Famiglie in bilico. Intervista a ScenaMadre

In scena la quinta edizione di Love Sharing. Festival di teatro e cultura nonviolenta, organizzato dalla Compagnia Theandric. L’intervista alla compagnia ScenaMadre, composta da Marta Abate e Michelangelo Frola, che a Cagliari presenterà, il prossimo 25 ottobre, lo spettacolo Tre. Contenuto pubblicato in mediapartnership

Foto Ufficio Stampa

Come compagnia ScenaMadre, voi lavorate sia alla produzione di spettacoli sia, da un punto di vista più strettamente pedagogico, alla formazione rivolta anche ma non solo a professionisti. Come si intrecciano i diversi percorsi?

I due percorsi – quello della produzione di spettacoli e quello della formazione – sono allo stesso tempo distinti e interconnessi.
Distinti perché non consideriamo i laboratori come meri “vivai di talenti” in cui pescare per le produzioni, ma come percorsi dotati di una loro specificità e importanza. Cerchiamo di portare avanti il lavoro di ogni gruppo laboratorio con attenzione e cura, a prescindere dal numero dei partecipanti, dall’età o dall’effettivo potenziale artistico di questo o quel componente.
Interconnessi perché è nei laboratori che spesso troviamo spunti e suggestioni (e, come per La stanza dei giochi, il nostro spettacolo Premio Scenario Infanzia 2014) anche allievi da coinvolgere direttamente negli spettacoli che vanno poi a finire nelle produzioni: visto anche il tipo di spettacoli che proponiamo, l’attività laboratoriale è per noi un elemento integrante della nostra attività e non una semplice attività collaterale. Quello che stiamo cercando di creare è un circolo virtuoso integrato, dove i laboratori alimentano gli spettacoli e a loro volta gli spettacoli nutrono i laboratori.

TRE è uno spettacolo che parla dei rapporti altalenanti all’interno della famiglia e tra questa e la società. Come è nata l’idea? E come avete deciso di strutturarne la drammaturgia?

Come linea generale il lavoro su un nuovo spettacolo inizia quando riteniamo di aver qualcosa di nuovo da dire. Non siamo molto prolifici nella produzione di spettacoli e forse dovremmo esserlo maggiormente, ma crediamo che la creazione debba andare di pari passo con la vita: sono le esperienze e gli incontri che facciamo a suggerirci nuove idee, e dunque ci mettiamo al lavoro su un nuovo lavoro solo quando l’esperienza di vita reale ci interroga su un nuovo argomento.

TRE è nato proprio da questo, da diverse esperienze avute in questi anni con tante famiglie: in primis le nostre famiglie di provenienza, ma anche le famiglie dei tanti bambini e ragazzi che abbiamo incontrato nel corso degli ultimi anni attraverso i nostri laboratori.  Quando per mesi (o addirittura per anni) incontri con regolarità un bambino o un ragazzo per un laboratorio, entri in relazione anche con la sua famiglia, conoscendone le dinamiche e le debolezze, le modalità di comunicazione e gli spigoli.
Per una famiglia di oggi non è certamente facile mantenere un equilibrio senza farsi travolgere da un mondo che incita al tutto e subito, dove non c’è spazio per la complessità delle relazioni.

A livello di strutturazione della drammaturgia, come spesso accade nei nostri lavori non siamo partiti con tutto il testo già pronto a tavolino ma soltanto con alcuni frammenti.
Una volta incontrato il cast (ovvero dopo aver conosciuto le persone e trovato una sintonia tale da decidere di portare avanti insieme il progetto) abbiamo iniziato a comprendere con più chiarezza cosa ciascuno di loro voleva/poteva raccontarci, e cosa noi volevamo/potevamo raccontare attraverso di loro. I frammenti si sono sviluppati, prendendo anche pieghe inedite e decisamente diverse da quelle che inizialmente gli attori e addirittura noi stessi avevamo pensato. Siamo comunque convinti che il lavoro sia e sarà in evoluzione continua, che cambierà e crescerà come cambieremo e cresceremo noi.
Un po’ per volta abbiamo messo insieme i vari pezzi e cercato quelli mancanti. Non è stata una creazione drammaturgica lineare, ma forse nemmeno il nostro approccio al teatro (e in effetti nemmeno il nostro percorso di formazione) lo è.

Che tipo di lavoro avete portato avanti dal punto di vista attoriale con i tre giovani attori?

Come sempre, quando lavoriamo con attori così giovani, non cerchiamo di costruirgli addosso una sovrastruttura da attore professionista: sarebbe una forzatura stonata vista la loro giovane età, poiché la professionalità si costruisce con l’esperienza effettiva e non può essere imposta dall’esterno come semplice “armatura”.
Cerchiamo invece di lavorare proprio sulle loro qualità artistiche ed espressive di non professionisti (anche se già in possesso di una buona base attoriale), per esplorare il loro potenziale “non educato” di delicatezza ed energia, freschezza e profondità sulla scena. Lavoriamo con la loro ricchezza performativa “reale” per raccontare il reale da cui l’hanno appresa, sviluppata e nutrita, il reale dove tutti, volenti o nolenti, viviamo. Quello che abbiamo cercato di costruire è una presenza scenica certo molto giovane e non del tutto professionale, ma che ha un’efficacia ugualmente forte. Lo spettacolo ha due cast disponibili, e per ciascuno abbiamo trovato degli spazi per lavorare sul singolo attore, cercando di conoscerlo come persona ed esplorando le sue caratteristiche uniche che lo rendono differente dal suo omologo dell’altro cast. Dunque a seconda del cast non solo il sapore complessivo dello spettacolo è leggermente differente, ma addirittura alcune scene sono completamente diverse.

Crediamo che un buono spettacolo sia frutto di un incontro (di nuovo, la parola “incontro” nella sua accezione più profonda) tra la regia, che arriva in sala prove con idee, proposte, bozze di scene o dialoghi, e gli attori, che possono e devono metterci la farina del loro sacco fatta di esperienze, proposte, suggestioni musicali, racconti personali.

La scena mi sembra rivesta una sua importanza all’Interno di questo spettacolo, composta da sedie che vengono continuamente utilizzare per delimitare spazi diversi. Che valore ha per voi l’oggetto scenico, come vi si rapporta il vostro attore? Come si incontrano invece il testo e gli attori?

Ci piace pensare – ed è una cosa che ripetiamo spesso agli attori – che anche gli oggetti siano in qualche modo attori sulla scena.
Per questo spettacolo tante volte abbiamo ripetuto agli attori “le sedie sono attrici insieme a voi”, nel senso di non sottovalutare le possibilità drammaturgiche degli oggetti.
Cerchiamo di valutare bene la presenza di ogni oggetto presente in scena, non solo a livello di presenza scenografica ma anche simbolica.

Per quanto riguarda la relazione dell’attore con il testo, per noi è importante che l’attore si senta a proprio agio, che trovi una propria relazione con quelle parole. Nel nostro lavoro di scrittura siamo piuttosto attenti alla composizione testuale nel suo complesso e nella scelta volontaria di ogni nome, verbo, aggettivo, consapevoli delle piccole sfumature di significato che ogni termine porta con sé; allo stesso tempo cerchiamo però di dare libertà all’attore, consentendogli di rivedere o ristrutturare quelle parti che sente meno congeniali, per consentirgli di esporre quello stesso concetto con le sue parole, con una lingua più sua.

Love Sharing è il primo festival ad occuparsi di cultura nonviolenta. Se doveste scegliere tra un’icona passata o presente, relativa a questa tradizione, a chi pensereste?

Lev Tolstoj. Apprezziamo la sua produzione letteraria e il fatto che abbia, per tutta la vita, cercato un modo di stare nel mondo che non fosse basato sulla prevaricazione, sulla violenza dell’uomo sull’uomo.

Redazione

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