“Oppure no”, il gesto d’amore di Carrozzerie n.o.t

La crisi, la chiusura e ora la ripartenza. Ma come riapriranno gli spazi indipendenti? Con quali basi economiche e, soprattutto, con quali azioni di pensiero? Ne parliamo con Francesco Montagna e Maura Teofili di Carrozzerie n.o.t

Foto di Margherita Masé

Più di due mesi senza Carrozzerie n.o.t. Come state?

Maura Teofili: L’8 marzo, quando abbiamo portato via le cose da Carrozzerie n.o.t., ci è sembrato di vivere l’inimmaginabile. Carrozzerie n.o.t. è innanzitutto un luogo di aggregazione, senza la sua natura fisica, spaziale e materiale è un concetto che rischia di non esistere. Non avevamo mai praticato prima questo distacco, del resto noi passavamo lì più di 11 ore al giorno, tutti i giorni. Il nostro è stato, ed è tuttora, un atteggiamento di cautela per la serietà del momento, certamente drammatico e dolorosissimo per il settore ma inscritto in un contesto sociale più ampio e grave. Abbiamo preferito stare in ascolto evitando di cercare soluzioni frenetiche e smodate che non ci corrispondevano, abbiamo voluto parlare con gli altri, passare ore al telefono per sapere come stavano e cosa pensavano. Non ci siamo sentiti di chiedere agli artisti di fare qualcosa, la concretezza economica è ed è stata una sfida difficile, e questa stessa difficoltà non la viviamo solo noi (con le utenze, con la proprietà dell’immobile, etc) ma anche gli altri, e chiedere senza poter garantire un sostegno non ci è sembrato responsabile. Dobbiamo ricordarci che il ragionamento sull’umano è compito dell’arte da sempre. Non siamo fermi, insomma, ma in un movimento complesso che si traduce nella rielaborazione. Anche molti artisti che di solito sono prolifici ora sono in silenzio e mi dispiace che non si dia loro attenzione adesso che sono in una fase di maturazione. Gli scambi avuti in questo periodo, le telefonate, i messaggi, sono stati molto profondi rilevando un rapporto inaspettato in cui anche gli scambi più semplici hanno assunto un peso specifico diverso. Carrozzerie n.o.t è rimasta viva; un luogo di cura che dobbiamo promettere di ricreare domani.

Francesco Montagna: Sembra di stare sulle montagne russe. Siamo partiti da un cataclisma in cui sembrava tutto fermo e senza soluzione, ora invece stiamo vivendo un’accelerazione fortissima, la densità di eventi in cui siamo coinvolti è talmente sfuggevole che è difficile da comprendere. Tutto cambia e diventa inattuale, una spinta troppo propositiva rischiava di essere fuori luogo, e allora abbiamo preferito far andare avanti la realtà, e poi rientrare a momento debito.

“Comunità teatrale”. Che significato assume oggi e come è cambiata la vostra percezione di essa, se è cambiata, in questi mesi di isolamento?

Francesco Montagna: Credo bisogna distinguere due aspetti della “comunità”: da un lato abbiamo la percezione della comunità in base a quello che vediamo e leggiamo su Facebook, poi c’è quella fuori dai social, che è la comunità che alza il telefono manifestando un disagio o un’epifania. I primi giorni ho vissuto un profondo sconforto: stiamo nel bel mezzo di qualcosa di epocale, una sorta di momento 0 e ciò che si poteva percepire era la rivendicazione particolare e individualistica di questa area di interesse, che rispetto a tutto, all’isolamento, ai contagi che si stavano diffondendo, al conteggio dei morti, diciamolo, era davvero insignificante. Non puoi renderti conto di stare su una zattera di stuzzicadenti quando arriva uno tsunami, dovevi pensare prima che la zattera non poteva galleggiare. Poi, in seguito, ho avuto modo di apprezzare la grande generosità di molti artisti di mettere a disposizione di tutti la propria arte, in continuità coi progetti, con la poetica che li contraddistingue – come per esempio Andrea Cosentino e Marco Ceccotti – e l’ho trovata un’espressione autentica. Non credo tuttavia che questa situazione abbia compattato il settore, lo vedremo in seguito semmai, ma sono piuttosto scettico, credo infatti ci sia stata un’ulteriore frammentazione, un’occasione persa per prendere coscienza.

Maura Teofili: Abbiamo mantenuto in questo tempo un senso di comunità impalpabile, anche se credo che rispetto alla nostra realtà il termine “comunità” abbia un’accezione relativa. Non abbiamo mai basato il nostro progetto in relazione alla sola comunità teatrale, abbiamo piuttosto cercato di svolgere un ruolo di mediazione con gli artisti, la città, gli appassionati, che sono i referenti ultimi e privilegiati di tutto il nostro fare. Non ci percepiamo esclusivamente solo come parte di questo insieme, l’attenzione principale sta nel contesto, e in questa fase devono prevalere fiducia, ascolto e dialogo.

Gli aiuti sinora promessi dalla Regione (1 milione per gli affitti dei teatri) e dal Governo (i 20 milioni alle realtà non finanziate dal FUS) sono un sostegno concreto per voi, riuscirete ad ottenerli in base anche alla natura di Carrozzerie n.o.t. come spazio di residenza?

Maura Teofili: È opportuno fare una premessa: siamo stati chiamati da molti soggetti che hanno voluto sapere come poterci rappresentare, i quali hanno fatto uno sforzo necessario per far capire alle istituzioni come lavorano anche spazi come il nostro. In una prima fase le istituzioni si sono infatti concentrate sulla realizzazione finale del nostro operato, sul prodotto senza comprendere il processo. Mi auguro che il ruolo di mediazione di questi soggetti possa consolidarsi e che questo senso di responsabilità possa mantenere in vita tutto il sistema affinché questo possa essere plurale e aperto all’innovazione e ricerca per tutti. I provvedimenti sono stati resi più fluidi e funzionali, e anche se non riusciranno ad arrivare a tutti va reso il merito a chi ha mediato. Nonostante il dialogo avuto, il provvedimento regionale non riesce a coprire spazi come il nostro, non rientriamo in alcuni requisiti tecnico/catastali che tagliano fuori anche molte altre realtà associazionistiche. Non siamo un teatro ed è anche la nostra forza, come noi non tutti gli spazi indipendenti sono teatri, dal punto di vista formale e catastale; sono invece realtà più legate al Terzo Settore che però restano fuori dal provvedimento. Per quanto riguarda l’Extra FUS invece, stiamo sperando di accedere al contributo in base alla lettera E che riconosce lo spazio indipendente come incubatore di lavoro in grado di generare altro lavoro, questa attestazione di esistenza è fondamentale e va incontro a chi ha voluto fare le cose a norma. Qualcuno sta combattendo la nostra battaglia proponendo soluzioni accessibili: anche la procedura di compilazione e presentazione della domanda è estremamente agevole.

Francesco Montagna: Dalla Regione siamo stati tagliati fuori sia per la mancanza dei requisiti catastali che per le 120 giornate richieste. Conteggio che si può fare per la programmazione dei teatri stabili e dei Tric, non di certo per gli spazi come i nostri. Noi non facciamo spettacoli 7 giorni su 7 ma solo per tre, quattro serate. Lo spettacolo dal vivo non è più di un quarto dell’attività di Carrozzerie n.o.t. Un artista fa residenza da noi per una settimana, ad esempio, può concludere il suo periodo di ricerca con un’unica apertura al pubblico per un numero limitato di persone. La Regione ha dimostrato certo un’apertura ma non ha consapevolezza delle realtà come la nostra. Invece, sono curioso del numero delle richieste che giungeranno per il contributo Extra FUS, ritengo potrà essere un dato utile per avere nozione di quante realtà facciano un lavoro come il nostro ma non sono riconosciute, e in base a questa osservazione si stabilirà se il Fondo sarà sufficiente o meno. Se ottenessimo questo contributo, sarà un sostegno molto valido e determinante, anche in prospettiva del 2021.

In che modo pensate di reinventare lo spazio indipendente di Carrozzerie n.o.t e come state reinventando la vostra indipendenza come Francesco e Maura?

Francesco Montagna: Sceglierei il termine “ricalibrare”, lo svolgimento delle attività in presenza per Carrozzerie n.o.t. è imprescindibile, quindi mi auguro che se la nostra operatività dovrà necessariamente essere ricalibrata sul singolo, su poche persone, sia un adattamento provvisorio e sostenibile. Il nostro lavoro è per molti, è inclusivo, va oltre l’elitarismo. Ora mi sento di combattere una sorta di guerra perché mi sento frustrato nel vedere che il settore in cui operiamo sia effettivamente così poco considerato dalla società. È una linea molto sottile quella che passa tra adattarsi e tradire, non possiamo tradire quanto già fatto e costruito finora. Non mi voglio sentire obbligato a farlo a qualunque costo e in qualsiasi situazione. E se non si potrà fare, non si farà.

Maura Teofili: Stiamo facendo dei ragionamenti che vadano oltre l’attività di spettacolo, ci sono strutture più consolidate che non stanno programmando adesso ma si stanno organizzando per gennaio 2021. Del resto se siamo obbligati a disposizioni di distanziamento sociale ed applichiamo il 70/30 su 30 spettatori incassando poco più di 300 euro, come sarà possibile coprire tutte le spese fra Enpals, Siae e obblighi legati al Covid? Abbiamo dialogato moltissimo coi conduttori permanenti che stanno immaginando come riprendere l’attività laboratoriale, e anche la formazione professionale dovrà essere ripensata. Per i nostri progetti di formazione chiediamo ora agli artisti se pensano che il loro metodo si possa esprimere nella nuova condizione oppure no. Ecco, dire “oppure no” è un grande gesto di amore, non si può costringere qualcuno, soprattutto in questo momento. Non stiamo pensando a una formula, stiamo ragionando con le persone per calibrare delle scelte. Ogni singolo progetto reagisce a suo modo, e stiamo vivendo con rispetto questa intimità.

Avete avuto modo di sentire in questo periodo i vostri spettatori più affezionati, partecipanti ai laboratori, i ragazzi delle scuole con le quali collaborate per il festival Allez Enfants? Pensate sarà per loro normale tornare a frequentare il vostro spazio o già state immaginando, insieme a loro semmai, delle possibilità alternative di coinvolgimento?

Maura Teofili: La percezione del rischio sanitario ce l’abbiamo e nessuno può fare finta che non ci sia un pericolo, sarebbe una violenza. C’è la necessità di trovare una tranquillità nel farlo. Ciò che manca a loro è l’ambiente, ed ha a che fare con la sicurezza di sentirsi a casa. Quella sicurezza deve mantenersi, come la serenità che dovremmo far loro ritrovare. Le modalità di reincontro saranno diverse e se servirà, anche l’incontro di una persona alla volta con ogni singolo conduttore sarà comunque un valore grande da riscoprire.

Francesco Montagna: La volontà è quella di tornare ma il retropensiero è quello dell’allerta. Abbiamo avuto grandi dimostrazioni di affetto ma per alcune persone c’è sempre una soglia di attenzione molto alta. I ragazzi verrebbero domani per esempio, e non hanno la percezione del rischio. Tutto avrà una natura transitoria, la socialità di Carrozzerie n.o.t. va oltre il teatro e se c’è la paura o la diffidenza, io non posso e non voglio fare una forzatura. La voglia è tanta, anche da parte nostra, ma non è come prima.

Artisti e operatori: quali diritti e quali doveri per la ripresa, per e oltre il gesto artistico?

Francesco Montagna: Primo fra tutto, il dovere di leggere un contratto e capire che si sta svolgendo un lavoro, chi non ha le giornate di contributi versati, può definirsi attore lavoratore? Io non ho dubbi che molte persone abbiano fatto più giornate delle 30 lavorative, ma se lavoro e sono lavoratore, devo conoscere i miei doveri come i miei diritti tutti i giorni, non soltanto adesso in una situazione di emergenza. Non credo nell’attore metalmeccanico ma se l’attore vuole fare il metalmeccanico deve essere consapevole dei suoi doveri per rivendicare dei diritti. Oppure, si potrebbe abbracciare uno spirito di totale emancipazione dal sistema: se il sistema non mi riconosce, io non riconosco il sistema.

Maura Teofili: La pluralità dei soggetti è tanta e credo che prima di tutto venga la consapevolezza dei singoli e del proprio lavoro, e anche la volontà di capire alcuni aspetti più tecnici. Farsi queste domande ora e pretendere dei sussidi in una fase d’emergenza non ha significato. Quale equilibrio tra libertà e obbligo? L’arte rientra nell’ambito del professionismo e dell’artigianalità, non è inquadrabile con le categorie degli altri settori, ma se il nostro è un lavoro, non possiamo fare a meno di considerare le ottemperanze alle quali dobbiamo rispondere. Non possiamo fare le vittime. Quei momenti rigenerativi che sono artistici possono essere sì la nostra fortuna ma anche la nostra condanna se non ci rendiamo conto della posizione che ricopriamo, in questo senso è molto difficile accomunare il mondo dell’arte al mondo del lavoro.

Lucia Medri

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