Cartoline da un teatro emergente: implosione ed essenzialità

Quattro spettacoli di compagnie e artisti giovani ed emergenti (Pietro Angelini, Zoé Barnabéu e Lorenzo Covello, ScenaMadre, Collettivo Superstite), li ha selezionati il gruppo di cittadini Visionari a Kilowatt Festival 2020.

Polvere di Collettivo Superstite

Pietro sta. Immobile. Rinchiuso nella corsa angusta di un trenino giocattolo che gira su se stesso, mentre la sua mente viaggia. 

Stanno Zoé e Lorenzo in bilico su una sedia, trattenendosi e spingendosi, carezzandosi e strattonandosi. In bilico su un tavolo che oscilla, in bilico in una passione che straborda e allaga, in una vita piena di buchi.

Stanno mamma, papà e figlio in una foresta di sedie disabitate, dimora di fantasmi. Vestigia di una vita coniugale deperita, di un essere genitori e figli logorante.

Resta la polvere. Sul volto e sulle mani di una coppia di attori silenziosi. In un cubo di buio senza pareti e senza uscite.

Il 24 e 25 luglio a Sansepolcro abbiamo assistito a quattro delle nove selezioni dei Visionari in programma a Kilowatt Festival 2020. Quattro giovani compagnie, quattro lavori che, inconsapevolmente, si richiamano e rincorrono.

Un onesto e parziale discorso sopra i massimi sistemi di Pietro Angelini

In Un onesto e parziale discorso sopra i massimi sistemi di Pietro Angelini il tema è la ribellione all’immobilità: una lunga e affascinante introduzione ci mostra un attore fermo, imperterrito. Un trenino giocattolo gira indisturbato attorno ai suoi piedi, mentre lo schermo alle sue spalle ci trasporta nella vertigine dell’associazione mentale, con il cursore di un mouse che viaggia instancabile sul motore di ricerca, skippando tra pagine e pagine di dati reali, non così tanto reali, probabili, menzogneri. immobilità concreta, generatrice di mostri e di una dinamica scenica esplosiva: all’immobilità si sostituisce il movimento frenetico e non direzionato che si incaglia nel ripetersi ossessivo dell’io e nella dinamica centrifuga del sè. Così come il filo dello spettacolo si perde e si confonde in un susseguirsi ripetitivo di sketch e in una drammaturgia prepotentemente governata dall’autobiobrafismo.

La creatività, del resto, è un posto dove ci piove dentro: in Un po’ di più di Zoé Barnabéu e Lorenzo Covello due corpi in corsa di incontrano e si scontrano, si attraggono e si respingono, scivolano uno sull’altro. Un corpo maschile, massiccio, con una potente spinta verso il basso, radicato. E un corpo femminile leggero, volatile, lanciato verso la dimensione dell’altezza. Un po’ di più, un po’ di meno. In un delicato sovrapporsi di teatro fisico e parola i due performer esplorano, ora con tenerezza, ora con impeto, la dimensione della coppia. In scena un tavolo dall’equilibrio precario oscilla al minimo movimento: qui essere insieme significa bilanciare, continuamente, con cura e delicatezza, i termini di un rapporto passionale e per questo, spesso, incontrollabile. L’amore è una questione di peso e di equilibri sottili, scorre silenzioso come acqua non vista.

Tre di ScenaMadre

A volte l’acqua si infiltra. E il figlio è quel crogiolo che raccoglie le perdite, il vaso della goccia di troppo in cui le incomprensioni di un amore si riversano. In Tre di ScenaMadre (qui un’intervista alla compagnia), Simone Benelli e Giulia Mattola, genitori ossessivi e premurosi, lo strattonano questo figlio adolescente, Francesco Fontana “Franci”, lo tirano e trascinano lungo il palcoscenico, mentre lui, bravissimo, urla un decalogo che è quello di ogni adolescente incompreso che, in quanto adolescente, può essere anche incomprensibile. L’uno oppresso dalle paure dei genitori, gli altri oppressi dalle paure di un passato mai affrontato e mai risolto che si ripete, si rigenera di generazione in generazione. Oscillando tra i toni dell’ironia e della comicità di una vita domestica da cartolina e la disperazione intima di una crescita inarrestabile e non condivisa, lo spettacolo mantiene un ritmo scenico serrato, scandito da una recitazione di grande precisione: rimangono tre personaggi ormai in mutande, spossati in una prigione di sedie, in una convivenza costretta.

In Polvere di Collettivo Superstite, presentato ancora in forma di anteprima, un cubo di ferro senza pareti incornicia due personaggi silenziosi (Annalisa Esposito e Giulio Bellotto). Il tempo passa lento. La polvere, che presto si dichiarerà vera protagonista della scena, cade da un sopra non visto, che si propone alle più personali interpretazioni – un vicino di casa, una potenza superiore, un grande burattinaio. Cade e va a imbiancare una dinamica scenica schematica, geometrica e precisa, luogo di intenzioni e relazioni magnetiche e contrastanti. I due abitanti di questa casa di vuoto reagiscono in modi differenti alla caduta sempre più incalzante della polvere: ora con stupore e angoscia, ora con noncuranza, nel tentativo dell’inevitabile accettazione dell’inevitabile. La polvere, tarlo che corrode il legno, dettaglio sottovalutato e instancabile, governa le loro azioni: prima unisce, poi divide. Infine ancora unisce e sigilla, senza scampo. Nella sua impalpabile delicatezza – che è anche la delicatezza della regia di Riccardo Reina – la polvere è ora sinistro scricchiolare, ora tempesta: è persistenza di un nonnulla a cui ogni cosa, in definitiva, soccombe.

Un po’ di più di Zoé Barnabéu e Lorenzo Covello

Immobilità. Personaggi qualunque, protagonisti senza ragione sociale di una vita ordinaria, abitanti discreti di un presente riconoscibile. Coppie. Unità. Famiglie a modo loro. Strappo di umanità intercettata sul nascere – vivere – esplodere. Quello visto a Kilowatt in questi quattro spettacoli è un teatro dell’implosione. Un teatro che si arrotola su sé stesso alla ricerca silenziosa di un’essenzialità che non è mancanza, bensì scelta consapevole, di senso. Un trenino giocattolo che deraglia, un corpo pietrificato e candido. Chiedono un silenzio, un’attesa che possa non essere frenetica o ansiosa. Chiedono un tempo nuovo, diverso, dedicato all’ascolto e allo sguardo. Stupisce la continuità nell’impostazione scenica di questi lavori: c’è una forte ricerca della componente simbolica, accolta sovente da uno o pochi oggetti che o raccolgono le linee di forza della scena, donando concretezza (il tavolo precario di Un po’ di più, il trenino per Angelini), oppure si moltiplicano a dismisura impossessandosi dello spazio vitale degli attori (le sedie di Tre e la materia in Polvere). Tutti i personaggi di questi quattro spettacoli appaiono rinchiusi: sono corpi impossibilitati ad agire nel rettangolo di un palcoscenico che si fa fotografia in 16:9 di vita. Rinchiusi nelle aspettative non soddisfatte, nelle memorie dell’infanzia. Sono corpi imprigionati tra corpi, nelle barriere della propria mente. Richiamano, queste drammaturgie, a una versione semplice, istantanea del teatro: non urlano, non scandalizzano, non provocano. Suggeriscono all’orecchio di chi è disposto a guardare.

Visionarie, senz’altro, queste quattro selezioni. E certo che ora, ora che c’è la pandemia, ora che abbiamo vissuto l’isolamento e il distanziamento sociale, parlare di immobilità e di solitudine e di relazioni difficili ha tutto un altro sapore. Non si vuole parlare di “nuove generazioni”. Di under 35, di artisti emergenti. Definizioni obsolete per una categoria di maestranze investite da un presente che è ovunque, che perseguita, di cui non ci si può liberare e che si può esorcizzare, forse, solo nel buio tiepido di un teatro. Artisti emergenti. Emergenze. Questi quattro spettacoli, nati ben prima di tutto questo presente che tanto ci ossessiona, stanno lì a ricordarci che non bisogna dimenticarsi delle emergenze, quelle che non passano, quelle che non sono una fase. Tornare a teatro adesso, riprendere il filo dei discorsi interrotti, ci ricorda che non ci sono emergenze più emergenti di altre. Che non bisogna dimenticarsi del silenzio.

Angela Forti

Luglio 2020, Sansepocro, Kilowatt Festival 

 

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