energia – in grado di avere dentro sia l’implosione che l’esplosione, è qualcosa di specificatamente teatrale e accade quando il corpo dell’attore è lasciato libero di esistere nel proprio specifico tecnico-linguistico: è evidente durante il debutto di La tragedia è finita, Platonov al Teatro delle Tese nell’Arsenale di Venezia per la Biennale Teatro. Liv Ferracchiati è tornato in laguna dopo l’invito di due anni fa e in questo tempo ha concretizzato un progetto a cui pensava proprio da un paio di anni: lavorare sui quattro atti di questo dramma giovanile di Anton Čechov, pubblicato postumo. Il racconto originale vede un maestro elementare lamentarsi della propria condizione, della propria incapacità di avere una carriera migliore. Inadeguato anche dal punto di vista sentimentale, la vicenda lo vede al centro delle attenzioni di quattro donne, una delle quali lo ucciderà.

Foto Luca Del Pia

Quella che vediamo è una riscrittura di Liv Ferracchiati che si dispiega con mestiere e divertimento sul corpo di Francesca Fatichenti, Riccardo Goretti, Alice Spisa, Petra Valentini, Matilde Vigna e lo stesso Ferracchiati (interpreti di tecnica, passione e intelligenza), ma non è un rebus mentale, o meglio, non solo. Certo c’è un modo di squadernare il testo attraverso una serie di rifrazioni che giocano sulla tendenza autobiografica del momento e c’è una continua riflessione sul binomio attore-personaggio, si tratta di una riflessione colta ma non pedante, comunque secondaria rispetto ai temi trattati e a quella capacità di creare la tensione teatrale di cui parlavamo.

Riccardo Goretti, nei panni di Platonov, è al centro, come un Don Giovanni accerchiato, è complementare al Platonov/Ferracchiati che fuori dal quadrato scenico commenta, analizza e sottolinea come una sorta di giovanissimo Nanni Moretti, non lo imita ma ha un approccio recitativo esteriore e un modo di pensare e parlare che ricordano l’attore e regista romano. Goretti si rispecchia con questa presenza fuori scena, altra stazza, capelli leggermente lunghi, barba, ma approccio simile al personaggio: a debita distanza dal carattere cechoviano. Ferracchiati si muove attorno allo spazio scenico, raramente lo attraversa – per poi sprofondarci invece nel finale. Naturalmente, c’è qualcosa di pirandelliano in tutto ciò, come se la scena, nera e completamente vuota (se si eccettua l’antico vogatore in legno) fosse una sorta di anticamera alla mente dell’autore: un incontro tra Cechov, il reale Ferracchiati e un generico regista.

Foto Luca Del Pia

Gioca con il vaudeville e il dramma, svela la misoginia di alcune esternazioni di Platonov, spacca il testo e lo ricuce, Ferracchiati inoltre, però, fa esplodere con forza anche una riflessione sulla condizione umana propria della poesia cechoviana: il cervello vuole una cosa la natura un’altra, afferma l’inconcludente protagonista.

Siete mai stato sull’orlo della vostra esistenza?
Vi siete mai chiesto: esisto o sono una proiezione della fantasia?
Mi muovo o lo stanno immaginando altri?
Credetemi, non sono pazzo, ho solo una certa sensibilità”

Foto Luca Del Pia

E il lungo inverno che ha reso Platonov irascibile non può che farci pensare alla quarantena, anche in questo caso gli inserti del regista umbro strizzano l’occhio con leggerezza e ironia alla situazione attuale tanto che quando le donne provano ad avere un contatto fisico con lui gioca facile la risposta “non si può”.

Nel finale tutto si mescola, come nell’invettiva, splendida per acume, ironia e passione, di Alice Spisa (una Sasha di altissimo livello interpretativo, carne e sangue):

SAŠA Potevi darci una vita nuova, invece sei un egocentrico, narcisista, con
appesi alle pareti ritratti di donne suicide! Lo dovevo capire subito!
Sei un comico mascalzone! Tutte ti amano, vero?
Tutte in lacrime ai tuoi piedi, è così?
Tutte?
Anche io?
Oh, ascoltami, quando ti parlo, sennò ti ammazzo!
Rispondimi: tutte ti amano? Sì?
Si straziano per te? Io ti amo!
Io! Io! Io!
Tu scherzi, mentre io vado in malora.
Si commette peccato a pregare per i suicidi, ma per me devi pregare.
Mi sono tolta la vita durante una malattia e quella malattia sei tu.
LETTORE Però nel testo ti salvi, non muori, no?

Andrea Pocosgnich

Settembre 2020, Teatro alle Tese, Venezia, Biennale Teatro

La tragedia è finita, Platonov
Prima assoluta: 2020
Di: Liv Ferracchiati
Con scene da: Platonov di Anton Čechov
Con (in ordine alfabetico): Francesca Fatichenti, Liv Ferracchiati, Riccardo Goretti, Alice Spisa, Petra Valentini, Matilde Vigna
Aiuto regia: Anna Zanetti
Dramaturg di scena: Greta Cappelletti
Costumi: Francesca Pieroni
Ideazione e realizzazione costumi in carta e costumista assistente: Lucia Menegazzo
Luci: Emiliano Austeri
Suono: Giacomo Agnifili
Lettore collaboratore: Emilia Soldati
Consulenza linguistica: Tatiana Olear
Foto di scena: Luca Del Pia
Produzione: Teatro Stabile dell’Umbria

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